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 1916  aprile 30 Domenica calendario

Fra le quinte e il ridotto

Degli autori, della loro Società e di altre cose
Quest’oggi, domenica 30 aprile 1916, alla Società Italiana degli Autori, avverrà un fatto inaudito: sarà rinnovato il Consiglio quasi per intero.
Ma, intendiamoci, rinnovato autenticamente, perché su venti Consiglieri, tredici decadono e non sono rieleggibili. E, fra questi tredici, è il presidente: Arrigo Boito.
Una disposizione inesistente nel primo Statuto e apparsa poi tra le modificazioni del 1906, secondo la quale disposizione i consiglieri che sono rimasti in carica per dieci anni consecutivi non possono rioccupare il loro posto, se non dopo due anni, rende inevitabile questo sacrifizio. Fin qui, dal 1882, cioè da quando la Società fu fondata, si può dire che gli stessi uomini la governavano. I nomi erano scelti bene e per questo i soci non si davano la pena di mutarli. Soltanto la morte apriva qualche vuoto, e la morte soltanto, imponendo nuovi nomi, fece sì che fra i consiglieri del primo Consiglio solo il nostro Emilio Treves facesse parte dell’ultimo: vice presidente nel 1882, vice presidente nel 1916. Gli altri colleghi di trentaquattro anni or sono lo avevano preceduto nella tomba, e gli altri si chiamavano: Giuseppe Verdi e Giovanni Prati, Giosuè Carducci e Francesco De Sanctis, Paolo Ferrari e Edmondo De Amicis, Cesare Correnti e Michele Amari...
Giù, il cappello: quale associazione mai vantò nomi altrettanto gloriosi? La Società al suo inizio ebbe anche un presidente d’onore, Cesare Cantù. Ma quando il vecchio storico disparve, si trovò che non era il caso di sostituirlo, e la nicchia rimase vuota.
Per dare una prova dello spirito conservatore che quanto ai nomi e alle persone informa i soci, si deve aggiungere che in trentaquattro anni non ci furono che quattro presidenti: Tulio Massarani, Giovanni Visconti-Venosta, Leopoldo Pullè e Arrigo Boito.
E poi si dice che gli artisti sono irrequieti e volubili!
Per parecchi anni, e cioè fino al 1887 la Società fu essenzialmente volta allo studio e alla preparazione. Studiò... e fece molte cause, cioè si battè vigorosamente in Tribunale per i suoi soci. Era giovane e combattiva; povera e ardente. I cultori più eminenti del diritto le dettero il contributo dei loro studi e il calore del loro convincimento.
Era un periodo difficile quello! Lo sapevano bene i nostri autori drammatici, spesso mal rappresentati e sempre mal pagati. La tradizione dell’attore famoso schiacciava a quei tempi l’autore: si andava a sentire Salvini o Rossi, più che la commedia di questo o di quell’altro scrittore; e ad ogni modo, poiché il pubblico si appassionava specialmente all’interpretazione, e accorreva in folla piuttosto per sentire ben recitare che per sentire commedie nuove, gli attori potevano far a meno degli autori. Era da parte dei maggiori, una degnazione, piuttosto che una necessità, servirsi dell’opera loro. La legge non assisteva; i frodatori abbondavano.
Così è del l885 una circolare di Paolo Ferrari diramata a tutte le Prefetture del Regno.
Il drammaturgo illustre diceva ai prefetti che il fatto di capicomici o impresari che rappresentavano o facevano rappresentare commedie sue senza permesso, era troppo frequente perché egli non dovesse pensare che molte e gravi brighe dei funzionari, li facessero trascurati nella tutela dei diritti d’autore; o che forse, piuttosto, capicomici e impresari trovavano modo con qualche frode di sottrarsi alla vigilanza delle autorità.
E seguiva questo periodo, che gli autori e gli ammiratori del grande commediografo, non possono leggere senza commozione:
«Se i miei diritti fossero tutelati, i capi comici e gli impresari non potessero recitare cose mie senza mio permesso, con tante produzioni da me pubblicate, con circa centotrenta compagnie drammatiche italiane, e con più di duecento teatri, potrei computare che, recitandosi ogni giorno in Italia due mie commedie, e supponendo che queste non mi rendessero che sole lire quindici cadauna, ne avrei una rendita di circa novecento lire al mese; dove che invece a cagione delle suddette ruberie, non incasso che due o trecento lire all’anno...».
E intanto. Vittoriano Sardou, geniale e instancabile, ma non distratto e costretto come il collega italiano ad altre occupazioni che non fossero quelle dell’arte, ne guadagnava duecento o trecentomila!
Occorreva dunque, e si mostrava urgente, un’opera pratica di tutela, e l’opera venne allorquando nell’87 furono istituite le due sezioni: quella dei piccoli diritti musicali, che fu diretta da Giuseppe Giacosa, e quella per l’accertamento e l’incasso dei diritti drammatici.
Nei primi anni i guadagni furono quasi ridicoli, ma crebbero lentamente e allorquando Marco Praga nel 1897 assunse la direzione della Società dandole tutta la sua bella energia e tutta la sua magnifica operosità, gli incassi che avevano faticosamente raggiunto le centomila lire annue, salirono, salirono, sicché quando nel 1911 Marco Praga volle rinunziare all’ufficio, aveva toccato il milione.
Ora, se si tien conto che i diritti di rappresentazione e di esecuzione rappresentano soltanto l’interesse di un capitale, si può affermare che la Società è riuscita ad aumentare il valore del capitale artistico affidato alla sua tutela di circa venticinque milioni.
Cifre, denaro, possibilità di vita comoda, dignità di vita... Vantaggi per i così detti arrivati, o almeno per quelli che già si trovavano in cammino, ma per quegli altri?...

