L’Illustrazione Italiana, 23 aprile 1916
La Madonna di Mamà
(Leggi qui la puntata precedente)
Capitolo XXVI
In nome di Maria
– Che cosa mi è successo? che cosa è successo qui, sulla fronte?
Ed Aquilino raccontò a donna Barberina con esattezza storica tutto quello che era successo, in quel tumulto, sino alla mezzanotte.
– Quella ragazza, decisamente, è impazzita – disse donna Bàrbera.
– Deve essere come una legge naturale, donna Bàrbera, perché tutti, anch’io, andiamo, impazzendo.
Con quell’ematoma su la fronte, non era bello uscir di casa; tanto più che il braccio fu per qualche giorno obbligato al collo.
Bobby volle un duplicato della narrazione; ed Aquilino la ripetè.
– Miss Edith si batteva bene?
– Magnificamente, caro Bobby. Credo che abbia un’unghia, qualcosa di rotto, insomma. Oh, ma roba da nulla.
– Lei ha preso dei bei pugni, professore.
– Senza dubbio, caro Bobby.
– Professore – disse gravemente Bobby,
– se lei avesse imparato proprio bene l’uitsu, o lotta giapponese, invece di pigliarli li avrebbe dati. Non ha mai inteso nominare l’uitsu? Ah! una cosa sublime. Con un colpo di mano, zag, là! si mettono gli avversari in condizione da domandare misericordia; e li può anche ammazzare. Senza armi, ben inteso! Io farei imparare nelle scuole invece del greco.
– È una saggia osservazione la sua, Bobby; e quando sarò ministro, terrò conto della sua proposta. Ma che cosa ha da guardarmi tanto con quegli occhietti, Bobby?
– Glielo devo dire?
– Ma certo.
– Lei mi pare felice di avere preso dei pugni.
– Ma perché, Bobby?
– C’è un non so che nel suo volto...
– C’è questo bernòccolo, infatti…
– Sì, c’è il bernòccolo; ma c’è anche un’aria di felicità che si direbbe che lei ha mangiato il misterioso frutto del loto. Si ricorda, professore, quando lei mi spiegava la storia del delizioso frutto del loto, che non si sa bene che cosa sia?
Aquilino, infatti, sentiva il bisogno di gridare la sua felicità.
Rispose: – Realmente, caro Hobby, sono felice di avere, l’altra notte, sperimentato le mie energie. Io non ho mai dati pugni in vita mia, e credevo che se ne potesse fare a meno. Oggi vado mutando opinione.
– Allora avevo ragione io a volere sempre bastonare Cettivaio…
– Può darsi, caro Bobby.
E vi è stato un infelice poeta, Giacomo Leopardi, il quale osservò melanconicamente che la donna è del tutto inconsapevole dei magici effetti che ella induce sull’uomo con la sua bellezza.
Vero è che Aquilino, trovandosi ora in belle condizioni di salute e di giovinezza, fece, invece, entro sé stesso più lieta osservazione, cioè che l’amore di miss Edith lo faceva cantare, quasi egli fosse stato un rosignolo o un poeta.
Anche l’amore di donna Barberina lo aveva fatto cantare; ma era un’altra canzone. Dunque ogni bella donna possiede una sua forza di ebbrezza per cui l’uomo eleva al cielo la sua canzone? Gran felicità sarebbe allora per l’uomo variare queste ebbrezze così deliziose.
Forse perché miss Edith era giovanetta e nuova, e il tempo era di primavera, certo Aquilino nella selva di sua vita elevava liriche così ben snodate che egli stesso se ne meravigliava.
Aquilino e miss Edith si davano ritrovo in una parte remota dei giardini della città ove erano grandi piante, ed un laghetto, su le verdi acque del quale i cigni andavano biancamente galleggiando.
Ed anche miss Edith era musicale.
Ella diceva: – Tu m’as désiré bien longtemps.
– E perché allora? – domandava Aquilino. – Già, e allora perché... – ripeteva miss Edith.
– Quella volta – diceva ella tutta gioiosa – ti ricordi? cette fois après la Vierge de ta mère, j’ai senti ton baiser s’épanouir sur ma tète penchée... E perché allora non mi hai baciata?
– Già, e allora perché? – ripeteva Aquilino.
Ma il motivo lirico di cui più ella si compiaceva era questo:
– Tu non credevi, di’! che io fossi una... una good girl, una buona fanciulla...
Era un solo verso, ma era inebriante.
Aquilino, invece, spiegava, davanti ai belli occhi estatici di lei, più vario canto.
