L’Illustrazione Italiana, 16 aprile 1916
Intermezzo di romanzi
È lecito – guerra nazionale e internazionale durando – parlar di romanzi?
Pare di sì perché se ne stampano e, presumibilmente, se ne leggono. Dicono anzi che se ne leggono volentieri, romanzi e novelle che non parlino, che non sappiano di guerra. Certo coloro che la guerra la fanno, nei momenti in cui hanno tempo di leggere, chiedono libri che offrano alla fantasia immagini diverse da quelle, grandiose ma monotone, che la realtà impone loro. Parrebbe dunque che la letteratura così detta amena abbia trovato il miglior modo di compiere il suo ufficio patriottico-militare a beneficio dei connazionali mobilitati e territoriali: metter su dei posti di conforto estetico, con bevande dolci, senza stilla di alcool guerresco. Non è molto, ma è forse più sincero – per molti autori – offrir della letteratura alla guerra che far con la guerra della letteratura.
Un intento così modesto confessa uno dei primi libri del genere che abbiano fatto la loro comparsa dopo la nostra partecipazione alla guerra europea: non altro che «dar con esso riposo e distrazione agli animi trepidanti» dice troppo umilmente l’autore – d’accordo con l’editore – delle Novelle prima della guerra, Luciano Zùccoli. Lodevole discrezione di uccello che primo fa riudire il suo canto nella pausa dell’uragano: ma anche onesta confessione di artista che riconosce nell’arte sua una speciale tonalità specialmente disforme dalle intonazioni severe di tempi tragici. Prima «si poteva ridere e sorridere, trastullarsi o arrovellarsi nelle piccole vicende della vita piccola; oggi non più». Il novelliere che ha scritto queste parole sente dunque, come uomo, la tremenda variazione che la guerra ha imposta alla nostra vita: fa quasi una promessa per ciò che egli scriverà dopo. Intanto egli ha il diritto di essere giudicato con l’animo con cui lo avremmo giudicato anche noi prima.
Si potrebbero dunque anche per queste novelle ripetere quelle approvazioni che l’arte di Luciano Zùccoli ha tante volte ben meritate. Anche questo giornale [il Marzocco] ha avuto spesso occasione di rilevare quanta forza di sincerità e quanta commozione di vita si palesi nelle favole di questo operoso e pensoso – più che non si creda – scrittore. Chi ha scritto una dozzina fra romanzi e volumi di novelle ha il diritto di continuare sé stesso senza la pretesa di rinnovarsi ogni volta. Continui, anche nelle sue espressioni minori: continui anche lo Zùccoli minore, quello che se dalla realtà di un mondo futile coglie uomini e passioni mediocri, sa come coglierle con arte non mediocre.
C’è in una di queste novelle un personaggio che dice: «La nostra vita è falsa e sfuggente». Falsa è troppo: sfuggente forse sì. Dal mezzo osservato sembra che un non so che di sfuggente sia passato anche nell’arte del narratore. Sfugge qualche cosa delle situazioni e dei contrasti in cui si agitano le sue creature: con abilità di artista consumato pare che lo Zùccoli quasi si compiaccia di lasciarli sfuggire senza troppo sforzo, dai grovigli dei casi in cui li ha collocati. Si capisce che, rivedendole oggi, tutte insieme, codeste sue creature, le abbia giudicate da meno del solito. E che abbia pensato che codesti casi e codeste persone potessero esistere soltanto in un tempo di comoda pace, quello di ieri. In questo senso le Novelle prima della guerra potrebbero anche rimanere un libro documentario, ammesso ben inteso che l’umanità spicciola di domani abbia un rilievo molto superiore all’umanità spicciola di ieri. Oggi – dato lo scopo per così dire pratico e consolatorio che si propongono – sono una lettura consigliabilissima agli spiriti turbati, poiché evitano di aggiungere turbamento a turbamento: e anche questa è un’arte.
