Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1916  aprile 30 Domenica calendario

Necrologi

Giulio Marchetti
Il nome di Giulio Marchetti era dei più popolari in mezzo ai frequentatori dei teatri d’operetta. Questo genere brioso, allegro, importato dalla Francia e dall’Austria sulle nostre scene popolari, non aveva avute interpretazioni veramente degne, e che non facessero rimpiangere quelle di compagnie straniere, prima che se ne tacesse una vera specialità Giulio Marchetti, che, sia come artista, sia come capo-comico, si fece sempre, e fino da bel principio, notare per il grande buon gusto della messa in scena. I teatri d’operetta di Milano – primo fra tutti il Fossati – erano sempre affollati quando dava spettacolo Marchetti. Affabile, piacevolissimo nella conversazione, simpatico e distinto,  Marchetti aveva amici in tutta Italia, ed anche nelle Americhe, dove le sue tournées erano stati veri successi.
Da due anni si era ritirato a riposo a Firenze, dove si è spento a 38 anni, assistito dalla consorte e dai figli. Il suo cognome caratteristicamente marchigiano non era però quello vero: egli era nato in Ancona, da padre israelita, che chiamavasi Marco Ascoli: entrando in arte assunse il vezzeggiativo del nome paterno, che portò a meritata popolarità.
 
von der Goltz
Un telegramma da Kut-el-Amara (Mesopotamia) ha annunziata la morte avvenuta colà del notissimo stratega germanico, von der Goltz, che, dopo avere dedicati trenta anni e più all’organizzazione dell’esercito turco, è andato a finire i propri giorni in mezzo ad esso, nel momento in cui la fortuna militare nega, di nuovo, i suoi favori ai turchi.
Colmar von der Goltz era notissimo per avere dato largo contributo alla letteratura militare tedesca. I suoi libri fecero chiasso, ognuno di essi fu una battaglia. Mentre egli ebbe gran parte nella costruzione di quella spietata dottrina tedesca che subordina ogni forma di attività vitale alla guerra, cominciò col passare quasi per rivoluzionario. La tesi da lui sostenuta nel libro la Nazione armata, della necessità della ferma biennale, gli attirò i rigori di Guglielmo I, tenace fautore del servizio di tre anni; dovette abbandonare lo Stato Maggiore e prestare servizio in un reggimento. Dispiacque anche la sua ammirazione per gli eserciti della Repubblica francese, ammirazione manifestata in alcuni suoi studii sulla guerra del 1870-71: Operazioni della seconda armata. Le sette giornate del Mans, Leone Gambetta e i suoi eserciti.
Cercò di riabilitarsi col libro Rossbach e Jena, compilato in senso conservatore se non reazionario: in quel volume scagionò i capi militari prussiani dalle responsabilità della catastrofe del 1806, attribuita generalmente all’ignoranza dei Junker. Poco dopo, nel 1883, ottenne di recarsi in Turchia a riorganizzarvi l’esercito.
Rimase a Costantinopoli fino al 1895, come sottocapo dello Stato Maggiore turco. All’opera sua furono attribuite le vittorie turche del 1897, sopra un esercito di troppo inferiore sotto tutti i punti di vista a quello turco; il quale poi resse male all’urto degli alleati balcanici nei 1912. Nel 1912 per la guerra italo-turca scrisse nella Neue Freie Presse un articolo insolente per l’Italia. Il Governo italiano se ne risentì, il Governo tedesco dovette ammonire il germanico pascià. Ma non fu questo il primo apprezzamento poco benevolo per l’Italia. Il maresciallo von der Goltz non poteva soffrirci da quando gli avevamo attaccati i turchi in Libia.
Von der Goltz era nato nella Prussia orientale nel 1843: partecipò alla guerra del ’70 nello Stato Maggiore sotto Haeseler, che oggi, più che ottantenne, si trova al fronte di Francia. Quando nel 1883 andò in Turchia, era maggiore, ne tornò nel 1895 generale e pascià. Rientrato nell’esercito tedesco fu dal 1902 al 1907 comandante del 1° corpo d’armata e in seguito nominato feld-maresciallo prussiano, capo del 6° ispettorato. Venuta la guerra fu
nominato primo governatore del Belgio, avendo egli in moglie una signora belga: entrata poi in campo la Turchia il governatore di Bruxelles tornò pascià. Nell’aprile del 1915 il Sultano lo pose alla testa di una nuova armata che aveva per compito di «cacciare il nemico dal suolo ottomano ove era penetrato coll’aiuto delle stirpi arabe»: ed è morto di tifo petecchiale mentre organizzava in Mesopotamia la resistenza contro gl’inglesi.
 
Otto Joel
Figura singolare nel gran ceto bancario fu Otto Joel, morto martedì, 25, a Milano. Nativo di Danzica, venne in Italia a quattordici anni, a chiedere al nostro clima rinvigorimento alla debole fibra, e non si allontanò più dall’Italia. Gli studii e le inclinazioni lo portarono alle cose bancarie; fu ammesso volontario nella casa Bingen di Genova; poi passò a Milano, alla Banca Generale; e all’epoca della grave crisi bancaria del 1893-94 compì ed attuò con largo intuito e forte energia l’istituzione della Banca Commerciale Italiana, alla quale, come direttore centrale, dedicò tutta la sua vasta mente e la sua incomparabile operosità instancabile. Tanto più era ammirata tale sua attività intensa, in quanto era sempre cagionevole di salute. La necessità impostasi di un’operazione chirurgica delicata, lo determinò a dimettersi da vice-presidente della Banca. L’operazione fu compiuta, ma la sua fibra non poté reggere più a lungo, ed egli si spense non ancora sessantenne. Era naturalizzato cittadino italiano. Aveva sposato la vedova del poeta Bernardino Zendrini: il figlio suo, Alessandro, è tenente al fronte.