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 2016  agosto 31 Mercoledì calendario


Senza governo le cose in Spagna vanno alla grande: il Pil cresce, lo spread scende e le aperture di bar per le Tapas hanno superato le chiusure

I gufi però sono già in azione. Il motivo? Semplice: senza un primo ministro le cose – in Spagna – vanno a gonfie vele: il Pil cresce a ritmi da tigre asiatica (+3,2% le previsioni 2016), a luglio sono stati creati 84mila posti di lavoro, lo spread con i Bund è più basso di quello dell’Italia. E per la prima volta da otto anni – la prova regina del benessere ritrovato – le aperture di bar per le Tapas hanno superato le chiusure. Squadra che vince – anche quando la squadra non c’è – non si cambia. E un pezzo del paese, malgrado le preoccupazioni di Bruxelles, spera in gran segreto nel flop di Rajoy e in nuove elezioni – previste il giorno di Natale – per continuare a sognare.
Antonio Arroyo, 24 anni e una laurea in economia aziendale mai sfruttata («Mi barcameno con collaborazioni saltuarie») è uno dei tanti fan di questa strana anarchia iberica. «La politica ha fallito. Siamo orfani del bipolarismo. In questi giorni i partiti litigano persino su dove sedersi in Parlamento. Io vedo i fatti – dice bevendo un bicchiere di bianco in un bar a fianco del Prado – da quando la Spagna non ha più medici al capezzale sta molto meglio!». Lui – a dire il vero – non ne ha beneficiato troppo («Sono al verde, tra due giorni parto per fare la vendemmia a Martignol in Francia, prendo 2mila euro in tre settimane»). I numeri però sembrano dargli ragione.
Il limbo della politica non ha frenato i consumi, saliti del +4,9% a luglio. Le banche – salvate nel 2012 da 40 miliardi della Ue – «hanno ripreso a dar soldi ad aziende e cittadini», festeggia il segretario di Stato all’economia Inigo Fernandez Nemesa. Il tempo – governo o non governo – sta cicatrizzando persino le ferite della “Burbuja del Ladrillo”, la bolla del mattone che ha messo in ginocchio il paese nel 2008: «Due anni fa qui vivevano 3mila persone. Ora siamo 8mila e nessuno ci chiama più “gli spettri della città fantasma”», ride Angela Lambea, grafica di 34 anni e fresca acquirente per 98 mila euro di un appartamento di 100 metri quadri alla Sesena, la mega-speculazione del palazzinaro Francisco Hernando Contreras, al secolo “El Pocero” (lo spurgafogne). Lui è fallito, la sua (ex) cattedrale nel deserto a sud della capitale è finita sul groppone delle banche. E proprio ora, con buona pace dei 254 giorni senza premier, sono rispuntati gli acquirenti a riempire gli spazi vuoti: «Io e mio marito abbiamo ritrovato lavoro a tempo indeterminato a gennaio – racconta Angela – con il primo stipendio abbiamo fatto il mutuo e ci siamo messi un tetto sulla testa».
Un caso? I profeti della stabilità e del dirigismo, impegnati in queste settimane a picconare il mito del paese acefalo e felice, sono sicuri di sì. «Il buon stato di salute dell’economia spagnola è figlio dell’inerzia dei provvedimenti di un esecutivo, quello di Rajoy, che ha funzionato», dice Paolo Vasile, consigliere delegato di Mediaset España (ritornata agli utili degli anni pre-crisi). La riforma del mercato del lavoro – una sorta di Jobs Act in salsa iberica – «ha reso Madrid più conveniente di Francia e Germania», assicura Joachim Hintz, direttore finanziario della Seat (Vw). Risultato: i big dell’auto hanno investito miliardi nel paese che è diventato il secondo produttore d’Europa assorbendo parte degli esuberi del settore costruzioni. Altro che pilota automatico: «Il boom dell’industria delle quattro ruote e dell’export è merito del lavoro dell’ultimo esecutivo – si autopromuove Fernandez Nemesa – niente è dovuto al caso». Certo, la fortuna ha dato una mano: le crisi in Egitto, Africa del Nord e Turchia hanno regalato una stagione d’oro al turismo (+12,7% gli arrivi) e «in Costa Blanca ad agosto non si trovava un letto a pagarlo oro», come giura Carola Valls di Visit Benidorm. «Ma con un governo in carica – è certo Miguel Cardoso, capoeconomista della Bbva – il Pil 2016 sarebbe cresciuto del 3,5%».
Non tutto quel che luccica, ovviamente, è oro. Molti nodi sono ancora da sciogliere: la disoccupazione viaggia al 20% (era al 26%), il lavoro creato è spesso precario «e l’abolizione di quella riforma è la nostra priorità appena saremo al governo», giura Pedro Sanchez, leader dei socialisti del Psoe, strizzando l’occhio a Podemos. Entro metà ottobre c’è da presentare il budget (con nuovi tagli) alla Ue. E le Cassandre predicano prudenza: «La paralisi politica ha ridotto del 19,6% gli investimenti in opere pubbliche. Prima o poi la “fiesta” di questi mesi finirà», vaticina l’associazione costruttori. Magari avranno ragione. Ma lo ripetono da metà gennaio. E il sogno della Spagna felice che fa fiesta e vola con il pilota automatico – per ora – è ancora realtà.