L’Illustrazione Italiana, 9 aprile 1916
La Madonna di Mamà
(Leggi qui la puntata precedente)
Capitolo XXIV
Il the delle cinque.
Erano tornati da quel viaggio: stava per tornare la primavera, e a donna Barberina non pareva ammissibile che con la primavera dovesse, anche in Italia, venire la guerra.
Aveva fatto bene miss Edith ad andare a star da sola nel suo quartierino! Ogni momento, e la guerra! e quando marciate? e cosa fa l’Italia…?
Adesso la sentiva più di rado quella ragazza. Ma quando veniva all’ora del the, e ancora la guerra, e l’Italia che non si muove…
– L’Italia, cara Edith – disse donna Barberina – farà quello che crederà meglio di fare. Vedo intanto che a voi altri vi affondano quasi una corazzata al giorno: e, scusate, non è lusinghiero.
– Meglio che affondino le corazzate che l’onore – aveva ribattuto miss Edith.
Oh, un’insopportabile ragazza.
Se non ci fosse stato il viaggio di mare con tutti quegli affondamenti, donna Barberina aveva pensato all’America. Rimaneva libera sempre la Spagna, dolce paese senza più storia: ma era venuta a sapere che la Spagna era tutta pei Tedeschi. Non dicevano in Ispagna che il Kaiser era cattolico e che aveva promesso di venire, glorioso e vincitore in Ispagna a regalare la spada alla Madonna del Pilar? Spaventoso quel Kaiser! Maomettano coi Turchi, cattolico con gli Spagnuoli... La Svizzera! Ma per la Svizzera non doveva passare quel milione di Bavaresi, di cui parlava il senatore? Andare a Roma dal Papa, ecco! Ma si diceva che anche il Papa voleva andar via da Roma. E gli affitti? e le possessioni? e i denari alle Banche? Donna Bàrbera passava lunghe ore col suo ragioniere.
Aquilino, con tutta la buona voglia di confortare donna Bàrbera, non sapeva che dire se non che il tempo gli sembrava chiuso, molto chiuso da tutte le parti.
È che Aquilino si trovava in uno stato di squilibrio che non osava confessare nemmeno a se stesso.
Ah, i fine o’clock della marchesa erano diventati molto melanconici!
Il commendatore X***, come uomo politico, era, invece, molto sicuro di sé, ed era quegli che più confortava donna Barberina.
– Si persuada, donna Bàrbera – diceva il commendatore – che è tutto un retroscena, una montatura massonica. Passerà, passerà...
– E cosa salta in mente adesso al D’Annunzio di venire in Italia? Stava così bene in Francia...
Qui il commendatore non sapeva che rispondere, se non che i poeti sono disordinati loro, e mettono il disordine dappertutto.
(Quel poeta era, infatti, venuto di Francia in Italia a destare il gran fantasma di Roma).
– Ma lasciatela stare Roma, che appartiene alla storia antica – diceva donna Barberina.
– La guerra dichiarata, per un poeta! Enorme, inaudito! – esclamava il commendatore, agitando le palme in alto, qua e là dalle orecchie.
– Però anche loro, i Tedeschi – diceva donna Bàrbera – lo potevano lasciare in pace questo povero mondo, che già, dite quello che volete, lo avevano in mano tutto, loro.
– Eh, un popolo giovane, marchesa.
– Anche lei, col popolo giovane. Anche la teppa è giovane; ma non è una buona ragione.
E intanto avvenivano cose che se don Ippolito, marchese di Torrechiara, invece di essere morto, fosse stato in vita, avrebbe ordinato di sellare un caval di battaglia, e forbire una lancia: o, per lo meno, sarebbe morto più consolato.
Molti Dodò, Jean, Carletti, che solevano fare elegante sostegno agli stipiti delle buvettes, non si vedevano quasi più.
Ufficiali, ufficiali, ufficiali! imberbi la più parte: eretti, ridenti, eleganti nell’assisa grigia. uno più bello dell’altro. Come l’Italia possedeva tanta giovinezza? Se fosse venuta la guerra, erano i destinati alla prima morte. Eppure pareva che dovessero vivere perennemente.
