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 1916  aprile 30 Domenica calendario

Lettere dal Trentino. Opere del genio

Valsugana, aprile
Suono di martelli, suono di picconi, cantilene di soldati. Sotto al tuonar del cannone che rimbomba per mille echi tra le gole dei monti, sotto al soffio ardente dei proiettili che passano alti, volando contro un più lontano bersaglio, c’è della gente che lavora come se la guerra nulla avesse a che fare con lei, e compie la sua fatica colla stessa tranquillità che avrebbe se questa valle fosse piena di villeggianti, come nei tempi normali, invece che di soldati e di batterie. È il Genio che lavora; sono i pontieri, i minatori, i telegrafisti che costruiscono con tenace pazienza quello che i cannoni avversari vorrebbero guastare. C’è davanti a loro soltanto il velo tenue della prima linea, c’è attorno a loro l’ansito poderoso della guerra che brucia e distrugge, e sembra che essi sieno lontani da ogni visione di morte, lavorano e fischiano o cantano o magari bestemmiano come se lavorassero a qualche strada di maremma o a qualche ponte lombardo, al sicuro.
Il Genio è una delle più utili cose della guerra, utile specialmente quando c’è da andare avanti e ci voglion le sue opere per portare più oltre gli strumenti della vittoria, eppure anche la sua indiscutibile utilità diventa secondaria davanti alla prima delle sue virtù, che costituisce anche il suo eroismo, voglio dire la imperturbabilità di fronte al pericolo, la calma laboriosa davanti alla battaglia. Piovono le fucilate rabbiose del nemico? Non ce ne curiamo. Scoppiano le granate e gli shrapnells spargono a centinaia le loro tragiche pallottole? Non fa niente.
– Noi abbiamo da lavorare – par che rispondano i soldati che non si distolgono dal loro lavoro – noi abbiamo la nostra consegna, e possiamo morire, non interrompere.
Li comandano talvolta dei ragazzetti imberbi che si direbbero usciti allora dall’istituto tecnico invece che dall’Università; giovani d’anni e dalle anime ancora sognanti la prima amica e il primo amore, eppure li vedete passeggiar tranquillamente sui loro lavori, con spavalderia giovanile, e incuorare i soldati per incuorar loro stessi; fumano una sigaretta con aria di disinvoltura, e ad ogni colpo rispondono con un motto di spirito:
– È passata, costiamo già cento lire di più all’Austria! – i soldati ridono, e continuano così fino a sera, fino al cambio. Talvolta arrivano gruppi di ufficiali superiori ad ispezionare, a dare ordini: il lavoro deve procedere ancora più alla svelta, durante la notte dovrà passare un traino d’artiglieria pesante, la strada o il ponte devono essere preparati a riceverlo, occorre uno sforzo, si domanda ai soldati uno scatto d’energia.
Chi li conta più allora, i colpi di cannone e gli scoppi di granata? Chi si cura più neanche di abbassare la testa quando passano i proiettili, e di calcolare quanti biglietti da cento spenda l’Austria in cannonate per non concludere niente?
C’è ben altro, di più importante da fare, c’è da aggiustare il cammino perché domani un altro dei nostri colossi salga sulle montagne più avanzate e possa rispondere a dovere alla impertinenza del nemico, c’è da livellare la strada perché possano salirla i carri di munizioni che portano i confetti da gettar a piene mani sulle posizioni avversarie, c’è insomma da aprire la via all’Italia verso altri paesi più in là, verso altri monti più in la, e per questo il Genio, dal primo giorno di guerra, lavora e lavora.
A passar, poi, per le regioni nelle quali hanno avanzato le nostre truppe, quando la calma è ritornata e si può osservar con l’occhio critico tutto, la mole immensa del lavoro del Genio ci sembra perfino smisurata alle sue forze di uomini e di macchine. Queste benedette regioni che redimiamo ogni giorno con profusione di sangue e di lavoro, queste terre flagellate dalla guerra e riconquistate alla patria, ereditano dall’opera del Genio magnifiche opere pubbliche che certo nessun erario municipale avrebbe potuto contemplar nel suo bilancio.
Su per montagne maestose, dove un tempo arrivavano le mulattiere appena segnate attraverso i boschi, arrivano adesso strade carrozzabili che nessuna frana riuscirà a consumare; in alto verso le cime dove l’acqua zampilla in rara copia ed è preziosa, acquedotti militari raccolgono le stille in rivoli, vecchie rotabili trascurate da tempo e dal tempo corrose, sono riattate, ristabilite, ricostruite, in modo che vi passeranno comodamente i veicoli domani come oggi vi passano i camions e gli autocarri dei rifornimenti.
Pallidi riflessi civili, questi, dell’opera militare, riflessi che non rappresentano la centesima parte del lavoro fatto e che va a beneficio dei soldati e della guerra.
