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 1916  aprile 30 Domenica calendario

La mina sul Col di Lana

La vetta estrema del famoso Col di Lana, a 2400 metri, non era stata mai presa dai nostri. Era noto. Sopra, nelle loro trincee, stavano gli austriaci, poco più giù, nelle trincee rispettive, stavano i nostri. A quando a quando i soldati parlavano fra loro, e si aspettava: che cosa?... L’idea del comando del genio di far saltare la cima di Col di Lana, fu accolta con entusiasmo, e la direzione dei lavori di trapanazione, l’esecuzione dell’ardito progetto – iniziato il giorno di Natale – fu affidata al sottotenente del genio don Gelasio Benedetto Caetani di Sermoneta, volontario romano dell’illustre famiglia. Quattro mesi di lavoro assiduo, fervente, entusiastico e misterioso, portarono l’opera a compimento nel momento in cui anche gli austriaci, da di sopra, dalle loro trincee – stavano lavorando anch’essi alla trapanazione della montagna. – Prenderete Trento, prenderete Trieste – dicevano essi ai nostri – ma Col di Lana, no!... – Ma poco prima della mezzanotte del 18 aprile – come ha brillantemente narrato Arnaldo Fraccaroli nel Corriere – tutto era pronto, e la galleria italiana per la mina, lunga 75 metri ascendenti, era compiuta.
Le truppe in trincea e anche le altre più sotto aspettavano ansiose.
«Che si fa? si attende mezzanotte? Il sottotenente ha vicino a sé il generatore minuscolo che farà scattare la scintilla. I due fili si allontanano e si sperdono nel buio della galleria. Il sottotenente guarda l’orologio al polso. Dice:
«– Sono le 11.25. Ragazzi, vi pare un’ora buona?
«I ragazzi non rispondono, ma lo guardano con occhi che lampeggiano.
«– E allora, viva l’Italia!
«Due giri alla rotella del generatore. Un attimo. E il piccolo reparto ammassato all’imbocco della galleria si sente battuto da una ventata freddissima. Subito dopo, una esplosione spaventosa, un boato formidabile, un urlo che sembra uscire dalle viscere della montagna.
«Quelli ch’eran fuori lontano in trincea non sanno dare che una sola immagine alla loro impressione: il Terremoto.
«Il sottotenente del genio, i minatori, il piccolo reparto di fanteria, si lanciano fuori della galleria, balzano al di là delle linee.
«Una serie di piccole esplosioni li arresta per un attimo. Sono le mine preparate dagli austriaci che «saltano» per la grande esplosione.
«I nostri quaranta uomini irrompono urlando nelle trincee nemiche, fra le rocce schiantate. Le trincee nemiche sono più affollate di quanto si credesse: l’esplosione è avvenuta proprio quando era giunta dal Sief la truppa di ricambio per il rilevo dei soldati in trincea.
«Le trincee sono sconvolte. Si incespica in cadaveri mutilati. Da un camminamento si levano delle voci: sono dei prigionieri che si arrendono. Le nostre artiglierie tempestano sulle retrovie austriache nella insellatura fra Col di Lana e il Sief per impedire la fuga e per ostacolare i rinforzi. Ma nessuno tenta di fuggire. Quelli che non sono morti si arrendono...
«Fra le macerie si trovano sepolti un centinaio di morti. Sei mitragliatrici sono spezzate. Altre cinque sono intatte, servibilissime. C’è anche un cannone da montagna rintanato in una caverna. E si trovano duecento fucili. E c’è anche un parco viveri, fornitissimo, col necessario per mantenere la guarnigione del Col di Lana per un mese... ma sul Col di Lana non c’è più guarnigione austriaca!...».
Ora sul petto del giovine patrizio romano, don Gelasio Benedetto Caetani brilla la medaglia d’argento al valore militare. Ben meritata. «Viva l’Italia!...» – L’ha gridato anche un austriaco mentre veniva fatto prigioniero!...