Un poco per volta l’Università fu deserta. Gli studenti tumultuavano, quasi ogni sera.
Aquilino aveva il còmpito di fare un po’di cronaca per donna Barberina; ma era un cattivo cronista.
Un giorno aveva veduto il piccone che lavorava in fretta sull’acciottolato. Che è? Riaccordo tramviario con l’ospedale militare. Dunque di lì sarebbero passati i feriti.
Ebbe la strana impressione che tutta la gente lì intorno parlasse più sommessamente.
Lo stupiva il vedere nel gran sole di maggio passare ancora per le vie le donne eleganti: donne dipinte, occhi di magnifiche civette, gambe quasi nude. «Non vedono esse il vessillo nero che sventola sul mondo?».
Una domenica, di gran sole, Aquilino aveva veduto passare un battaglione di volontari al ritorno degli esercizi.
Erano studenti, suoi compagni d’Università, erano professionisti, esuli, qualche ragazzo, qualche testa grigia, qualche faccia di aristocratico, qualcuno della plebe; ma in tutti una gravità, un silenzio, un’elevazione, una parificazione, una purificazione.
Italiani che non sorridono più! E gli nacque questo pensiero: «Questa è la guerra contro la giovinezza del mondo. È la guerra del popolo che non sorride contro gli umani che possedevano ancora la virtù del sorriso».
Passavano intanto gli armati e i vessilli. I vessilli parevano confusi col cielo. Aquilino guardò nel cielo per vedere quale cosa invisibile passasse davanti al sole: un grande orifiamma, come nel giorno del Signore.
Passarono, e il loro passaggio aveva arrestato il moto della via, come per incantesimo; e soltanto dopo che furono passati, carrozze, tram, uomini, ripresero il loro moto.
I pensieri davano al giovane una sensazione di spasimo, perché ogni pensiero vagava sincero per conto proprio; si componeva, si scomponeva: ma non se ne formava un sistema, dentro cui l’anima si acquetasse.
E rivedendo con la mente quegli uomini del popolo che marciavano in armi con quegli aristocratici, si domandava: «Quei miserabili cosa sperano di guadagnare con la guerra?».
La consueta vita degli uomini era turbata: i fili della vita interrotti, chiusa la Borsa, non più scambi, chiusi per paura delle dimostrazioni, i negozi; quasi ogni sera, tumulti fra quelli che volevano la guerra, e quelli che la guerra non volevano.
«Eppure certamente verrà il giorno – pensava, – verrà il giorno che gli operai della vita riallacceranno i fili della vita interrotti: la Borsa, gli scambi, le corse, i caffè folgoranti».
Eppure queste cose avverranno: nella lingua del sì, o nella lingua del ja.
Ma avverranno queste cose!
E quelli che saranno morti? La loro madre non li rifarà più; e il loro nome scomparirà dalla memoria degli uomini. «La madre tua non ti rifarà una seconda volta, se tu muori, o Aquilino».
Questo ragionamento era saggio. E pur con questo saggio ragionamento. Aquilino sentiva vergogna della sua giovinezza, ed evitava la comunione con gli altri giovani...
«E quegli altri là, i Tedeschi, non muoiono?» – si domandava allora.
Mostruoso pensiero! Gli pareva che quegli altri là non dovessero veramente morire, ma che dovessero poi rinascere in quella compattezza e perfetta materialità del loro popolo immenso.
«Ah, quale espiazione per noi che sognammo anime libere e giustizia migliore! Non l’han dichiarato quelli là che, pel bene del mondo, intendono ridurre il mondo alla loro materialità e compattezza? Combattere allora è necessario, dar morte e morire. Ma come posso, io, Aquilino, diventare omicida?».
E un’altra volta aveva veduto passare, per una delle vie principali, una schiera di scolari, scolaretti, scioperanti dalla scuola: tricolore in testa, gridando l’Italia s’è desta. Iddio la creò.