– Mia cara Edith, vedi come in quest’ora di primavera tutte le cose della terra e del cielo si compongono in pace. Senti la città che va spegnendo i suoi rumori; nessuna voce giunge più; fra queste piante, ed i tuoi occhi, o Editta, brillano dell’incomparabile fulgore delle stelle. Non senti tu che noi siamo le più ricche, le più sovrane creature sotto quelle stelle che fra breve ora si accenderanno lassù? Senza indagare quali impurità sono nella mia vita; senza indagare tu chi sei, io chi sono; senza indagare che cosa sarà domani; senza domandare quali necessità spingeranno me e te; per quali vie dovremo camminare. Noi ci siamo finalmente incontrati. Avevamo i sensi e per molti anni non ci accorgemmo di questo delizioso amore. Ora i miei occhi vedono i tuoi, e tu vedi i miei, e le tue mani sono nelle mie, così senza parlare. O dolce amore senza domani, perché 1’immortalità non ci sommerge così, come le tenebre sommergono tutte le cose create?
Così cantava Aquilino davanti a miss Edith, i senza che egli fosse poeta, così come l’usignolo canta nella selva, come la selva si ingemma di fiori al canto dell’usignolo, come l’insetto splende e vola sui fiori, come l’antèra apre i suoi incensieri, come il verme ara la terra; lavoro senza fine che noi non abbiamo parola per nominare, che a volte chiamiamo vita, a volte chiamiamo morte. Ma chi sa come veramente si chiami?
Certo miss Edith ascoltava e capiva benché Aquilino parlasse in italiano diffuso, e miss Edith parlasse in inglese, in francese e in brutto italiano; ma in amore ci si intende in ogni linguaggio, e, un tempo, ci si intendeva anche in tedesco.
Oh, povero ragazzo, Aquilino! Egli cantava così bene e gli pareva che tutte le cose create stessero, come miss Edith, intente ad ascoltarlo. Ma no, povero ragazzo, alle cose create non importava proprio niente del tuo canto di rosignolo, se non in quanto esso ha facoltà di affrettare la deposizione di un uovo entro il nido. Nient’altro, nient’altro!
– E se ci vedesse donna Barberina?
– Se ci vedesse! Ma cosa importa anche se tutto il mondo ci vedesse?
Più sovente Aquilino si recava nel nido di miss Edith, cioè nel piccolo grazioso quartierino che ella aveva preso in affitto. Un po’trepidante, un po’di nascosto vi si recava. Ma che gioia trovarsi lì! Non si stancava Aquilino di guardare quelle stanzette di miss Edith, che si venivano pudicamente vestendo, un poco per volta, delle prime masserizie.
E talvolta, a testa china, egli era sorpreso lì, nell’appartamento di miss Edith, da questo pensiero:
«Già, le cose stanno così. Far masserizia, fare il nido. Vivere nel nido. E poi? E da prima si è in due. Il protocollo della nostra vita porta che si dorma in un letto grande, nel quale si va a posare la sera; e la mattina ci si sveglia quando la notte si dorme. Su quel letto anche si muore; prima lei, o prima io; o prima io e dopo lei. Su quel letto anche nascono i figli. Ah, i figli! Ecco il frutto del canto di primavera. La fiorita del maggio, ohimè, è scomparsa. Quale legge or ci trascina?
«I figli, perché? Per chi, i figli? Per noi? per nostra consolazione? per loro? per una ecatombe, come in questi tempi? Chi ne sa qualche cosa di sicuro? Fuorché l’ufficio di anàgrafe, nessuno ne sa proprio niente perché si creano i figli!».
– Ma che hai, che hai, – gli chiedeva allora miss Edith, vedendo d’un tratto l’amico così pensieroso, – che hai, my sweet one, mio dolce amore?
– È, è, cara Editta, – diceva Aquilino risentendosi, – che hai ragione tu. Va bene come dici tu: tu hai donato te a me, ed io ho donato me a te. È basta! Io sono, credi, un piccolo idiota!
«Ah, è questo stupido uomo, che appena vede una paglia, pensa a fare il nido, a far le uova. Per il serpe che le verrà a succhiare? È questo stupido uomo! Tu sei ben più saggia di me!».
Così pensava Aquilino nel tempo triste che tutta un’umanità fluiva, scompariva entro la guerra. Le generazioni fluivano verso la guerra. I figli non avrebbero più riveduto i padri.
I gladiatori germanici erano discesi nell’anfiteatro per combattere sino alla morte. Ai popoli d’Europa era necessario combattere.
Ora avvenne che un giorno, in sul finire del giugno, Aquilino si sentì fermare da queste parole:
– Non si salutano più gli amici?
Guardò con occhi aperti: stupì: era un ufficiale, con una tunica nuova fiammante e due gambali lucidi come due tubi nuovi da stufa.
Ma chi lo avrebbe riconosciuto?
Era quel poeta Emme, che non credeva a molto cose, ma forse credeva nell’immortalità.
– Come? lei ufficiale?
– Dammi del tu.
