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 1916  aprile 16 Domenica calendario

Milano in cantina

– Gigi! – Ernestina!
– Cosa c’è?
– Svegliati, tirano le cannonate.
– Gli aeroplani! Bisogna alzarsi e andare in cantina.
– In cantina? Cosa c’è in cantina?
– Pinf! Punf! Panf!
La voce dei mortaretti, concisa nonché espressiva, interloquisce efficacemente negli innumerevoli dialoghi, tutti somiglianti, ripetuti attraverso la città intera, dal centro alla periferia, dai quartieri più eleganti a quelli più poveri. In qualche casa è il marito che sveglia la moglie, in qualcun’altra accade il contrario. Ma in tutt’e due i casi, il dormiglioso o la dormigliosa finiscono col risvegliarsi del tutto all’energico appello dei colpi di mortaretto.
Ouff! Che ora è?
Quasi le cinque.
Un sospiro, un gemito nostalgico.
Si dormiva così bene
Qualchevolta il risvegliato è decisamente
ricalcitrante.
– Ma che aeroplani d’Egitto! Io non mi
muovo, neanche se viene il Kaiser…
E a un nuovo scoppio qualche voce maschile, eminentemente meneghina, risponde lanciando all’ipotetico velivolo nemico un tacitiano:
– Coppet!
Ma i più si rassegnano ad alzarsi. Sguardo di tenero arrivederci alle lenzuola, ricerca affannosa dei vestiti che sembrano farlo apposta a nascondersi per dispetto.
– Il corpetto! Non trovo il corpetto...
– Dove si è cacciato un stivale?
Nelle case dove ci son bambini, l’affaccendamento è a svegliarli, ad accarezzarli perché non piangano, a vestirli, a contarli che non ne manchi uno; poi finalmente, al lume ballonzolante d’una candela, tutta la famiglia, seguita dalla serva sonnacchiosa, s’incammina giù per le scale. Altre processioni somiglianti scendono dai vari appartamenti. Che abbigliamenti fantaisistes, che varietà d’apparizioni! La signorina del secondo piano si è inghiottita freddolosamente nella sua pelliccia da teatro, ma lascia vedere nelle scarpette le nervose caviglie nude; e fa riscontro al signore del terzo, impeccabilmente vestito per le Corse, col paletot corto, il berretto a paraocchi, gli stivali alti... e in mutande. Molte donne e molti bambini somigliano a fagotti informi di panni, tanto si son caricati di scialli, di pastrani, di cuffie, per paura di prender freddo in cantina.
E le cantine, dai pianterreni, spalancano le bocche capaci a ricevere tutta quest’onda di ospiti inopinati. Cantine moderne, dalle pareti di cemento, fredde, candide, vuote, rettilinee; e cantinoni pittoreschi di vecchi alberghi, simili alla cantina di Faust, coi tozzi archi neri, fumosi e ovattati di muffa, nei quali s’intravvedono rotondità panciute di grosse botti, e sfavillii scuri di bottiglie e dondolamenti appetitosi di salsicciotti e prosciutti; e cantine di palazzi dove sembrano risvegliarsi dagli angoli i ritratti degli antenati, e guardar stupiti tutta questa baraonda, come a dire: «Ai tempi nostri non si usava»; e cantine di povere case, dai mattoni smangiati, piene di cianfrusaglie polverose, di vecchi sedili scricchiolanti, meravigliati di essere richiamati in servizio, o, come si direbbe ora, riformati anch’essi; tutte esse vengono occupate dalla folla scendente dai piani superiori, a formare un’effimera Milano sotterranea.
Punto tragica (bisogna dirlo a costo di far dispiacere ai nostri cari ex-alleati), punto terrificata, Milano in cantina. C’è qua e là, sì, qualche malato, sceso in cantina per non costringere gli altri a stargli vicino, qualche viso affilato di sofferenza, intorno al quale è un mormorio di gentilezza compassionevole e premurosa; qualcuno pensa, pietosamente, a qualche viandante che può non aver trovato ricovero; ma tutto finisce lì: per sé non si sbigottisce nessuno.
Qualche bella signora siede, sì, languidamente, aspirando la boccetta dei sali; ma – oh, malignità umana! – non si direbbe che quel languore serva mirabilmente a disegnare le linee suggestive della persona, nelle pieghe ben drappeggiate della veste da camera? Qualche altra è scesa così in fretta che non è neanche arrivata a puntarsi i capelli; ma – oh, linguaccie che siamo! – guardate se non son proprio per caso quelle che hanno i capelli più belli e lunghi, trecce d’oro o d’ebano dondolanti fino alle ginocchia, manti regali, ondulati e sciolti sulle spalle come i capelli di Margherita o di Violetta all’ultimo atto!
Del resto, serenità e calma su tutta la linea. Le donne sorridono teneramente intorno a Bebé che non ha voluto lasciare il suo fantoccio e se lo tien stretto stretto al cuore, o intorno al bimbo di sei anni, già saturo di notizie giornalistiche, che chiede gravemente a sua madre: «Mamma, ma qui siamo salvi dai sommergibili?»; le donne sorridono, con quei sorrisi femminili che mostrano i dentini aguzzi pronti a mordere, davanti alla signora che gira per la cantina, tenendo con aria negletta la borsetta dei gioielli, o davanti alle due vicine che da tanti mesi non discorrevano assieme, e che ora son costrette a star sedute una accanto all’altra, sbuffanti come motori sotto pressione. Guardate questo gruppo di tre belle popole di Porta Ticinese; han portato giù la spiritiera per scaldarsi il caffè nero; poi una delle tre che sa «fare le carte» ha tirato fuori un mazzo, e studia l’avvenire delle amiche.
– A te «ti sta» un giovane bruno; e «ti sta» anche una donna bionda che è gelosa e cerca di portartelo via...
Che a una di loro possa «starci» una bomba gettata da un aeroplano austriaco è cosa che, sempre con buona pace dei nostri cari ex-alleati, non sembra neanche passare per quelle vispe testine. Ma il tipo più divertente è questo musicista, che prima di scendere in cantina, ha raccolto e portato con sé strumento e carte di musica.
– Che non mi avessero a rovinare il violino, per bacco!
E, seduto su una seggiola sgangherata, ha dato ai compagni di cantina un concerto di due ore, Wienawski, Bériot, Tartini, trilli ed arpeggi con nuovissimo accompagnamento di mortaretti lontani e vicini.
– Le campane! Suonano le campane…
– Manco male. Io torno a letto.
– Che! È troppo tardi. Io vado a fare una passeggiata.
Tutti si drizzano, si sgranchiscono. Un bimbo di tre anni, un piccolo profugo triestino che ha dormito placidamente come un angioletto in braccio alla mamma, spalanca i suoi occhioni, si guarda in giro, ha nella sua piccola mente il ricordo vago di qualche partenza, di qualche risveglio improvviso fra gente sconosciuta e sommariamente vestita.
– Andiamo a tasa nosta, mamma? Andiamo a Tieste?
– Ma sì, ma sì – rispondono dolcemente le campane, dall’alto, col loro aereo canto di culla.
Il sole si è levato, veste d’oro la Madonnina, indora le strade che si popolano vivacemente.
– Buon dì, buon dì, Milano, più fresca di prima dopo la notte agitata!
– Buon dì, sole! E che tu non veda mai nulla di meno spaventato di Milano in faccia alle minacce del nemico idiota e feroce!