Sfilavano fra la indifferenza e gli occhiacci dei bottegai, agli sporti dei loro negozi. Ve n’erano di quelli piccini, che parevano come timidi di passare, con quella loro picciolezza e con quel gran grido l’Italia s’è desta, fra tutte quelle persone grosse, serie, mute, o che dicevano: «Ma andate a scuola, ragazzi».
«A scuola, a scuola!», voleva dire anche lui, ma nulla disse, e svoltò per un vicolo, per non vedere, per non sentire. Provava una pena, come un approssimarsi di pianto.
– Ma lei, caro professore – diceva donna Barberina ad Aquilino in presenza degli altri – mi fa della filosofia sentimentale, invece che far della cronaca.
E da sola a solo gli diceva: – È inutile, è inutile, sei un sentimentale anche tu. Ma già è forse per questo che ti voglio tanto bene. Uh!
E con la mano bianca gli dava uno strattone al ciuffo dei capelli, e glieli arruffava tutti.
S’aprì un po’di spiraglio alle speranze di donna Barberina in quei due o tre giorni, su la metà del maggio, quando parve delinearsi un mutamento netto del Governo.
Aquilino fu ancora pregato di andare a spasso a fare della cronaca.
– Rivoluzione? – diceva il commendatore. – Ma no! Milano la attende da Roma, e Roma da Milano. Un po’di tumulto, quel po’di tumulto che è necessario per la precipitazione in fondo delle particelle agitate... Oh, un colpo abile!
– Chi sa cosa succede adesso nella reggia di Roma – diceva donna Bàrbera.
– Un colpo inabile – diceva Aquilino – un colpo maldestro, un colpo villano. L’uomo del potere, come un rozzo chauffeur al volante, crede di abbattere, come al solito, il solito impedimento: un ministero. Non ha calcolato un impedimento più serio: la nazione.
– Ma non faccia della metafisica – disse il commendatore.
Apparve sulla soglia del salotto miss Edith. Gli occhi le luccicavano stranamente. Pareva anelante da lunga corsa. Aveva un supplemento di giornale.
Il Re aveva confermato il ministero di prima.
Era la guerra.
– Vatti un po’, cara... – disse donna Barberina.
Il the delle cinque.
Erano tornati da quel viaggio: stava per tornare la primavera, e a donna Barberina non pareva ammissibile che con la primavera dovesse, anche in Italia, venire la guerra.
Aveva fatto bene miss Edith ad andare a star da sola nel suo quartierino! Ogni momento, e la guerra! e quando marciate? e cosa fa l’Italia…?
Adesso la sentiva più di rado quella ragazza. Ma quando veniva all’ora del the, e ancora la guerra, e l’Italia che non si muove…
– L’Italia, cara Edith – disse donna Barberina – farà quello che crederà meglio di fare. Vedo intanto che a voi altri vi affondano quasi una corazzata al giorno: e, scusate, non è lusinghiero.
– Meglio che affondino le corazzate che l’onore – aveva ribattuto miss Edith.
Oh, un’insopportabile ragazza.
Se non ci fosse stato il viaggio di mare con tutti quegli affondamenti, donna Barberina aveva pensato all’America. Rimaneva libera sempre la Spagna, dolce paese senza più storia: ma era venuta a sapere che la Spagna era tutta pei Tedeschi. Non dicevano in Ispagna che il Kaiser era cattolico e che aveva promesso di venire, glorioso e vincitore in Ispagna a regalare la spada alla Madonna del Pilar? Spaventoso quel Kaiser! Maomettano coi Turchi, cattolico con gli Spagnuoli... La Svizzera! Ma per la Svizzera non doveva passare quel milione di Bavaresi, di cui parlava il senatore? Andare a Roma dal Papa, ecco! Ma si diceva che anche il Papa voleva andar via da Roma. E gli affitti? e le possessioni? e i denari alle Banche? Donna Bàrbera passava lunghe ore col suo ragioniere.
Aquilino, con tutta la buona voglia di confortare donna Bàrbera, non sapeva che dire se non che il tempo gli sembrava chiuso, molto chiuso da tutte le parti.