– Be’, e come sei ufficiale?
– Lo sono e basta! T’avverto che sto ancora imparando il saluto regolamentare: Si mette la mano… Aspetta: ho qui in tasca
il manuale: «si mette la mano di scatto alla visiera con le dita ben tese, e si batte un colpo di sproni in segno di omaggio». Ma questo poco importa. L’importante è che non mettiamo il piede in troppi falli, Ti saluto perché, in settimana, partirò per Peschiera, «forte e bell’arnese», come tu sai.
Aquilino guardava con pupille non bene deste quella vigorosa giovane esuberante figura che offriva così largo bersaglio.
– Pare che tu veda in me un fantasma – disse il poeta. – Voleva andare a salutare donna Bàrbera, ma salutamela tu! Come mi sono divertito quella sera! Bada che è un’impresa quella di far uscire il senatore dalla sua sedia olìmpica! Diceva cose intollerabili; ma tutt’altro che dissennate.
– E allora perché tu vai alla guerra contro i Tedeschi? – domandò Aquilino.
– Bravo! lì quello che anch’io mi sono domandato. Perché vado a fare le fucilate coi Tedeschi? Credi tu alla funzione storica della guerra? Io no! Le cose resteranno, su per giù, come prima. Credi tu che la guerra sia una cosa seria? Dev’essere una cosa seria, perché vedo che si muore. Probabilmente non è che un’enorme sofferenza in tutti, orientata nella pazza insensibilità di pochi. Ma per il resto! Per mio conto, è una cosa da bruti. Credi tu agli eroi? Hai inteso il senatore: nomenclatura! con accompagnamento di musica, qualche volta. Credi tu alle democrazie, spegnimòccoli di ogni alta fiamma? Ci guardiamo come gli Auguri antichi, eh? Allora mi sai dire perché io, perché tanti altri andiamo a farci ammazzare? Trento e Trieste! Sì, bello, ma non è sufficiente ragione. La grande Italia? Mi accontenterei dell’Italia. Odio contro la Germania? Certo un odioso popolo di colossali formiche che vuol ridurre cicale, grilli, rondini a sistema di formiche. È un fatto che io vado ora in guerra contro il colossale popolo delle formiche. Bada però che anche questa non è una buona ragione per andarsi a fare ammazzare.
Un’umanità organizzata a tipo formica, pare il meglio agli occhi di tanti, anche non germanici. Oggi la gira così!
Homo, animal illògicus! Fa, disfà, rifà, e poi? Qualche cosa deve pur fare per consumare i secoli. Volevano, quei signori, sgrassare l’Inghilterra? Forse avevano ragione. E allora? Per me è una causa imponderabile. Chiamiamola Sacramento. Ma sarà bene non far guerra col Sacramento! E quello che io sento, mi pare che lo senta anche il popolo, perché il popolo italiano è un popolo che se anche bestemmia, ha ancora della religione; e benché il popolo d’Italia sia un po’straccione, è un popolo di cavalieri. E benché l’Italia sia la patria del troppo eloquente Dottor Balanzone, molti vi sono in Italia che silenziosamente e virtuosamente operano senza paura. Così è! Facciamo la guerra perché siamo cavalieri, perché abbiamo gentilezza. Semplicemente!
– E le Muse? – domandò Aquilino.
– Le Muse le ho ignominiosamente respinte. Esse ci hanno dilettato anche troppo! Però ieri sera ne venne una e per carità, su la punta della spada brunita, mi ha pregato di accettare questi due versi.
Ed il poeta in mezzo alla via, con voce di metallo, come batte la grandine, disse: batti sul Cesare folle, distrùggine il seme, o Signore, Cristo risorto, percuoti chi uccise entro noi la pietà.
Ciao! Se i Lanzichenecchi del Nord non mi foreranno il ventre, verrò poi a combattere i Lanzichenecchi qui in Italia. Salutami donna Barberina, e un bacio al bimbo.
Ed Aquilino si vide solo in mezzo la via. Gli pareva di vedere il sano cuore di quel poeta palpitar rosseggiante nel mezzo del petto.
E aveva pur fatto la cura di Mitridate!
Ma quando i giorni furono pieni, anche Aquilino fu travolto da quella religione o elevazione. Vestiva l’assisa militare e lo specchio gli rimandava la immagine con l’abito militare. Era realmente lui.Era anche lui cavaliere. «Volete essere mio cavaliere» gli aveva pur chiesto miss Edith.
Bobby aveva voluto vestire l’assise del giovanetto-esploratore; saltava al collo di Aquilino e gli diceva:
– Portami Trento e Trieste!
– In che modo? Per pacco postale, ragazzo mio?
Bobby cantava per le stanze come un fringuello:
O Trieste, o Trieste del mio cuore,
Ti verremo, ti verremo a liberar!
