L’Illustrazione Italiana, 30 aprile 1916
Il re alla guerra
Quattro automobili grigie scendevano da Caporetto, sulle vie della guerra. Era un pomeriggio mite e azzurrissimo della fine d’estate. Improvvisamente, una cannonata sparata da molto vicino – Santa Maria del Monte – fece trasalire i viaggiatori. Un allarme. Laggiù, tra monte Corada e la strada di Cormons, due puntini neri nel cielo, due aeroplani, erano apparsi. Navigavano molto alti
forse oltre i duemila metri – e non se ne distinguevano i colori. Ma i nostri cannoni li avevano presi di mira: una ghirlanda di batuffoli bianchi li aveva circondati oramai e li seguiva nella loro via. Erano aeroplani austriaci. Venivano su Cividale. Avevano lasciata cadere qualche bomba sul Torre – sbagliando di un chilometro il bersaglio di un ponte. Poteva essere che tentassero di rifarsi sulla città.
A un certo punto, i velivoli si trovarono proprio sopra la strada, a perpendicolo sulla fila delle quattro automobili. Parvero abbassarsi, scrutare, come per vedere se valesse la pena di spendere una bomba su quel bersaglio. Ma dovettero essere per il no; poiché, con un movimento brusco, voltarono le prore, ripresero quota, s’allontanarono. E mentre le automobili riprendevano la loro andatura normale, uno dei viaggiatori si volse, sorridendo:
– Occasione mancata.
Rise il taciturno Joffre – caro ospite nostro – che tornava da una visita alle trincee dell’alto Isonzo. Cadorna, Porro, il Duca d’Aosta, si volsero alla seconda vettura. Il Re, sotto il berretto grigio calato sugli occhi, rideva anch’egli e pareva ripetesse:
– Occasione mancata.
Gli austriaci, io penso, non hanno mai immaginato quante volte il Re d’Italia, sulla linea delle trincee o nelle retrovie, è stato a una portata minima dei loro fucili, quante volte essi si sieno lasciata scappare l’occasione, quante volte Vittorio Emanuele sia stato ad un filo dall’essere abbattuto da un proiettile nemico. Anche nella settimana di Natale: Egli si era spinto quasi solo nella zona di combattimento, per esaminare alcune recenti opere di difesa. Era una giornata calda – come dicono i soldati –: i cannoni austriaci picchiavano sodo. Invano il comandante del settore aveva cercato di dissuadere l’augusto ospite dal proseguire. Ad un tratto, venne per l’aria – repentino, fulmineo, – il rumore d’uno shrapnell, e, prima che alcuno avesse il tempo di ripararsi, il proiettile si abbatteva ad una quindicina di metri dalla comitiva reale, nello stretto cunicolo del camminamento, schizzando intorno una pioggia di frammenti d’acciaio e di roccia. Gli ufficiali che seguivano, impallidirono: supplicarono con gli occhi il Re a retrocedere. Egli si guardò intorno: tutti erano illesi. Sorrise.
– Andiamo avanti – disse poi, vedendo che gli ufficiali ristavano dubbiosi – non sono anch’io un soldato?
È accaduto qualche volta che un fantaccino, volgendosi improvvisamente dalle feritoie, si sia trovato di faccia il Re. In trincea; sulla primissima linea; a cento metri, forse meno, dalle feritoie nemiche.
Il Re è dappertutto. Ove si prepara ed ove si lotta, ove si muore ed ove si guarisce, ove c’è la battaglia ed ove c’è un soldato d’Italia, ivi è il Re nostro.
Da quando ha raggiunta la sua residenza di guerra, da quando ha voluto dividere le fatiche e la gloria del campo con i suoi soldati, lo si vede tutti i giorni, a tutte le ore, dovunque, il primo a levarsi, l’ultimo a coricarsi, infaticabile. Ci sono degli ufficiali che dicono d’averlo incontrato, a distanza di poche ore, in uno sbarramento del Cadore e in un paesino del basso Isonzo. Ci sono dei soldati che narrano d’averlo veduto presentarsi, a notte fatta, solo, vestito della divisa d’un semplice fantaccino, a un accampamento dietro le linee, chiedendo ospitalità fino all’alba.
