L’Illustrazione Italiana, 30 aprile 1916
Il nuovo romanzo di Pirandello¹
La vasta opera di Luigi Pirandello si arricchisce di un nuovo volume. L’attività di questo scrittore nostro che il pubblico ha preso ad amare è davvero insolita ed ammirevole. Insolita perché è raro il caso di uno scrittore, anche di solida fama, che tratto a scrivere come la febbrile vita odierna vuole, vale a dire con rapida lena, anche quando la ispirazione non lo comporterebbe, sappia invece accordare le due necessità e dare alla letteratura contemporanea opere il cui numero frequente non diminuisce il valore artistico. Il caso di Luigi Pirandello è dunque degno di nota e di ammirazione. Avevamo appena chiuso, si può dire, quel suo fine e penetrante volume di novelle La trappola dove è tanta suggestività di umorismo e di accoramento, che un nuovo libro di lui si presenta al pubblico. E questa volta si tratta di un romanzo: di un’opera cioè che richiede, come tutti sanno, in chi la scrive una visione netta e sicura della meta, sgombra quindi da preoccupazioni di qualsiasi natura, perché l’anima e la mente siano sempre rivolte al segno come un dardo scoccato dall’arco. Orbene: non è certo il tempo questo nel quale tali condizioni si possano agevolmente effettuare; anzi aggiungeremo essere addirittura impossibile che uno scrittore possa astrarre oggi dall’ambiente nel quale si trova a vivere e mettere in prima linea la sua personalità. Non sarebbe umano e forse, non sarebbe neppure simpatico. Ma quando l’artista sa mettersi di fronte agli eventi così da usarne per la sua arte come l’orafo la pietra di paragone, allora, senza illusorie e false astrazioni, la sua personalità ha modo di vieppiù affermarsi perché ha saputo metterei a contatto della vita e subirne l’influsso senza perciò rinnegarsi o annullarsi.
Non tutti gli scrittori nostri hanno saputo essere da tanto. Sorpresi dal cataclisma della guerra che giunse inatteso non seppero reagire, non seppero, passato il primo sbalordimento, uscire dal loro stato di disagio ed affrontare i nuovi eventi con l’animo reso più forte dalla recente esperienza e dirizzare la loro arte per la nuova via. Quasi tutti invece si rannicchiarono in un loro raccoglimento fatto di incertezza e di terrore e tacquero. Pochi si salvarono: qualche giovane virilmente pronto a resistere all’urto della realtà; e, tra gli scrittori già noti, Pirandello, Panzini, Grazia Deledda... Altri nomi non mi suggerisce ora la memoria.
Ebbene: che conseguenza possiamo trarre da tutto questo?
Renato Serra, un giovane critico glorioso (glorioso per la sua vita e per la sua morte: ché cadde al Podgora sin dallo scorso luglio, tra i primi martiri della nuova Italia) ha scritto in un suo Esame di coscienza il quale ha visto recentemente la luce per cura della Casa Treves, che la guerra non varrà a mutare la letteratura. La letteratura non cambia. A parte le interruzioni e le pause temporali, come conquista spirituale – dice il Serra – «essa resta al punto a cui l’aveva condotta il lavoro delle ultime generazioni; e, qualunque parte ne sopravviva, di lì soltanto riprenderà, continuerà di lì. È inutile aspettare delle trasformazioni o dei rinnovamenti dalla guerra, che è un’altra cosa: come è inutile sperare che i letterati ritornino cambiati, migliorati, ispirati dalla guerra. Essa li può prendere come uomini in ciò che ognuno ha di più elementare e più semplice. Ma per il resto, ognuno rimane quello che era. Ognuno ritorna – di quelli che tornino – al lavoro che aveva lasciato; stanco forse, commosso, assorbito, come emergendo da una fiumana: ma con l’animo, coi modi, con le facoltà e le qualità che aveva prima».
È vero. La teoria del Serra ha profonde basi nella verità e nell’esperienza del passato. Ma senza giungere alle ultime conseguenze, si può dire che la guerra, se non varrà a suscitare nuova arte e nuova letteratura avrà conseguenze sull’arte che esiste già, sulla letteratura di quest’ora, sempre dato che artisti e scrittori abbiano l’animo bastante a comprendere questa vasta tragedia dell’umanità. Difatti nei tre scrittori nostri che abbiamo prima citato (Pirandello, Panzini e la Deledda) troviamo già adesso i segni di questa commozione umana, i primi effetti dell’urto tra la sanguinosa realtà ed il mondo della loro fantasia.