Chi gliela aveva insegnata quella canzone?
Ma ad Aquilino veniva su un groppo quasi di pianto. Caro, piccolo Bobby! E quando Aquilino passava, gli apriva gli usci, e si metteva in posizione di Attenti !
– Non capisco però, professore, – diceva Bobby – perché lei sia semplice soldato. Perché non fa la domanda per passare ufficiale? Sa come sarebbe più bello!
– Lo so, caro Bobby. Ma ti prego di prendermi per quello che sono.
Ed anche con miss Edith, si era scusato se non si presentava nell’elegante assisa dell’ufficiale, – Cara Edith, l’ufficiale deve comandare, e per comandare. bisogna sentire la missione. Ora io sento la necessità di fare come gli altri, di partecipare alla guerra. Ma la missione non la sento, cara Edith.
Fra donna Bàrbera ed Aquilino erano seguite scene dolorose e lunghe. Ella non voleva assolutamente; non voleva! – Ah io
non credevo che il professore fosse così amato dalla mamma di Bobby! Ti ricordi di quel giorno della lezione di grammatica?
Ma Bobby, un giorno, presente Aquilino, aveva detto alla mamma:
– Mamà, quando il signor professore tornerà, tu lo potresti sposare. Era tanto amico del povero paparone!
– Eh, eh! che parole son queste, figlio mio?
– Io so tutto, mamà.
In verità egli sapeva molte cose, ma non tutte. Non sapeva, ad esempio, che Aquilino vedeva finalmente gli occhi vitrei, spalancati di Don Ippolito, marchese di Torrechiara, chiudersi in pace e perdono. Non sapeva che Aquilino sentiva che non era facile servire due padroni, duobus servire dominis. Chè, se avesse saputo tutto, Bobby avrebbe corretto, duabus servire dominàbus.
E donna Bàrbera si acquetò anche lei in quella specie di fatalità che prendeva un po’ogni persona.
Il giorno che ad Aquilino fu recato l’ordine di partire, si recò da miss Edith, e le parlò così: – Mia cara amica, io sono molto felice, e sono oggi molto loquace, come un eroe di Omero. Rimarrà, cara Edith, sempre materia di discussione se sia meglio morire nel colmo dei guai, o nel colmo delle felicità. Io preferisco il secondo dei casi, senza dire che non è certo se morirò. Una vita discretamente felice la mia, cara Editta! Sapere che vi sono cattive azioni e non averne commesse di gravi; aver studiato da avvocato e non aver fatto l’avvocato; non aver dati dispiaceri né a papà né a mamà, i quali non han fatto a posta a mettermi al mondo. Cara fanciulla, io conserverò il profumo dei tuoi baci, finché potrò. Ed anche di donna Barberina. Ma sì! perché non posso, oggi, non essere sincero.
I vostri baci sono come le cene dei grandi filosofi antichi, deliziose nel giorno che si celebrano, ed anche il giorno dopo. Non ho dovuto faticare a far testamento; non lascio eredità. Ma ti porto questo involto. E tu lo conserverai. È la Madonna di mamà. Non è la Madonna indorata dei sacerdoti, è la nemica di ciascun crudele, è la Madonna che calca il serpente, che difende gli infanti. È la stella del mattino, colei che cammina sopra le acque. Io non so come andranno le cose. So che noi entrammo in guerra nel mese di maggio, che è il mese di Maria. Dunque noi marciamo nel nome di Maria. Cara fanciulla, se le cose andranno bene, vorrà dire che esiste ancora una banca dove le cambiali dell’ideale sono ammesse allo sconto; ed è la banca di Maria.
Ed Aquilino sciolse l’involucro e depose la Madonna scura sul mobile nuovo di miss Edith.
E poi aggiunse:
– Quando mamà andava in chiesa nel mese di maggio! È un bel canto, sai, quello del maggio nelle nostre chiese! Il maggio, mia madre, la Madonna, erano tre imagini che vivevano riunite qui, entro di me. Ma qualcosa vi mancava. Ora vi sei tu, e non manca più niente. Tiènci una lampadina davanti, finché ti ricorderai di me. Già, non conta niente. Io so, come te, che è una finzione. Ma che vuoi? Oggi mi pare di vedere assai lucido; e le finzioni che gli uomini hanno creato, valgono più delle loro realtà. Ah! Un’altra cosa ti voglio dire perché oggi son molto eloquente: oggi mi sembra che tutti i lombrichi umani che scavano il cancro dei loro miserabili interessi, debbano scomparire, distrutti dalla fiamma del nostro sacrificio. È una illusione anche questa: ma è così bella!
Mi viene da ridere, caro amore, perché parlo sempre io. Nel racconto di Paolo e Francesca, è sempre Francesca che parla. E adesso parlo sempre io.