*

Si diceva:
– E i giovani? Che cosa fa la Società per i giovani? i quali giovani hanno tutti un sacco d’ingegno, ma non riescono a farsi leggere? e tanto meno a farsi rappresentare?
E la Società, o più precisamente Marco Praga, istituì nel settembre 1906 la Commissione permanente di lettura che ha ricevuto ed esaminato fino ad ora cinquecentosette copioni.
Disgraziatamente – almeno secondo il parere dei commissari che, posso affermarlo, sono scrupolosi ma non infallibili – fra i cinquecentosette lavori non si è trovato il capolavoro. Fra tanti scrittori giovani o vecchi che si sono presentati all’esame, solo pochissimi – il Camasio, l’Oxilia, il Ludovici, il Salvaneschi, il Rocca – sono stati additati all’attenzione dei capicomici e del pubblico. L’esito modesto non ha sgomentato da una parte gli autori, dall’altra i commissari, sicché l’invio e l’esame continua regolare, anche in tempo di guerra.
Sarebbe curioso, e forse divertente, dare oggi un’occhiata a quei manoscritti, ai più singolari almeno; ma i copioni sono ritornati nelle mani dei loro legittimi proprietari. Sono monologhi e tragedie, farse e poemi drammatici... Ah. sì; molti poemi drammatici, troppi poemi drammatici! L’argomento più semplice, più casalingo, non si sa perché tra le mani dei giovani diventa un poema drammatico.
Sfogliando l’elenco risaltano come gemme in un cerchietto d’oro i titoli più caratteristici: Una colazione indigestamatrimonio in una tombaL’innocenza viene a gallaIl bacio della badessaMonaca e frate. Debole o forte?Coraggioso o vile?
Abbondano anche i lavori in versi martelliani e in versi... stile liberty. In una di queste commedie, un onesto cittadino si meraviglia della soverchia indulgenza dei giudici del suo paese verso una donna abbietta, ed esclama paurosamente così:
Ma come è stata assolta?
Non fu condannata nemmeno a una molta?
I drammi di attualità ispirati alle più tremende catastrofi, non mancano. E così ricordo: Gli ultimi giorni di Messina e II terremoto negli Abruzzi. Parecchi lavori fiorirono in seguito alla conquista della Libia, e mi rimase particolarmente impresso uno che si intitolava: L’Italia a Tripoli.
Al primo atto un piccolo bersagliere napoletano volendo persuadere un arabo feroce della inutilità della resistenza da parte degli indigeni, gli gridava che non era possibile lottare contro un paese come l’Italia che vanta tante glorie e che sopratutto ha trentadue milioni e rotti di abitanti.
Di fronte a un argomento simile, e in versi, domando io come si fa a lottare.
Tuttavia, non si deve credere che i lavori presentati appartengano nella gran maggioranza alla categoria dei pessimi. No: ce ne sono dei discreti e anche talvolta più che discreti, ma taluni imporrebbero per la messa in scena, tante spese, che non si può imporne la recita ai capicomici.
La lotta tra il capocomico e l’autore è in Italia – e forse dovunque – costante e fiera: il giovane autore è armato del suo copione, il capocomico inerme, ma in compenso astuto, sicché egli lo stanca con le ripulse o lo fiacca con le buone parole. E questi direttori di compagnie meritano molta indulgenza, perché le delusioni sono infinite e spesso giungono da quelli che meno si aspettano. I capicomici non hanno diritto di rifiutare la lettura agli ignoti, ma d’altra parte non si può credere quante persone, che pure in altri campi della attività umana hanno dimostrato fervore d’ingegno, singolari virtù, e sopratutto dato prova di buon senso, si illudano sulla loro inclinazione al teatro! La categoria più numerosa, forse, di autori, è costituita da alti impiegati, o da ufficiali superiori in pensione. E questi, appunto in grazia della loro condizione sociale, trovano il modo, talora, di farsi leggere non solo, ma di leggere essi stessi. E allora il duello tra chi ascolta e chi legge, diventa un corpo a corpo terribile. Alcuni autori inesperti, sono inesorabili, neroniani. Fanno trangugiare non soltanto il testo, ma le didascalie:
Giuseppe entrando dalla porta di destra e fregandosi le mani, dice tutto contento: Ah! Lucia, sorpresa dall’improvviso arrivo di Giuseppe, vorrebbe emettere un grido, che le rimane soffocato nella gola, e arrossisce...
Perché nelle didascalie, gli ingenui, mettono tutto, il possibile e l’impossibile, quello che si vede e quello che non si può vedere. Dopo tre ore di una lettura simile fatta ad alta voce, non è umano e legittimo il disgusto, l’odio verso qualunque manoscritto?
Il rimedio? – si dirà.
Il rimedio non c’è, perché non è possibile sperare in una maggior discrezione da parte di autori senza ingegno e in una maggior tolleranza da parte di capicomici senza fede.
Per ridurre ai migliori propositi gli uni e gli altri, forse un provvedimento solo servirebbe: toccarli nella tasca. Occorrerebbe, come per necessità di rima chiedeva il poeta che ho citato di sopra, che fossero, gli uni e gli altri «condannati a pagare almeno una molta».