È che Aquilino si trovava in uno stato di squilibrio che non osava confessare nemmeno a se stesso.
Ah, i fine o’clock della marchesa erano diventati molto melanconici!
Il commendatore X***, come uomo politico, era, invece, molto sicuro di sé, ed era quegli che più confortava donna Barberina.
– Si persuada, donna Bàrbera – diceva il commendatore – che è tutto un retroscena, una montatura massonica. Passerà, passerà...
– E cosa salta in mente adesso al D’Annunzio di venire in Italia? Stava così bene in Francia...
Qui il commendatore non sapeva che rispondere, se non che i poeti sono disordinati loro, e mettono il disordine dappertutto.
(Quel poeta era, infatti, venuto di Francia in Italia a destare il gran fantasma di Roma).
– Ma lasciatela stare Roma, che appartiene alla storia antica – diceva donna Barberina.
– La guerra dichiarata, per un poeta! Enorme, inaudito! – esclamava il commendatore, agitando le palme in alto, qua e là dalle orecchie.
– Però anche loro, i Tedeschi – diceva donna Bàrbera – lo potevano lasciare in pace questo povero mondo, che già, dite quello che volete, lo avevano in mano tutto, loro.
– Eh, un popolo giovane, marchesa.
– Anche lei, col popolo giovane. Anche la teppa è giovane; ma non è una buona ragione.
E intanto avvenivano cose che se don Ippolito, marchese di Torrechiara, invece di essere morto, fosse stato in vita, avrebbe ordinato di sellare un caval di battaglia, e forbire una lancia: o, per lo meno, sarebbe morto più consolato.
Molti Dodò, Jean, Carletti, che solevano fare elegante sostegno agli stipiti delle buvettes, non si vedevano quasi più.
Ufficiali, ufficiali, ufficiali! imberbi la più parte: eretti, ridenti, eleganti nell’assisa grigia. uno più bello dell’altro. Come l’Italia possedeva tanta giovinezza? Se fosse venuta la guerra, erano i destinati alla prima morte. Eppure pareva che dovessero vivere perennemente.
Un poco per volta l’Università fu deserta. Gli studenti tumultuavano, quasi ogni sera.
Aquilino aveva il còmpito di fare un po’di cronaca per donna Barberina; ma era un cattivo cronista.
Un giorno aveva veduto il piccone che lavorava in fretta sull’acciottolato. Che è? Riaccordo tramviario con l’ospedale militare. Dunque di lì sarebbero passati i feriti.
Ebbe la strana impressione che tutta la gente lì intorno parlasse più sommessamente.
Lo stupiva il vedere nel gran sole di maggio passare ancora per le vie le donne eleganti: donne dipinte, occhi di magnifiche civette, gambe quasi nude. «Non vedono esse il vessillo nero che sventola sul mondo?».
Una domenica, di gran sole, Aquilino aveva veduto passare un battaglione di volontari al ritorno degli esercizi.
Erano studenti, suoi compagni d’Università, erano professionisti, esuli, qualche ragazzo, qualche testa grigia, qualche faccia di aristocratico, qualcuno della plebe; ma in tutti una gravità, un silenzio, un’elevazione, una parificazione, una purificazione.
Italiani che non sorridono più! E gli nacque questo pensiero: «Questa è la guerra contro la giovinezza del mondo. È la guerra del popolo che non sorride contro gli umani che possedevano ancora la virtù del sorriso».
Passavano intanto gli armati e i vessilli. I vessilli parevano confusi col cielo. Aquilino guardò nel cielo per vedere quale cosa invisibile passasse davanti al sole: un grande orifiamma, come nel giorno del Signore.
Passarono, e il loro passaggio aveva arrestato il moto della via, come per incantesimo; e soltanto dopo che furono passati, carrozze, tram, uomini, ripresero il loro moto.
I pensieri davano al giovane una sensazione di spasimo, perché ogni pensiero vagava sincero per conto proprio; si componeva, si scomponeva: ma non se ne formava un sistema, dentro cui l’anima si acquetasse.