È un’arte a cui evidentemente non tiene Luigi Pirandello. Egli, stampando a guerra aperta, non ha bisogno di chiedere scusa per ciò che ha scritto prima della guerra. So che anch’egli sente la grandezza della crisi che tortura il mondo. Ma si capisce che, per quanto profondi questa crisi, egli possa pensare che nulla, essa può sopra la sua visione e sopra la sua arte. Tutto ciò che avviene, per quanto avvenga in grande, è nuovo atteggiamento di quei casi umani che egli ora mai interpreta e sente tutti secondo un suo pensiero e un suo sentimento. Guerra e pace sono contingenze per la umanità che egli vede ineluttabilmente tragica. La tragedia che egli estrae dalla infinita materia umana offerta alla sua fantasia è la tragedia perenne dell’uomo lacerato dentro dall’antitesi fra l’ideale e il reale, fra due nemici mortali che non potranno fare mai pace, come un giorno o l’altro la dovranno fare i nostri nemici con noi. Dentro qualunque caso per quanto particolare, dentro qualunque creatura per quanto minuscola egli cerca non un gesto, una parola interessante, ma l’intima ragione della vita, tutta la vita. Che cos’è la vita? Un nulla doloroso.
L’ultima novella, epònima, della Trappola illumina tutto il tragico nichilismo del Pirandello. Non solo nessuno può dire di vivere perché vivere significa morire un poco ogni giorno, ma la morte s’inizia nascendo: chi nasce entra nella trappola, in una convenzione, nella suprema delle convenzioni che è la personalità individuale, «mentre la vita è flusso incandescente e indistinto». I vivi non sono che morti i quali sentono e soffrono di essere morti.
Ma evidentemente continuano ad aspirare alla vita. Se così non fosse, nulla avrebbe nemmeno da narrare il romanziere, che invece ha tanti casi nuovi, impreveduti, da raccontarci, tante novelle e tanti romanzi. La fantasia mobile, inquieta, del Pirandello in questi suoi nuovi racconti e nel nuovo romanzo: Si gira... sembra divenuta ancora più inquieta assillata da una specie di frenesia. È la lucidità febbrile dell’insonnia che corre, come una corrente elettrica, in un attimo grovigli complicati di fili: un tormento di immagini dissolventisi e sovrapponentisi che par di non poterle seguire nella mutazione vertiginosa. Ma invece tutto è detto, tutto è preciso, fermo in parole ferme, lucide: è l’arte di questo scrittore che ha qualche cosa di negromantico.
E di cinematografico perché no? Poiché la vita vera non gli sembra più vera di quella meccanizzata dal cinematografo. È lo spunto del romanzo: Si gira... Serafino Gubbio, l’operatore cinematografico, che narra per conto del romanziere il romanzo, è la manovella impassibile che raccoglie le immagini di supposti drammi, combinati da meccanici inventori per pubblici meccanici. Socialmente egli vale solo per quella sua abilità di girare a tempo la manovella: tutto il resto, la sua vita, è superfluo. E anche gli altri personaggi del romanzo sono più o meno condannati alla stessa tortura; ad agire per ciò che non sono e a non poter vivere per ciò che sono: tutte vite perdute per ragion della vita. Così ognuno diventa la caricatura di sé stesso: la una lugubre comicità che non gli deriva dalle situazioni bizzarre in cui il romanziere lo pone, ma da questa fatalità: tragica interiore di non poter essere quello che è. Fortuna che non sene avvedono; ma ne soffrono un tormento chiuso che, li fa, secondo i casi, tristi o vili: il loro dolore è la spia della loro fatale assurdità. «Chi vive, quando vive, non si vede: vive... Veder come si vive sarebbe uno spettacolo ben buffo!...». Ecco la ragione del così detto umorismo di Pirandello: egli vede la vita dal di fuori della vita; da una specie di assoluto logico ne contempla la strana illogicità. Impassibile vorrebbe essere come Stefano Gubbio, la manovella: e invece ne soffre tanto più quanto meno si permette di compiangere i tormenti veri che straziano tanta inconsapevole falsità. Ci sono certi mali fisici che sembra di poterli attutire tormentando la parte ammalata: così la filosofia e l’arte di Pirandello attutisce quella che egli sente essere la malattia della vita tormentandola, esasperandola. «La filosofia – egli dice – è come la religione: conforta sempre, anche quando è disperata, perché nasce dal bisogno di superare un tormento e anche quando non lo superi, il porselo davanti, questo tormento, è già un sollievo per il fatto che, almeno per un poco, non ce lo sentiamo più dentro».