E miss Edith lagrimava silenziosamente.
Capitolo XXVI
In nome di Maria
– Che cosa mi è successo? che cosa è successo qui, sulla fronte?
Ed Aquilino raccontò a donna Barberina con esattezza storica tutto quello che era successo, in quel tumulto, sino alla mezzanotte.
– Quella ragazza, decisamente, è impazzita – disse donna Bàrbera.
– Deve essere come una legge naturale, donna Bàrbera, perché tutti, anch’io, andiamo, impazzendo.
Con quell’ematoma su la fronte, non era bello uscir di casa; tanto più che il braccio fu per qualche giorno obbligato al collo.
Bobby volle un duplicato della narrazione; ed Aquilino la ripetè.
– Miss Edith si batteva bene?
– Magnificamente, caro Bobby. Credo che abbia un’unghia, qualcosa di rotto, insomma. Oh, ma roba da nulla.
– Lei ha preso dei bei pugni, professore.
– Senza dubbio, caro Bobby.
– Professore – disse gravemente Bobby,
– se lei avesse imparato proprio bene l’uitsu, o lotta giapponese, invece di pigliarli li avrebbe dati. Non ha mai inteso nominare l’uitsu? Ah! una cosa sublime. Con un colpo di mano, zag, là! si mettono gli avversari in condizione da domandare misericordia; e li può anche ammazzare. Senza armi, ben inteso! Io farei imparare nelle scuole invece del greco.
– È una saggia osservazione la sua, Bobby; e quando sarò ministro, terrò conto della sua proposta. Ma che cosa ha da guardarmi tanto con quegli occhietti, Bobby?
– Glielo devo dire?
– Ma certo.
– Lei mi pare felice di avere preso dei pugni.
– Ma perché, Bobby?
– C’è un non so che nel suo volto...
– C’è questo bernòccolo, infatti…
– Sì, c’è il bernòccolo; ma c’è anche un’aria di felicità che si direbbe che lei ha mangiato il misterioso frutto del loto. Si ricorda, professore, quando lei mi spiegava la storia del delizioso frutto del loto, che non si sa bene che cosa sia?
Aquilino, infatti, sentiva il bisogno di gridare la sua felicità.
Rispose: – Realmente, caro Hobby, sono felice di avere, l’altra notte, sperimentato le mie energie. Io non ho mai dati pugni in vita mia, e credevo che se ne potesse fare a meno. Oggi vado mutando opinione.
– Allora avevo ragione io a volere sempre bastonare Cettivaio…
– Può darsi, caro Bobby.
E vi è stato un infelice poeta, Giacomo Leopardi, il quale osservò melanconicamente che la donna è del tutto inconsapevole dei magici effetti che ella induce sull’uomo con la sua bellezza.
Vero è che Aquilino, trovandosi ora in belle condizioni di salute e di giovinezza, fece, invece, entro sé stesso più lieta osservazione, cioè che l’amore di miss Edith lo faceva cantare, quasi egli fosse stato un rosignolo o un poeta.
Anche l’amore di donna Barberina lo aveva fatto cantare; ma era un’altra canzone. Dunque ogni bella donna possiede una sua forza di ebbrezza per cui l’uomo eleva al cielo la sua canzone? Gran felicità sarebbe allora per l’uomo variare queste ebbrezze così deliziose.
Forse perché miss Edith era giovanetta e nuova, e il tempo era di primavera, certo Aquilino nella selva di sua vita elevava liriche così ben snodate che egli stesso se ne meravigliava.
Aquilino e miss Edith si davano ritrovo in una parte remota dei giardini della città ove erano grandi piante, ed un laghetto, su le verdi acque del quale i cigni andavano biancamente galleggiando.
Ed anche miss Edith era musicale.
Ella diceva: – Tu m’as désiré bien longtemps.
– E perché allora? – domandava Aquilino. – Già, e allora perché... – ripeteva miss Edith.
– Quella volta – diceva ella tutta gioiosa – ti ricordi? cette fois après la Vierge de ta mère, j’ai senti ton baiser s’épanouir sur ma tète penchée... E perché allora non mi hai baciata?
– Già, e allora perché? – ripeteva Aquilino.
Ma il motivo lirico di cui più ella si compiaceva era questo:
– Tu non credevi, di’! che io fossi una... una good girl, una buona fanciulla...
Era un solo verso, ma era inebriante.
Aquilino, invece, spiegava, davanti ai belli occhi estatici di lei, più vario canto.