Poiché l’alba, ogni mattina, trova il Re levato. Poco dopo, la sua automobile bigia è già in istrada. Attraversa città e borghi: ufficiali si fermano e portano le mani al berretto; la gente si ferma a salutare con rispetto profondo. Rapida e sommessa una parola si propaga: – Il Re.
Il Re – tutto bianco di polvere – si sporge a salutare, con il suo buon sorriso che mai l’abbandona. Una popolana si segna il petto, e rimormora la preghiera d’Elena:
– Iddio, salva il Re nostro!
L’amore d’Italia segue il suo Re alla guerra.
Nelle settimane passate, quando la battaglia di Gorizia infuriava come un gorgo di bufera sull’Isonzo in fiamme, prima che sorgesse il sole, l’automobile bigia volava già sulle strade della guerra, verso la linea della battaglia. Passava per Cervignano, per Cormons, per Medea – in terra redenta – nell’Italia liberata dalla sua volontà – accolto tutti i giorni da esplosioni di entusiasmo.
Passavano le vecchie ambulanze, i camions polverosi della Croce Rossa – teste fasciate che si sporgevano lasciando sgocciolare ancora qualche lacrima di sangue – e il Re si fermava a dire una parola di fede e di amore, a quei suoi umili fantaccini imbrattati dal rosso fango del Carso, che narravano con ingenua semplicità i piccoli episodi di una grande epopea. Talvolta, all’ingorgo di un ponte, l’automobile bigia veniva raggiunta da una interminabile fila di camions: carreggi di vettovagliamento, convogli di munizioni. E Vittorio Emanuele pregava la sua guida di tirarsi un po’in parte, di lasciar la strada.
Passino le munizioni – diceva – i soldati ne hanno torse indispensabile bisogno in questo momento. Il Re può aspettare...
Poi raggiungeva un suo colle preferito, dal quale lo sguardo poteva spaziare in tutto il campo della grande battaglia. Spesso gli erano vicini il Duca d’Aosta, Cadorna, Porro. Egli si sedeva sul prato bagnato di guazza, portava agli occhi un cannocchiale, e stava lì a guardare la sua guerra, a guardare i suoi soldati, a seguire l’azione per ore ed ore, instancabilmente.
E arrivava l’ora di colazione. Sempre seduto sull’erba, levava qualche provvista che s’era portato, il suo rancio, un po’di affettato con del pane integrale, lo spuntino di un buon escursionista borghese. Talvolta, mentre Egli faceva colazione, passava per la strada attigua un fantaccino. Il Re lo chiamava.
– Vuoi mangiare un boccone?
Il soldato diventava rosso, abbassava gli occhi, non sapeva rispondere. Ed il Re:
– Ti fai riguardo. Oh, non c’è che un po’di formaggio e il pane che mangi tu tutti i giorni.
E il soldato doveva sedersi sul prato, accanto al suo Sovrano, e dividere il rancio del Re.
Vittorio Emanuele è incredibilmente parco. Certi vini, certe leccornie che un buon borghese si vergognerebbe di non poter mettere in tavola, non sono mai comparsi nella minuta dei pranzi reali alla residenza di guerra. È arrivata ai giornali, a suo tempo, la lista del pranzo offerto dal Re a Joffre, quando questi fu ospite del nostro Quartier Generale: pastina in brodo, un piatto di carne, la frutta – la colazione d’una collegiale.
Non solo il Re ha voluto partecipare ai pericoli della guerra, ma ha voluto nobilmente dividerne con il soldato i disagi. Quella che – forse con una leggera vena di buon umore – fu chiamata la reggia di guerra, è il più modesto alloggio che un comandante di reggimento o di battaglione possa concedersi in periodo di accantonamento.
Una casettina minuta e bianca, tuffata nella vastità verde della pianura friulana, con una lieve merlettatura di colline intorno, e la maestà delle nevate Alpi Carniche di faccia: una casa di padronìa rurale, con un grembiulino d’orto davanti: è la casa del Re.
Ospiti illustri, italiani e dei paesi alleati, sono stati via via ricevuti nella piccola casa friulana di Vittorio Emanuele. Più volte, vi è venuta la Regina – vi son venuti i principini – i bambini,
come li chiamano con una ingenua espressione di irriverente amore i contadini del luogo. La Regina faceva delle lunghe passeggiate nei dintorni, visitò da sola il paese, visitò alcuni stabilimenti industriali, fece molto del bene, con molta semplicità.