Tutto questo può essere vero e può essere falso come tutte le cose che si pensano. Ma è in ogni modo un’attitudine che offre allo scrittore la possibilità di comprendere e rendere tutta la vita, non quella di una classe sociale piuttosto che di un’altra, non qualche specie di vizio e di passione, ma tutte le passioni e tutti i vizi. È vasta come la vita codest’arte perché comprende la vita in funzione della morte: si compiacerà specialmente d’invenzioni in cui la tragedia è più chiusa e più opaca; le tragedie saranno sempre senza catarsi; ma è una visione e un’arte di cui la guerra italiana ed europea non possono variare una linea, e di cui il romanziere non può farsi un caso di coscienza per il sopravvenire di qualunque tragedia esterna, perché, è già in sé quanto è possibile tragica.
Vedranno i critici del 2000 se codesto particolare nichilismo del Pirandello sia riferibile alle speciali condizioni di assurdità in cui si è angustiata la vita europea fino all’agosto del 1914, o se invece la verità più verosimile della vita in genere sia sempre quella – dura come uno scheletro – che la penetrazione angosciosa di questo scrittore ha rivelato. E probabilmente anche allora ci sarà chi la penserà in un modo e chi nell’altro. Ma non si potrà dimenticare che gl’intelletti più penetranti della realtà sono stati in ogni tempo pessimisti e spesso umoristi: tragicus et comicus si disse Niccolò Machiavelli. La vita è parsa sempre dolorosa a chi, vivendola, ha avuto il dono terribile di sentirla vivere.
«La vita scissa nel tormentoso dualismo della sensazione e del pensiero riflesso…». Se ne preoccupa anche un altro romanziere che può sperare di sopravvivere, anche col suo romanzo, alla crisi della guerra: Moisè Cecconi, l’autore, oggi, del Taccuino perduto. Romanzo di parvenza autobiografica espresso per diari e meditazioni. Così autobiografico che potrebbe essere un diario vero, perché ci sono pagine e meditazioni che, per il romanzo e anche per la psicologia dell’immaginario diarista, sono superflue.
In un romanzo interiore, in cui i casi contano meno dell’atmosfera che li colora, è difficile dire quello che è indispensabile e quello che è superfluo. Specialmente quando il caso è sottile come in questo Taccuino: il caso di un giovane, innamorato di una signorina con la quale potrebbe regolarmente fidanzarsi, se non preferisse ritardare il passo decisivo perché egli è di quelli «che amano il viaggio più che l’arrivo». Ma, viaggiando, incontra anche la sorella della fidanzata e, per certe coincidenze di cui; gli esperti della verità umana non si faranno meraviglia, arriva – diciamo – a una stazione a cui con l’animo innamorato dell’altra non vorrebbe arrivare. Ma la vera amata ne muore.
Niente altro, ma molto, e difficile a dirsi specialmente da parte del... colpevole, e a dirsi – come è detto – con squisita castità. È il merito del Taccuino perduto; una innocenza sincera da creatura anteriore al peccato originale, una inesauribile freschezza di sensazioni. Dove moralizza dice cose giuste ma anche, a furia di esser giuste, poco nuove: dove soltanto sente e vede ha veramente un’immediatezza di impressione che è rara tra i nostri romanzieri. Senza darsi l’aria del primitivo, anzi perché si crede complesso, l’immaginario scrittore di questo diario ha la calda forza di un sangue incorrotto.
Qualità artistiche sulle quali la guerra, mi auguro, non avrà nulla da cambiare, come nulla avrebbe cambiato, se fosse venuta prima, nell’invenzione della favola: essendo più che verosimile che, anche dopo, gli uomini saranno sempre soggetti alle insidie che i sensi tendono all’anima.
Conclusioni sulla letteratura romanzesca in tempo di guerra? Nessuna. O questa: che non è ancora tempo di mettere in rapporto i due fatti. Una bella favola è all’infuori della realtà che si chiama la guerra. È questione tutta personale del romanziere se, guerra durando, abbia il cuore di scriverne delle altre. All’invasione di Carlo VIII il Boiardo troncò l’Orlando innamorato: ma oggi l’invasione germanica pare definitivamente fermata dal territorio reale e ideale che abbiamo il bisogno e il dovere di sentir tutto nostro, anche per scriverci i nostri romanzi e le nostre novelle.
Luciano Zuccoli, Novelle prima della guerra, Milano, Treves, L. 3,50.
Luigi Pirandello, La trappola, Milano, Treves, L. 3,50 – Si gira… Milano, Treves, L. 3,50
I. D. F., Il Tuccuino perduto, pubblicato da Moisè Cecconi, Milano, Treves, L. 3,50