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 1916  aprile 16 Domenica calendario

Corriere

I discorsi di Bethmann-Hollveg e di Asquith. Re Giorgio d’Inghilterra ai parlamentari francesi. Il nuovo ministro e il nuovo sottosegretario per la guerra. L’inchiesta Crosti e il deficit delle esposizioni. L’anticipo dell’ora legale. Il buio di notte e la carta del cielo. Le donne al governo... in Norvegia.  
Riprendo, dopo una settimana di silenzio. Il salto di un Corriere dimostra una verità, della quale io sono persuaso da un pezzo: i giornali si potrebbero leggere anche ogni quindici giorni!... Dormire una settimana in fila, svegliarsi, leggere il giornale del momento, riaddormentarsi, poi da capo, dopo quindici giorni; e così via!...
Non ci sotto più avvenimenti quotidiani. Gli avvenimenti durano mesi e mesi, senza mutamento di aspetti, attraverso una pesante uniformità. Non vedete la così detta «battaglia di Verdun»? Siamo al cinquantesimo giorno – e le cose sono oggi come erano il 21 febbraio, quando il grande attacco cominciò. Ha avuto un bel magnificare gli attacchi a Verdun il cancelliere Bethmann-Hollweg, nel suo discorsone della passata settimana al Reichstag! Egli avrebbe dovuto trovare – a potere! – qualche cosa di meglio per avvalorare coi fatti le sue affermazioni circa la pretesa pace teutonica!...
Quanti discorsi ha fatti Bethmann-Hollweg da quando è cominciata la gran guerra?... Quanti ne hanno fatti i suoi contradditori?... Come le cose si susseguono rassomigliandosi! «Batti sodo!» – «Pugno di ferro!» – «Collera sacra!» – «Colpi sempre più forti!» – «Martellate insistenti!» E chi più ne ha, più ne metta!...
«Ma noi vinceremo!...» – dice il cancelliere. «Vinceremo noi» – gli risponde Asquith.
In Germania i dirigenti ragionano tutti come Bethmann Holhveg, dalla Norddeutsche Allegemeine Zeitung, che è il suo portavoce, al ministro degli esteri, von Jagow, al nuovo ministro della guerra germanico, Wild von Hohenborn. Sentite questo:
«Preferisco cento metri di trincea al più bello dei discorsi. Con discorsi di vittoria come quelli dei ministri nemici non si finisce questa guerra, ma con forti colpi fuori e con forte volontà di tener fermo dentro. Il motto «tener fermo» non si adatta all’impulso in avanti delle nostre truppe e di tutta quanta la nostra condotta di guerra. Vogliamo ottenere a forza una decisione vittoriosa. Solo se in patria si tiene fermo l’esercito può dare il suo massimo».
La frase che svaluta qualsiasi discorso in confronto di cento metri di trincea è felicissima. Essa svaluta, prima d’ogni altro, il discorso del cancelliere Bethmann-Hollweg.
Il quale ha precisato, fra altro, l’uso che la Germania intende fare del Belgio e della Polonia. Mettiamo nella serie dei documenti queste caratteristiche affermazioni:
«Il Belgio, dopo la guerra, sarà un altro Belgio.
La Polonia, che il funzionario russo lasciò dopo averle in fretta cavato denaro col ricatto, che il cosacco russo lasciò incendiando e rubando, non è più. Perfino membri della Duma dicono apertamente di non poter più immaginare il ritorno del Cinovnik (funzionario russo) sui luoghi ove ora tedeschi, austriaci e polacchi lavorano onestamente per la prosperità del paese.
«Potrebbe Asquith, che parla di principii di nazionalità, supporre che la Germania abbandonerà mai un popolo che essa e la sua alleata liberarono, fra il Baltico e le paludi della Volinia, dalla Russia reazionaria, sia esso polacco, lituano, baltico o lettone? No. La Russia non deve per la seconda volta far marciare i suoi eserciti contro i non protetti confini della Prussia orientale. Non deve fare, col danaro francese, delle terre della Vistola la porta di irruzione nella non tutelata Germania. (Approvazioni.)