– Mia cara Edith, vedi come in quest’ora di primavera tutte le cose della terra e del cielo si compongono in pace. Senti la città che va spegnendo i suoi rumori; nessuna voce giunge più; fra queste piante, ed i tuoi occhi, o Editta, brillano dell’incomparabile fulgore delle stelle. Non senti tu che noi siamo le più ricche, le più sovrane creature sotto quelle stelle che fra breve ora si accenderanno lassù? Senza indagare quali impurità sono nella mia vita; senza indagare tu chi sei, io chi sono; senza indagare che cosa sarà domani; senza domandare quali necessità spingeranno me e te; per quali vie dovremo camminare. Noi ci siamo finalmente incontrati. Avevamo i sensi e per molti anni non ci accorgemmo di questo delizioso amore. Ora i miei occhi vedono i tuoi, e tu vedi i miei, e le tue mani sono nelle mie, così senza parlare. O dolce amore senza domani, perché 1’immortalità non ci sommerge così, come le tenebre sommergono tutte le cose create?
Così cantava Aquilino davanti a miss Edith, i senza che egli fosse poeta, così come l’usignolo canta nella selva, come la selva si ingemma di fiori al canto dell’usignolo, come l’insetto splende e vola sui fiori, come l’antèra apre i suoi incensieri, come il verme ara la terra; lavoro senza fine che noi non abbiamo parola per nominare, che a volte chiamiamo vita, a volte chiamiamo morte. Ma chi sa come veramente si chiami?
Certo miss Edith ascoltava e capiva benché Aquilino parlasse in italiano diffuso, e miss Edith parlasse in inglese, in francese e in brutto italiano; ma in amore ci si intende in ogni linguaggio, e, un tempo, ci si intendeva anche in tedesco.
Oh, povero ragazzo, Aquilino! Egli cantava così bene e gli pareva che tutte le cose create stessero, come miss Edith, intente ad ascoltarlo. Ma no, povero ragazzo, alle cose create non importava proprio niente del tuo canto di rosignolo, se non in quanto esso ha facoltà di affrettare la deposizione di un uovo entro il nido. Nient’altro, nient’altro!
– E se ci vedesse donna Barberina?
– Se ci vedesse! Ma cosa importa anche se tutto il mondo ci vedesse?
Più sovente Aquilino si recava nel nido di miss Edith, cioè nel piccolo grazioso quartierino che ella aveva preso in affitto. Un po’trepidante, un po’di nascosto vi si recava. Ma che gioia trovarsi lì! Non si stancava Aquilino di guardare quelle stanzette di miss Edith, che si venivano pudicamente vestendo, un poco per volta, delle prime masserizie.
E talvolta, a testa china, egli era sorpreso lì, nell’appartamento di miss Edith, da questo pensiero:
«Già, le cose stanno così. Far masserizia, fare il nido. Vivere nel nido. E poi? E da prima si è in due. Il protocollo della nostra vita porta che si dorma in un letto grande, nel quale si va a posare la sera; e la mattina ci si sveglia quando la notte si dorme. Su quel letto anche si muore; prima lei, o prima io; o prima io e dopo lei. Su quel letto anche nascono i figli. Ah, i figli! Ecco il frutto del canto di primavera. La fiorita del maggio, ohimè, è scomparsa. Quale legge or ci trascina?
«I figli, perché? Per chi, i figli? Per noi? per nostra consolazione? per loro? per una ecatombe, come in questi tempi? Chi ne sa qualche cosa di sicuro? Fuorché l’ufficio di anàgrafe, nessuno ne sa proprio niente perché si creano i figli!».
– Ma che hai, che hai, – gli chiedeva allora miss Edith, vedendo d’un tratto l’amico così pensieroso, – che hai, my sweet one, mio dolce amore?
– È, è, cara Editta, – diceva Aquilino risentendosi, – che hai ragione tu. Va bene come dici tu: tu hai donato te a me, ed io ho donato me a te. È basta! Io sono, credi, un piccolo idiota!
«Ah, è questo stupido uomo, che appena vede una paglia, pensa a fare il nido, a far le uova. Per il serpe che le verrà a succhiare? È questo stupido uomo! Tu sei ben più saggia di me!».
Così pensava Aquilino nel tempo triste che tutta un’umanità fluiva, scompariva entro la guerra. Le generazioni fluivano verso la guerra. I figli non avrebbero più riveduto i padri.
I gladiatori germanici erano discesi nell’anfiteatro per combattere sino alla morte. Ai popoli d’Europa era necessario combattere.
Ora avvenne che un giorno, in sul finire del giugno, Aquilino si sentì fermare da queste parole:
– Non si salutano più gli amici?
Guardò con occhi aperti: stupì: era un ufficiale, con una tunica nuova fiammante e due gambali lucidi come due tubi nuovi da stufa.
Ma chi lo avrebbe riconosciuto?
Era quel poeta Emme, che non credeva a molto cose, ma forse credeva nell’immortalità.
– Come? lei ufficiale?
– Dammi del tu.
– Be’, e come sei ufficiale?