Le contadine del paese dicevano:
– Pare come noi, parla come noi; ed è la Regina!
Un giorno. Ella fece portare in casa, per la cucina, due ochine. Quando il Re le vide, non volle che si uccidessero. Si pascono nel piccolo orto, ora; e il Re, uscendo la mattina, se ne compiace come un buon campagnolo.
Visite illustri, visite care: anche visite sgradite avvennero alla casa del Re. Si dice che sulla fine di settembre, durante una delle loro incursioni sugli abitati della pianura friulana, aeroplani austriaci si sieno recati a bombardare la reggia di guerra; e si afferma che, cadendo tre bombe ad alcune centinaia di metri dal bersaglio, nel terriccio assai molle, una non esplodesse, ed i contadini – raccattatala – la recassero alla villa per essere presentata a Sua Maestà. Si dice: e non c’è ragione di non crederci. Non sarebbe stata la prima volta, questa, che gli austriaci tentassero deliberatamente di colpire la persona del sovrano. Nell’estate scorsa, poche ore dopo che il Re era salito sul campanile di Monfalcone ad osservare dall’alto le trincee austriache del Carso, il nemico puntò il suo fuoco sulla cella campanaria e la abbatté.
Come a Monfalcone era salito ad osservare la linea di battaglia tra le terme romane e le cave di Selz, dal campanile di Aquileia il Re volle vedere Trieste. Era di sera: la laguna, con i suoi mille specchietti lucidi, ardeva nel vespero vermiglio; saliva dai canali la nostalgia di una canzone marinara. E laggiù, oltre il mare nudo di vele, Trieste, la città aspettante, con i suoi moli che mordono l’Adriatico, con le colline imperlate di ville, con i suoi edifici intatti e la sua gente alle rive, era là immobile e impassibile, come nulla fosse avvenuto, nulla stesse per avvenire, come se – di lì a un’ora – i caicci della pesca avessero dovuto levar le vele da Grado, verso il suo Mandracchio bianco, come una volta... Il Re d’Italia guardò, stese la mano senza parlare, additando la città irredenta ad un ministro che l’accompagnava, ed ebbe negli occhi un sorriso luminoso e sicuro ch’era una risoluzione e una fede.
Il cannone taceva, spossato. Solo, dall’ultimo sperone del Carso, di tratto in tratto, veniva un piccolo rumore strano, come lo stridere d’un verricello arrugginito, uguale ed assiduo come uno stillicidio:
– Ta-pum; ta-pum; ta-pum…
La fucilata austriaca.
Ogni sera, quando – bianco di polvere e stanchissimo – ritorna alla sua piccola reggia – dopo aver fornito il suo dovere di soldato, Vittorio Emanuele si concede alcuni minuti per dedicarsi ai suoi affetti più cari, alcuni minuti per la sua famiglia lontana. Tutte le sere, una lettera telegrafica – breve o diffusa, a seconda che la giornata di lavoro glielo permette – reca alla Sovrana che attende, ai Principini che pregano, la notizia che il Re è salvo, che il Re sta bene – reca alla Donna e ai Bambini le parole tenere e dolci dello Sposo, del Babbo che è alla guerra.
Quando, al principio dell’inverno, un generale chiese al Re se, durante i mesi di tregua, Egli sarebbe tornato alla Capitale, presso l’augusta famiglia, Vittorio Emanuele rispose prontamente:
– Perché dovrei tornare a casa? La mia famiglia oggi è l’Italia, i miei figlioli sono tutti i soldati che combattono. perché dovrei abbandonarli quando essi rimangono?
E dopo aver detto parole meravigliose di questi suoi piccoli figlioli grigi, dopo aver narrati eroismi oscuri e magnifici, imprese di epopea, sacrifici cui si stenta credere, dopo aver espressa con parole calorosissime la sua soddisfazione per l’esercito e per i vantaggi sinora conseguiti, il Re soggiungeva:
– Pochi come me, forse, sanno quanto la via da percorrere sia lunga ed aspra: pochi come me, forse, sanno quanti ostacoli essa ancora ci serba, e quanti sacrifici la grande impresa costerà alla Patria. Ma ciò non mi preoccupa. Ho la certezza del trionfo finale. Io, sempre, nella buona ventura e nell’ora dura, sarò qui con i miei soldati. E non tornerò al Quirinale che con la vittoria.