«Nessuno crederà neanche che noi, ad occidente, vogliamo sacrificare senza piena sicurezza per il nostro avvenire le terre dove scorse il sangue del popolo. Noi creeremo reali garanzie perché il Belgio non diventi uno Stato vassallo anglo-francese e militarmente ed economicamente un posto avanzato contro la Germania. Anche in ciò la storia non conosce ritorni. Anche colà la Germania non può abbandonare i fiamminghi alla francesizzazione.» (Approvazioni e interruzioni. )
Liebknecht lo ha interrotto, dicendo: «Ma garantite al Belgio uno sviluppo sulla base delle sue lingue e dei suoi costumi?».
Il cancelliere ha continuato:
«Noi vogliamo avere vicini che non si uniscano nuovamente contro di noi per strozzarci, ma con i quali potremo cooperare pel reciproco vantaggio…».
Non si può dire che sia la chiarezza quella che manca al cancelliere tedesco. La chiarezza no; ma gli mancano parecchie altre cose... e glie le ha rammentate argutamente Asquith, replicandogli da Londra, così:
«Quando il Cancelliere si dichiara pronto ad intavolare negoziati, intende in realtà che l’iniziativa debba provenire da noi e la decisione debba spettare a lui. Dovremmo, insomma, assumere l’atteggiamento del vinto verso il vincitore. Ma, siccome non siamo vinti (applausi) e non saremo vinti (fragorosi applausi) e gli Alleati sono uniti da un solenne patto che li obbliga a non cercare, a non accettare una pace separata, le sole condizioni a cui siamo disposti a far la pace si riassumono in una semplicissima formula: il conseguimento degli scopi per cui prendemmo le armi.
«Non riporremo la spada nel fodero sinché la dominazione militare della Prussia non sarà stata interamente e definitivamente distrutta. La Gran Bretagna, come la Francia, entrò in guerra non per strangolare la Germania, non per spazzarla via dalla carta dell’Europa, non per distruggere o mutilare la sua esistenza nazionale, né certo per impedirle il libero esercizio delle sue pacifiche attività. Fummo, invece, costretti ad entrare in guerra per impedire alla Germania, che per questo rispetto significa alla Prussia, di conquistare una posizione di minaccia militare e di predominio sui suoi vicini. (Applausi)
«In varie occasioni, durante l’ultimo decennio, la Germania aveva rivelato la propria intenzione di dettar legge all’Europa sotto la minaccia della guerra,e colla violazione della neutralità del Belgio fornì al mondo la prova della sua determinazione di stabilire il proprio predominio a prezzo di una guerra universale e della distruzione delle basi del trattato su cui poggiava la politica dell’Europa. Lo scopo degli Alleati è di sventare questo tentativo, ed in tal modo di aprire l’adito ad un sistema internazionale che assicuri il principio dell’eguaglianza dei diritti per tutte le nazioni civili. (Approvazioni) Come conseguenza della guerra, intendiamo stabilire il principio che i problemi internazionali debbano essere risolti mediante liberi negoziati fra popoli liberi, in condizioni eguali, e che tale soluzione non possa essere più turbata e sconvolta dalle arroganti pretese di un Governo dipendente da una casta militare. (Fragorosi applausi). Ecco quello che intendo per distruzione del predominio militare della Prussia: niente di più, ma niente di meno».
Il duello oratorio Bethmann Hollweg-Asquith è molto più chiaro del duello a cannonate sulla Mosa, attorno a Verdun e ad Ypres…
Ma da esso risulta anche, chiaramente, che se i termini di una parte e dell’altra sono espliciti, il riuscire ad intendersi non sarà né facile, né sollecito. Quindi, guerra, ancora guerra, malgrado il desiderio, il bisogno di pace – guerra nella quale l’Inghilterra ha ora affermato nuovamente la sua ardente partecipazione adottando rapidamente un bilancio di spesa per quarantacinque miliardi, ed approvando, senza incertezze, tutto,un nuovo programma di imposte!...
La fiducia nella vittoria immancabile degli Alleati l’ha espressa molto altamente, molto felicemente re Giorgio d’Inghilterra ricevendo, ieri l’altro, i senatori e deputati francesi andati a Londra a fraternizzare coi colleghi britannici.