Guardate dove dormono durante l’inverno le truppe. I paesi ne accantonano parecchi, ma una parte soltanto, e le tende, le comode tende che son pur quanto di meglio si può aver per alloggiare gli eserciti, le tende che diventano subito le amiche più care dei nostri soldati, non potrebbero resistere all’azione corrosiva del gelo e devono essere sostituite con qualche cosa di più solido e resistente.
Per questo il Genio ha lavorato e lavora con una indiavolata attività, e sorgono ogni giorno ricoveri e baraccamenti. Se ne trovano dappertutto, lungo le strade o vicino alle forcelle, nei punti più adatti per il soggiorno dei militari; e sono sani, belli, spaziosi. Visitandoli si prova il desiderio di starci per tutto l’inverno che qua si prolunga fino all’estate; sono costruiti in tavole di legno e in tronchi, hanno il pavimento un po’alto da terra perché non vi sia umidità, le pareti solide e doppie, le doppie vetrate, e il tetto spiovente è tutto ricoperto di cartone incatramato, il miglior riparo che finora sia stato trovato per impedire l’infiltrazione dell’acqua attraverso le fessure del legno. E poiché gl’italiani non sanno far le cose rozzamente, anche se sieno cose provvisorie, tutto l’insieme ha una certa civetteria, denota la cura del particolare, il desiderio di una precisione e di una certa tal quale eleganza che vi dice subito: quella è roba fatta da soldati d’Italia.
Dentro vi è tutto quanto può occorrere a cautelare il soldato nella sua salute, vi è per ciascuno la branda di legno dentro cui sarà collocata la paglia, vi sono le stufe e un tavolo per il rancio. Certo non migliori di queste baracche erano i ricoveri fatti per i nostri emigranti nel Nord America o nei dipartimenti minerari de la Moselle, e molti di questi soldati che furono emigranti fanno il loro bravo confronto e confessano che il Genio militare vale assai più dei loro impresari di lavori all’estero, e che quasi quasi, si sta meglio a fare il soldato nel proprio paese che a lavorar per gli altri nei paesi altrui.
In certi punti sorgono dei veri villaggi di questi baraccamenti, e sorgono in poche ore, poiché a dorso delle salmerie arrivano i pezzi smontabili delle baracche, pezzi elencati e numerati, che si possono unire in brevi momenti. La famosa moda americana delle case avvitate e trasportabili si applica con successo alla guerra nella quale regnano la fretta e la instabilità.
Lavori più strettamente militari competono al Genio su tutte le cime delle montagne trentine; sono cupole in cemento per mitragliatrici, ripari per cannoni, trincee blindate alle quali lavorano squadre enormi di operai, e che devono esser tenute in ordine come la canna del fucile. Questi lavori sono importanti più di tutti gli altri anche perché abbiamo di fronte un nemico che non si stanca mai di far lavorare i suoi uomini; da mane a sera vediamo sulle posizioni austriache l’affaccendarsi dei soldati che piantano reticolati, scavano camminamenti, fabbricano ridotte e ripari, ricorrendo ad un genio militare che a noi ripugnerebbe di usare: i prigionieri di guerra. Coi binoccoli distinguiamo spesso questi poveri russi presi sui campi di Galizia e che sono costretti a lavorar sulla neve delle cime ancora austriache, per rafforzar le opere del loro nemico, e se non lavorano vengono puniti nei modi più selvaggi.
Per molti giorni il comandante di una nostra batteria vedeva dal suo osservatorio molti uomini che venivano collocati fuori dai reticolati avversari, sulla neve, e stavano là per ore ed ore immobili come statue.
Sentinelle? no, perché erano troppo fitte e senz’armi. Finalmente si è accorto che erano russi, legati ai paletti del reticolato per punirli chi sa di quale reato! Forse non lavoravano colla lena voluta dai loro aguzzini, forse non avevano gridato hoch per qualche festa regia ed imperiale!
Quale confronto colle opere nostre, scavate e costrutte dalle sante mani dei nostri soldati e dei nostri operai! Perché c’è accanto all’esercito in uniforme che si batte per la vittoria un altro esercito di proletari che per la vittoria lavora. Sono gli operai borghesi del Genio che arrivano a centinaia in squadre poderose e sotto la direzione dei nostri ufficiali lavorano anche sotto il fuoco nemico. Questi borghesi stanno in prima linea come i più provetti richiamati, a loro si deve la bella strada che conduce al Salubio e sulla quale si accanivano le granate austriache da Val Piana, essi ricostruirono in agosto sotto il tiro avversario il ponte sul Maso che gli austriaci avevano fatto saltare. Alla fine della guerra questi lavoratori in giacchetta potranno dire fieramente di essere stati alla guerra e di avervi partecipato.
L’Austria adopra colla forza i prigionieri di guerra per le sue difese, e violando ogni legge naturale sostituisce al diritto ed alla giustizia il terrore e la violenza; noi abbiamo accanto al Genio militare i nostri cittadini che non poterono essere soldati e che fanno la guerra ciò nonostante, volontariamente, con pieno cuore e con secura coscienza.
Anche in queste opere del Genio l’Austria è sempre Austria e noi, se Dio vuole, siamo sempre noi.