Non c’è bisogno dunque di credere che la guerra produca ed inizi un nuovo periodo letterario, diviso con un taglio netto da quello che l’ha preceduto. Rinnovamento totale no. Piuttosto qualche influenza sentimentale e spirituale sull’arte di alcuni scrittori.
A questo volevamo giungere col nostro ragionamento, per questo abbiamo citato le belle parole del Serra. E la verità della nostra tesi ci appare anche più limpida appunto per l’esiguo numero degli scrittori che non si sono sentiti totalmente annullati dalla realtà ma che hanno, forse anche insensibilmente, orientato verso di essa la loro arte.
È il caso di Luigi Pirandello: scrittore di razza, aveva sin qui quasi sempre usato una larga indulgenza alle sue visioni umoristiche sino a lasciarsi talvolta prendere la mano dalla caricatura…
Il nuovo romanzo di Luigi Pirandello è la prova più eloquente della nobiltà della sua arte ed è insieme, la prova che egli non s’era definitivamente cristallizzato in una formula, ma s’era riserbato la possibilità di liberarsene e di modificarla secondo le contingenze.
Anche l’arte del Pirandello di fronte alla vasta tragedia che insanguina il mondo non può subire naturalmente (e ne abbiamo esposto prima le ragioni generali) un radicale mutamento. Ma già sin d’ora troviamo in essa più umanità, maggior sentimento del reale, minore o quasi nullo sforzo caricaturale, umorismo pessimistico nel miglior senso, vale a dire vero e grande umorismo, senza falsificazioni e senza esagerazioni. C’è dunque un mutamento vero: e non è piccola cosa.
Il nuovo romanzo di Luigi Pirandello si intitola Si gira..., dalla frase sacramentale che usano gli operatori cinematografici quando cominciano a svolgere la pellicola che deve essere impressionata dalle scene svolte dagli attori. Siamo dunque in un mondo prettamente moderno, quanto di più moderno si possa anzi immaginare, con un pizzico di tendenza futuristica, se possiamo dir così, nel senso che molto ancora a tale mondo riserba l’avvenire. L’ambiente è quello di una grande società cinematografica, la «Kosmograph», ambiente curiosissimo, perché in parte ancora nuovo al lettore, ambiente che nella realtà è diventato uno dei dominatori e dei propulsori della vita moderna, come sappiamo tutti. Quale commediografo di grido, quale poeta, quale grande attore, quale bellissima attrice sdegnerebbero oggi di comporre, di ridurre, di posare per il cinematografo?
Luigi Pirandello ha dipinto questo ambiente con mirabile perizia, con scrupolosa esattezza. Ne ha fatto una perfetta cornice dentro la quale si svolge il rapido passionale dramma che culmina in una scena di grande potenza tragica.
Il Pirandello nel libro non appare. Non scrive in terza persona. Ma riproduce le memorie dell’operatore Serafino Gubbio, il quale dal suo posto di muto osservatore getta su tutto il mondo che gli sta davanti il riflesso del suo pessimismo profondamente umano. Perché Serafino Gubbio è un filosofo: un filosofo strano e originale, ma un filosofo, il quale considera la vita sempre dall’alto della sua macchinetta e sa rimanere impassibile, direi quasi, più di Diogene antico. Che cosa sono io? – egli si chiede. – Nient’altro che una mano che gira...
L’arte di Luigi Pirandello ha sapute trarre da questo ambiente per sua natura frivolo e superficiale, effetti di passione e di sentimento quali egli sin qui non ci aveva dato.
II narratore è divenuto meno ironista e più raccolto, ha perduto la tendenza a forzare la mano ed ha necessariamente acquistato il dominio della realtà. Le due figure di donna da lui dipinte in questo libro son di quelle che non si dimenticano: l’una per la sua passionale e fatale bellezza; l’altra per la sua fresca e profumata ingenuità…
E a ragione un giovane critico scrivendo recentemente del Pirandello nella «Nuova Antologia» non esitava a classificarlo tra coloro che l’avvenire consacrerà tra i migliori scrittori italiani di questo tempo.
¹ Luigi Pirandello, Si gira…, romanzo, – Fratelli Treves, editori, L. 3,50