– Lo sono e basta! T’avverto che sto ancora imparando il saluto regolamentare: Si mette la mano… Aspetta: ho qui in tasca
il manuale: «si mette la mano di scatto alla visiera con le dita ben tese, e si batte un colpo di sproni in segno di omaggio». Ma questo poco importa. L’importante è che non mettiamo il piede in troppi falli, Ti saluto perché, in settimana, partirò per Peschiera, «forte e bell’arnese», come tu sai.
Aquilino guardava con pupille non bene deste quella vigorosa giovane esuberante figura che offriva così largo bersaglio.
– Pare che tu veda in me un fantasma – disse il poeta. – Voleva andare a salutare donna Bàrbera, ma salutamela tu! Come mi sono divertito quella sera! Bada che è un’impresa quella di far uscire il senatore dalla sua sedia olìmpica! Diceva cose intollerabili; ma tutt’altro che dissennate.
– E allora perché tu vai alla guerra contro i Tedeschi? – domandò Aquilino.
– Bravo! lì quello che anch’io mi sono domandato. Perché vado a fare le fucilate coi Tedeschi? Credi tu alla funzione storica della guerra? Io no! Le cose resteranno, su per giù, come prima. Credi tu che la guerra sia una cosa seria? Dev’essere una cosa seria, perché vedo che si muore. Probabilmente non è che un’enorme sofferenza in tutti, orientata nella pazza insensibilità di pochi. Ma per il resto! Per mio conto, è una cosa da bruti. Credi tu agli eroi? Hai inteso il senatore: nomenclatura! con accompagnamento di musica, qualche volta. Credi tu alle democrazie, spegnimòccoli di ogni alta fiamma? Ci guardiamo come gli Auguri antichi, eh? Allora mi sai dire perché io, perché tanti altri andiamo a farci ammazzare? Trento e Trieste! Sì, bello, ma non è sufficiente ragione. La grande Italia? Mi accontenterei dell’Italia. Odio contro la Germania? Certo un odioso popolo di colossali formiche che vuol ridurre cicale, grilli, rondini a sistema di formiche. È un fatto che io vado ora in guerra contro il colossale popolo delle formiche. Bada però che anche questa non è una buona ragione per andarsi a fare ammazzare.
Un’umanità organizzata a tipo formica, pare il meglio agli occhi di tanti, anche non germanici. Oggi la gira così!
Homo, animal illògicus! Fa, disfà, rifà, e poi? Qualche cosa deve pur fare per consumare i secoli. Volevano, quei signori, sgrassare l’Inghilterra? Forse avevano ragione. E allora? Per me è una causa imponderabile. Chiamiamola Sacramento. Ma sarà bene non far guerra col Sacramento! E quello che io sento, mi pare che lo senta anche il popolo, perché il popolo italiano è un popolo che se anche bestemmia, ha ancora della religione; e benché il popolo d’Italia sia un po’straccione, è un popolo di cavalieri. E benché l’Italia sia la patria del troppo eloquente Dottor Balanzone, molti vi sono in Italia che silenziosamente e virtuosamente operano senza paura. Così è! Facciamo la guerra perché siamo cavalieri, perché abbiamo gentilezza. Semplicemente!
– E le Muse? – domandò Aquilino.
– Le Muse le ho ignominiosamente respinte. Esse ci hanno dilettato anche troppo! Però ieri sera ne venne una e per carità, su la punta della spada brunita, mi ha pregato di accettare questi due versi.
Ed il poeta in mezzo alla via, con voce di metallo, come batte la grandine, disse: batti sul Cesare folle, distrùggine il seme, o Signore, Cristo risorto, percuoti chi uccise entro noi la pietà.
Ciao! Se i Lanzichenecchi del Nord non mi foreranno il ventre, verrò poi a combattere i Lanzichenecchi qui in Italia. Salutami donna Barberina, e un bacio al bimbo.
Ed Aquilino si vide solo in mezzo la via. Gli pareva di vedere il sano cuore di quel poeta palpitar rosseggiante nel mezzo del petto.
E aveva pur fatto la cura di Mitridate!
Ma quando i giorni furono pieni, anche Aquilino fu travolto da quella religione o elevazione. Vestiva l’assisa militare e lo specchio gli rimandava la immagine con l’abito militare. Era realmente lui.Era anche lui cavaliere. «Volete essere mio cavaliere» gli aveva pur chiesto miss Edith.
Bobby aveva voluto vestire l’assise del giovanetto-esploratore; saltava al collo di Aquilino e gli diceva:
– Portami Trento e Trieste!
– In che modo? Per pacco postale, ragazzo mio?
Bobby cantava per le stanze come un fringuello:
O Trieste, o Trieste del mio cuore,
Ti verremo, ti verremo a liberar!
Chi gliela aveva insegnata quella canzone?