Re Giorgio ha detto – fra altro:
«Qui voi come gli altri Alleati, troverete che il popolo di quest’isola, senza distinzione di razze, di classi e di partiti, è unanime nella decisione di continuare la guerra fino a che non svanisca per sempre la minaccia, che per tanto tempo ha oscurato il cielo di Europa, e che ha smentito nel mondo intero le promesse di una pacifica civiltà.
«Signori! Le Potenze che stanno per realizzare questo compito non hanno soltanto fondate le loro alleanze sugli interessi che sono loro comuni e cioè tanto a noi, a voi, alla Russia, all’Italia, al Giappone, al Portogallo, quanto ai paesi così duramente colpiti, come il Belgio, la Serbia e il Montenegro; esse hanno pure fondata la loro alleanza sopra una devozione agli stessi ideali. La libertà e la pace sono state fedelmente servite dalla vostra Repubblica; la libertà e la pace sono state servite dal popolo britannico da un capo all’altro del mondo, qui conte nelle colonie. I benefici della libertà e della pace noi li desideriamo per noi stessi e li desideriamo anche per gli altri paesi. É nella loro propagazione attraverso il mondo che scopriremo le migliori speranze avvenire per l’umanità.
«Per questo lottiamo al vostro fianco animati dalla convinzione, forte oggi come non mai e di giorno in giorno più salda, che la vittoria coronerà la causa del diritto».
E mi fermo qui – per oggi – coi discorsi. Non ne mancheranno in avvenire, data una guerra nella quale se tuonano incessantemente le bocche da fuoco, tuonano incessantemente, in brindisi e in discorsi polemici, anche le bocche dei ministri, dei generali e dei sovrani!...
Ornano questo numero i ritratti del nuovo ministro per la guerra, generale Morrone, e del nuovo sottosegretario di Stato dello stesso dicastero, generale Alfieri. Questo mutamento corrisponde ad un fenomeno già ripetutosi in Francia, in Russia, in Germania. La guerra non abbatte solamente sui campi dove gli eserciti si affrontano; la guerra consuma ugualmente coloro che stanno lontano dal fronte a prepararla, ad alimentarla, a rifornirla. È questa una responsabilità che, se non supera, certamente uguaglia quella di chi deve preparare i piani strategici e dirigere le operazioni tattiche. Vi è un logorio morale e fisico forse maggiore in chi sta lontano e deve amministrare con una responsabilità i cui effetti arrivano fino sui campi di battaglia e nelle trincee – che non in chi pensando e lavorando faticosamente trovasi sul ritemprante teatro dell’azione immediata. Ciò spiega come, in Italia non pure, ma anche in Francia, in Russia, in Germania i mutamenti di ministri responsabili nei dicasteri militari siansi ripetuti, senza significare, per questo, sfiducia in coloro che se ne sono allontanati. Il generale Gallieni si è ritirato fra l’unanime considerazione, non diversamente dal nostro generale Zupelli. Questi va a ritemprarsi sui campi dell’azione. È il più bell’elogio che si possa fargli. Quanto al nuovo ministro, generale Morrone, l’elogio primo viene dall’espressione di quel suo volto vivace, sorridente, sereno – la serenità che i giornali di Roma hanno così espressamente segnalata e felicitata. Ne sono contenti, a quanto pare, anche i socialisti della sua città nativa – Torre Annunziata. Apprendendo l’elevazione del concittadino, il municipio, che è in mano ai socialisti, ha issata la bandiera, ha fatta l’illuminazione, con buona pace del deputato socialista del luogo, che vota contro il ministero e contro la guerra. A quei reggitori municipali socialisti là ne verranno, probabilmente, dei guai dagl’intransigenti del partito; ma meglio essere tribolati per avere fatto festa ad un brav’uomo come il generale Morrone, che per avere tra mani una molto imbrogliata matassa da dipanare come l’inchiesta Crosti ed i pasticci dell’Annona che travagliano il municipio socialista di Milano.
Sunt lacrymae rerum – un poco come la faccenda dei sedici milioni e mezzo di disavanzo che il governo italiano ora deve pagare per le famose esposizioni di Roma e di Torino del 1911. Nazionalisti e socialisti volevano un’inchiesta parlamentare: il governo non l’ha concessa, e la Camera l’ha respinta. Una frase felice l’ha trovata un funzionario superiore del ministero dei lavori pubblici – il commendatore Rocco – che già ebbe da investigare su codesto deficit fenomenale:
«fu probabilmente un errore di proporzioni!...».