E rivedendo con la mente quegli uomini del popolo che marciavano in armi con quegli aristocratici, si domandava: «Quei miserabili cosa sperano di guadagnare con la guerra?».
La consueta vita degli uomini era turbata: i fili della vita interrotti, chiusa la Borsa, non più scambi, chiusi per paura delle dimostrazioni, i negozi; quasi ogni sera, tumulti fra quelli che volevano la guerra, e quelli che la guerra non volevano.
«Eppure certamente verrà il giorno – pensava, – verrà il giorno che gli operai della vita riallacceranno i fili della vita interrotti: la Borsa, gli scambi, le corse, i caffè folgoranti».
Eppure queste cose avverranno: nella lingua del sì, o nella lingua del ja.
Ma avverranno queste cose!
E quelli che saranno morti? La loro madre non li rifarà più; e il loro nome scomparirà dalla memoria degli uomini. «La madre tua non ti rifarà una seconda volta, se tu muori, o Aquilino».
Questo ragionamento era saggio. E pur con questo saggio ragionamento. Aquilino sentiva vergogna della sua giovinezza, ed evitava la comunione con gli altri giovani...
«E quegli altri là, i Tedeschi, non muoiono?» – si domandava allora.
Mostruoso pensiero! Gli pareva che quegli altri là non dovessero veramente morire, ma che dovessero poi rinascere in quella compattezza e perfetta materialità del loro popolo immenso.
«Ah, quale espiazione per noi che sognammo anime libere e giustizia migliore! Non l’han dichiarato quelli là che, pel bene del mondo, intendono ridurre il mondo alla loro materialità e compattezza? Combattere allora è necessario, dar morte e morire. Ma come posso, io, Aquilino, diventare omicida?».
E un’altra volta aveva veduto passare, per una delle vie principali, una schiera di scolari, scolaretti, scioperanti dalla scuola: tricolore in testa, gridando l’Italia s’è desta. Iddio la creò.
Sfilavano fra la indifferenza e gli occhiacci dei bottegai, agli sporti dei loro negozi. Ve n’erano di quelli piccini, che parevano come timidi di passare, con quella loro picciolezza e con quel gran grido l’Italia s’è desta, fra tutte quelle persone grosse, serie, mute, o che dicevano: «Ma andate a scuola, ragazzi».
«A scuola, a scuola!», voleva dire anche lui, ma nulla disse, e svoltò per un vicolo, per non vedere, per non sentire. Provava una pena, come un approssimarsi di pianto.
– Ma lei, caro professore – diceva donna Barberina ad Aquilino in presenza degli altri – mi fa della filosofia sentimentale, invece che far della cronaca.
E da sola a solo gli diceva: – È inutile, è inutile, sei un sentimentale anche tu. Ma già è forse per questo che ti voglio tanto bene. Uh!
E con la mano bianca gli dava uno strattone al ciuffo dei capelli, e glieli arruffava tutti.
S’aprì un po’di spiraglio alle speranze di donna Barberina in quei due o tre giorni, su la metà del maggio, quando parve delinearsi un mutamento netto del Governo.
Aquilino fu ancora pregato di andare a spasso a fare della cronaca.
– Rivoluzione? – diceva il commendatore. – Ma no! Milano la attende da Roma, e Roma da Milano. Un po’di tumulto, quel po’di tumulto che è necessario per la precipitazione in fondo delle particelle agitate... Oh, un colpo abile!
– Chi sa cosa succede adesso nella reggia di Roma – diceva donna Bàrbera.
– Un colpo inabile – diceva Aquilino – un colpo maldestro, un colpo villano. L’uomo del potere, come un rozzo chauffeur al volante, crede di abbattere, come al solito, il solito impedimento: un ministero. Non ha calcolato un impedimento più serio: la nazione.
– Ma non faccia della metafisica – disse il commendatore.
Apparve sulla soglia del salotto miss Edith. Gli occhi le luccicavano stranamente. Pareva anelante da lunga corsa. Aveva un supplemento di giornale.
Il Re aveva confermato il ministero di prima.
Era la guerra.
– Vatti un po’, cara... – disse donna Barberina.