Ma ad Aquilino veniva su un groppo quasi di pianto. Caro, piccolo Bobby! E quando Aquilino passava, gli apriva gli usci, e si metteva in posizione di Attenti !
– Non capisco però, professore, – diceva Bobby – perché lei sia semplice soldato. Perché non fa la domanda per passare ufficiale? Sa come sarebbe più bello!
– Lo so, caro Bobby. Ma ti prego di prendermi per quello che sono.
Ed anche con miss Edith, si era scusato se non si presentava nell’elegante assisa dell’ufficiale, – Cara Edith, l’ufficiale deve comandare, e per comandare. bisogna sentire la missione. Ora io sento la necessità di fare come gli altri, di partecipare alla guerra. Ma la missione non la sento, cara Edith.
Fra donna Bàrbera ed Aquilino erano seguite scene dolorose e lunghe. Ella non voleva assolutamente; non voleva! – Ah io
non credevo che il professore fosse così amato dalla mamma di Bobby! Ti ricordi di quel giorno della lezione di grammatica?
Ma Bobby, un giorno, presente Aquilino, aveva detto alla mamma:
– Mamà, quando il signor professore tornerà, tu lo potresti sposare. Era tanto amico del povero paparone!
– Eh, eh! che parole son queste, figlio mio?
– Io so tutto, mamà.
In verità egli sapeva molte cose, ma non tutte. Non sapeva, ad esempio, che Aquilino vedeva finalmente gli occhi vitrei, spalancati di Don Ippolito, marchese di Torrechiara, chiudersi in pace e perdono. Non sapeva che Aquilino sentiva che non era facile servire due padroni, duobus servire dominis. Chè, se avesse saputo tutto, Bobby avrebbe corretto, duabus servire dominàbus.
E donna Bàrbera si acquetò anche lei in quella specie di fatalità che prendeva un po’ogni persona.
Il giorno che ad Aquilino fu recato l’ordine di partire, si recò da miss Edith, e le parlò così: – Mia cara amica, io sono molto felice, e sono oggi molto loquace, come un eroe di Omero. Rimarrà, cara Edith, sempre materia di discussione se sia meglio morire nel colmo dei guai, o nel colmo delle felicità. Io preferisco il secondo dei casi, senza dire che non è certo se morirò. Una vita discretamente felice la mia, cara Editta! Sapere che vi sono cattive azioni e non averne commesse di gravi; aver studiato da avvocato e non aver fatto l’avvocato; non aver dati dispiaceri né a papà né a mamà, i quali non han fatto a posta a mettermi al mondo. Cara fanciulla, io conserverò il profumo dei tuoi baci, finché potrò. Ed anche di donna Barberina. Ma sì! perché non posso, oggi, non essere sincero.
I vostri baci sono come le cene dei grandi filosofi antichi, deliziose nel giorno che si celebrano, ed anche il giorno dopo. Non ho dovuto faticare a far testamento; non lascio eredità. Ma ti porto questo involto. E tu lo conserverai. È la Madonna di mamà. Non è la Madonna indorata dei sacerdoti, è la nemica di ciascun crudele, è la Madonna che calca il serpente, che difende gli infanti. È la stella del mattino, colei che cammina sopra le acque. Io non so come andranno le cose. So che noi entrammo in guerra nel mese di maggio, che è il mese di Maria. Dunque noi marciamo nel nome di Maria. Cara fanciulla, se le cose andranno bene, vorrà dire che esiste ancora una banca dove le cambiali dell’ideale sono ammesse allo sconto; ed è la banca di Maria.
Ed Aquilino sciolse l’involucro e depose la Madonna scura sul mobile nuovo di miss Edith.
E poi aggiunse:
– Quando mamà andava in chiesa nel mese di maggio! È un bel canto, sai, quello del maggio nelle nostre chiese! Il maggio, mia madre, la Madonna, erano tre imagini che vivevano riunite qui, entro di me. Ma qualcosa vi mancava. Ora vi sei tu, e non manca più niente. Tiènci una lampadina davanti, finché ti ricorderai di me. Già, non conta niente. Io so, come te, che è una finzione. Ma che vuoi? Oggi mi pare di vedere assai lucido; e le finzioni che gli uomini hanno creato, valgono più delle loro realtà. Ah! Un’altra cosa ti voglio dire perché oggi son molto eloquente: oggi mi sembra che tutti i lombrichi umani che scavano il cancro dei loro miserabili interessi, debbano scomparire, distrutti dalla fiamma del nostro sacrificio. È una illusione anche questa: ma è così bella!
Mi viene da ridere, caro amore, perché parlo sempre io. Nel racconto di Paolo e Francesca, è sempre Francesca che parla. E adesso parlo sempre io.
E miss Edith lagrimava silenziosamente.
(Marina di Bellària, estate del 1915)
F I N E