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 1916  aprile 09 Domenica calendario

Lettere dal Trentino. Voci di Katzenau

Roncegno, marzo
Si odono ogni tanto nella Valsugana delle voci che giungono dai campi di concentramento austriaci. Vengono talvolta da Linz, ma sopratutto da Katzenau dove sono stati raccolti in gran numero gli internati di queste vallate; vengono attraverso la Svizzera dopo un interminabile giro che dura quasi sempre un mese, ed arrivano sotto forma di cartoline postali passate sotto il visto della censura austriaca.
Sono, la maggior parte delle volte, voci lievi e concise, si potrebbe dire anche voci sbiadite, perché la sorveglianza sulle corrispondenze degli internati li obbliga a dar notizie sommarie ed incolori, ma talvolta in due righe sole e scritte con tono indifferente si indovinano palpiti angosciosi di nostalgia e sconfinati desideri di libertà. Quando la posta arriva portando qualcuna di queste voci lontane, il paese lo sa in un momento; le comari se lo raccontano dall’una all’altra casa, e la cartolina vien letta da tutti gli amici e conoscenti che se la passano come un cimelio caro: sono poche parole soltanto, ma fa tanto piacere rivedere i caratteri d’un amico prigioniero; è come se ce lo lasciassero vedere per un istante attraverso ad uno spiraglio.
C’è chi gioisce di queste voci, e c’è anche chi patisce, perché non tutti ricevono questi poveri e pur consolanti segni dei loro amati, né tutti sanno dove i loro parenti internati si trovano. Saranno a Linz? o ad Innsbruk? o a Katzenau? Saranno sani o almeno vivi ancora? E chi lo sa! Sono mesi e mesi che non scrivono e sembrano morti tanto sono muti, tanto sono tagliati fuori da tutta la loro vita e dalla terra natia che sorride di redenzione.
In questi casi, per queste povere famiglie ignare, quanta amarezza deve dar la notizia che un’altra famiglia riceve notizie sia pure ogni tanto, e sa almeno che i suoi familiari sono ancora al mondo. Quanto non si darebbe, talvolta, per una sola parola?
Anche in questa consuetudine triste e pur dolce delle corrispondenze dai campi di concentramento, arrivano i momenti di festa, di gioie improvvise ed inaspettate. Ciò accade quando gli internati riescono a spedire di nascosto lettere o fotografie.
Ah! non sempre la accanita censura dei guardiani costringe a limitare il proprio desiderio di dar notizie ai suoi; non sempre gli esiliati sono costretti a tacere ogni loro sentimento per dir solo: – Sto bene, mandatemi denari; – avviene anche il caso che qualche lettera scritta di nascosto nelle baracche fumose e nelle ore di più intensa malinconia, riesca a varcare la catena che serra gli internati nella loro grande prigione, a passare il confine austriaco e giù per il Gottardo a scendere fino alle case aspettanti per dire finalmente tutto quello che il cuore sente, in uno sfogo di sincerità e di dolore.
Allora si può sapere come vivono gli internati e come i loro carcerieri li trattano, e la lettera interessa tutti coloro che hanno parenti laggiù, ed è come se fosse indirizzata al paese intero e scritta da tutti i disgraziati prigionieri. Ricevere lettere simili è una grande consolazione ma è anche insieme un grande dolore, perché le descrizioni sono sempre storie dolorose di patimenti e di sofferenze morali, levano la speranza che nei campi di concentramento vi sia un po’di quella benevolenza pietosa che neanche la guerra riesce a spegnere nelle anime buone.
Sono lettere scritte certamente colle lacrime agli occhi e coll’ansia di essere scoperti, lettere che anche dove arrivano lasciano un solco di pianto ed il cuore pieno di amarezza profonda.
Un vecchio padre mi ha data la lettera del figlio, portatagli a mano attraverso mille furtive maniere; la lettera è lunga sei fitte pagine ed io ne tolgo i brani più interessanti per rivelar la vita degli internati. Ogni tanto, si sa, qualche persona della diplomazia neutrale o del clero va in missione ufficiale a veder come sono organizzati i campi di concentramento, a studiare le deficienze e rendersi conto delle manchevolezze. La missione parte annunciata qualche giorno prima, trova un ambiente abilmente preparato, come un palcoscenico al momento della rappresentazione. Poi torna e proclama: gl’internati sono trattati bene e con umanità. Voci accademiche, quelle, artificiose e, pur essendo in perfetta buona fede, false.
La umile lettera dell’operaio di Valsugana che scrive al padre la sua vita grama, quanta maggiore efficacia ha, e come appare sincera! Sentitelo:
«Le narro un po’della miserabile vita che facciamo in questi brutti paesi», dice l’internato, ed enumera le condizioni materiali di quella esistenza: «Per ogni baracca di cento persone ci danno un quintale di carbone al giorno, e con quello bisogna riscaldare un ambiente lungo 40 metri e largo 12, con una infinità di fessure attraverso alle quali si passa con una mano. Inoltre il carbone deve esserci portato da un porto del Danubio distante un’ora e noi dobbiamo pagarne il trasporto, o portarcelo da noi.
«Se poi vogliamo comperarci qualche cosa per mangiare dobbiamo pagare il pane 12 soldi un pezzetto che da noi valeva un soldo, il burro a sette corone il chilo, la farina a 1.30 e il prosciutto a 17 lire!».
Le condizioni di questi internati non sono davvero liete specialmente se si pensi che per vivere in tale ambiente ogni persona riceve; oltre al vitto una corona al giorno. Il vitto è definito brutalmente così dallo scrittore della lettera: «il nostro mangiare è schifoso, e consiste in orzo a mezzogiorno, orzo alla sera e alla mattina un po’di sbrodiglia calda che chiamano caffè!».