Questa frase – si può prevederlo – salverà la situazione; e meriterà di essere accolta nel celebre libro «sulla fortuna delle parole!...».
La guerra fra i mutamenti recati nella vita dei popoli belligeranti, viene ora a mettere l’anticipo dell’ora legale. L’hanno adottato in Germania, con effetto dalla mezzanotte del 30 aprile, che non terminerà con la mezzanotte, ma con le ore 11 o 23 che dir si voglia. E pare che l’adotteranno anche in Inghilterra e in Francia. Non è una proposta nuova. Essa fu già ripetutamente davanti al Parlamento inglese.
In Australia e nel Canadà i legislatori hanno preceduto quelli della madre patria – giacché in quei due paesi là, ogni anno, all’inizio della primavera, gli orologi vengono messi un’ora avanti – e vengono riportati indietro ai ventuno di settembre, principio dell’autunno.
La cosa è semplicissima; ed ognuno che sia mattiniero – come, per esempio sono io, e come debbono essere tutti coloro che lavorano – ne vede subito la praticità. Questa mane mi sono alzato alle 5, e, malgrado la pioggia e le nubi spinte dal vento impetuoso, ci si vedeva abbastanza da poter anche credere che fossero le 6. Ebbene, con l’anticipo dell’ora legale sarebbero state addirittura le 6. Così sarebbero state anticipate tutte le relative abitudini giornaliere; l’operaio sarebbe andato all’officina alle 7, che sarebbero state, col vecchio stile, le 6; ma ne sarebbe uscito alle 11, che sarebbero col nuovo stile, le 12. Il mondo non muterebbe la sua vita, ma si finirebbe col godere il più estesamente possibile le ore di luce diurna, riducendo praticamente il consumo della luce artificiale nelle ore notturne. Col nuovo sistema, alzandoci alle 5, che diventerebbero le 6, noialtri, – viventi nelle buone abitudini – andremmo a letto alle 9, che diventerebbero le 10: le ore del sonno sarebbero le medesime come quantità, ma, la sera, tanta luce artificiale di meno consumata.
Una relazione al Parlamento francese calcola per questo spostamento dell’ora legale un’economia complessiva di cento milioni all’anno in spese d’illuminazione!... Non ne saranno contente le società produttrici di gas e di luce elettrica, ma la cosa potrà finire col far piacere a chi paga. A Milano, del resto, anche senza l’ora legale è stato abbondantemente provveduto: la riduzione della luce notturna è in piena attuazione, e c’è del buio per tutti i gusti, per gl’innamorati, come per i ladri!... Forse ne sono contenti anche gli astronomi. Pace o guerra, essi levano i telescopi al cielo, e lavorano in pace... se le nubi lo permettono!...
È uscito appunto ora il secondo volume del grande Atlante celeste. Un’opera colossale, alla direzione della quale sta la specola Vaticana. Niente di più giusto, trattandosi della fotografia del cielo!... La specola Vaticana dovrà pubblicare in tutto dieci volumi, da mille carte ciascuno. Altri dieciotto osservatori – dei più notevoli del mondo – che collaborano con la Vaticana – dovranno pubblicarne ciascuno altrettanti. Così, l’Atlante del cielo, consterà di centottanta volumi!... E siamo tanto pieni di superbia noialtri, abitatori della Terra, il cui atlante comprende appena venti carte... in formato tascabile!...
L’atlante del cielo non potrà essere compiuto che fra cento anni – a far presto. E allora, l’umanità, speriamolo, sarà più degna della contemplazione delle stelle. Le nazioni saranno disciplinate nelle loro relazioni dall’arbitrato internazionale, quale il ministro Asquith lo ha ieri l’altro invocato; e nei paesi godenti le gioie della vera libertà governeranno, probabilmente, le donne, come ha deliberato la settimana scorsa il Parlamento di Norvegia. Cosa diverrà mai il mondo, con le donne ministresse?!... A che cosa sia arrivata la politica degli uomini lo dicono i fatti quotidiani. Forse per questo lo Storting di Cristiania con 91 voti contro 14 ha modificata la costituzione dicendo: «Vengano le donne!...» Ma la Norvegia è paese neutrale!...

12 Aprile