*

Vi possono essere, per gli austriaci, delle scuse, e si può dire che se ai prigionieri vieti dato l’orzo è perché il grano non abbonda nell’impero convulso. Si può anche concepire che i prezzi dei cibi sieno da strozzini, poiché dovunque vi sono agglomeramenti forzati di persone, i negozianti che li hanno tra le unghie diventano quasi sempre sciacalli. Ma la lettera dell’internato, ed è una delle più semplici e miti di quelle che arrivano, cita fatti che non hanno precedenti se non nella Capanna della zio Tom.
«Racconto un fatto successo ad un mio amico di Trento, continua la lettera, ad un certo Guido Margoni. Una bella sera questo mio amico un po’alterato dal vino circa le nove si recava alla sua baracca per dormire e quando arrivò alla distanza di circa cento passi dalla baracca gli venne intimato l’alt da un caporal maggiore. Il Margoni non ci fece caso, ed allora il caporal maggiore (certo Sartori, da Casotto di Folgaria) vedendo che l’internato proseguiva estrasse il revolver e tirò al Margoni un colpo colpendolo alla spina dorsale con pallottole di calibro 11, quindi se ne andò. Il ferito fu raccolto un’ora dopo, fu portato all’ospedale dove venti giorni dopo morì lasciando la vedova e un figlio. Il caporal maggiore non fu punito».
Ecco una storia che porta il corredo di nomi e cognomi, e che è un documento classico della vita nei campi di concentramento. Ce ne meraviglieremo? No davvero; è di ieri la notizia che l’Austria distribuisce, anzi noleggia, alle famiglie dei suoi coloni i nostri prigionieri riducendosi così alla funzione di negriero che fornisce servi della gleba per la sua terra e buoni campioni di razza per le sue donne; è d’ogni giorno il rovesciamento dei valori morali che i nostri nemici compiono a danno della umanità, e la cosa comincia a diventar normale nonostante la ripugnanza che desta.
Ma fa un gran senso di compassione pensare alla triste vita degli internati che non hanno avuto neanche la consolazione di sfogar in guerra il loro entusiasmo e sono costretti a pensar dall’angustia della prigione alle loro terre liberate dalla servitù straniera.
E ci pensano con tanto fervore!
In un’altra lettera un esiliato domanda alla famiglia che gli spedisca una cassa di indumenti personali, ed aggiunge: «In fondo al paltò scucite la fodera e metteteci dentro una lettera con su tutte le novità di costì, quanti danni vi furono, e dove sono arrivati gl’italiani, e tutto quello che sapete, perché siamo tutti ansiosi di sapere come vanno le cose!».
lo amo pensare alla scena che si sarà svolta quando la lettera cucita entro il pastrano sarà arrivata nelle baracche degli internati: amo raffigurarmi il crocchio nascosto in un angolo, attento se venga qualche guardiano, ascoltare la lettura delle notizie e commentarle.
Quanti fremiti, quanti brividi, quante lacrime non avrà destata quella lettera? Quanti echi di nostalgico sconforto avranno suonato nell’anima di quella povera gente, attraverso la grande, la indomita speranza?
Par di rileggere le lettere dei cospiratori che allietarono di entusiasmi lo studio della redenzione nazionale, par di rivivere come allora il puro romanticismo della patria, con tutte le sue sofferenze modeste ed oscure, o eroiche e smaglianti.
E tutte queste sofferenze si ripercuotono anche qua su questi paesi redenti, ma che hanno nelle milizie austriache o nei campi di concentramento i cittadini più validi. Le voci arrivano, ogni tanto, da Katzenau e da Linz, ma chi darà più la voce per farsi udire a quelli che caddero in Serbia, o in Galizia, o in Polonia? Gli internati torneranno un giorno, ma chi renderà a queste povere famiglie i morti che combatterono per forza sotto le bandiere del nemico? Le voci di Katzenau si confondono così colle lacrime delle famiglie disperse, col ricordo di coloro che furono uccisi, e germoglia ancor più forte da questa terra tormentata l’odio che non si spegne coi trattati e che sopravviverà alla guerra: l’odio per lo straniero.