L’Illustrazione Italiana, 9 aprile 1916
In bocca al lupo! Impressioni di prima recita
In bocca al lupo! Non ho mai sapute le origini vere di questa espressione bizzarra, un po’ lugubre, un po’ironica, che ha il prestigio malefico di acuire lo spavento del momento in cui mi viene detta. Non le ho mai cercate, né domandate, né immaginate. E non le voglio sapere. Una frase che tutti ripetono, sempre, e che non capisco mai, è, per me, una ragione inesauribile di meditazione e di ammonimento. Eppoi, spesso, il dono di non capire è, dopo quello di ammirare, il più perfetto e il più calmo che l’intelligenza ci possa elargire.
Credo di avere udito, per la prima volta, il misterioso motto, nel gennaio del 1910, quando venni da Parigi a Milano, per la prima recita del Rifugio. Fu un inverno terribile quello lì; pieno di catastrofi, di inondazioni, di valanghe, di frane e di burrasche.
Il treno, con un ritardo di circa quindici ore. dovette fermarsi a Domodossola. Trovai un’automobile sgangherata, sfiatata, stanca, il cui proprietario, barbiere e flebotomo della città, accettò di condurmi a Milano; – venendoci a piedi avrei impiegato poco di più. Finalmente, dopo innumerevoli fermate e altrettante riparazioni al radiatore che perdeva l’acqua come io perdevo la pazienza; alle candele troppo sporche che borbottavano più di me; e alle gomme che scoppiavano tanto spesso, da farmi credere che era la mia impazienza ansiosa che le faceva scoppiare dal ridere, finalmente, a forza di sbalzi e di slittamenti, di urti e di pericoli, arrivai al Manzoni, sfinito, gelato, affamato, poco prima dell’ora dello spettacolo. Sulla porta del restaurant dove mi precipitai, un attore, credo, mi urlò sul viso:
– In bocca al lupo!
Lo guardai con tanto sbigottimento, che aggiunse subito:
– Che cos’ha? Non sta bene?
– Benissimo... Grazie... Ma, scusi, come ha detto?
– In bocca al lupo!
– Ah!... Già!... Ciao!
Quando entrai in teatro, era ancora allo scuro, deserto, silenzioso. E non credo che esista niente di più silenzioso e di più deserto di un teatro vuoto. Quella sala elegante che un’ora dopo doveva essere gremita e rumorosa: scintillante di luci e di donne; fremente di svariatissime aspettative: quella sala che la volontà del pubblico poteva trasformare in salotto cordiale o in circo sguaiato, sembrava una tomba.
In bocca al lupo, pensai. E la sala mi parve, infatti una bocca. Le file dei palchi presero l’aspetto di feroci dentiere: il rosso cupo della platea, quello di una lingua mostruosa; e lo sfondo buio del palcoscenico era come una gola tanto profonda da potere inghiottire, senza sforzo, il blocco più granitico, più vasto e più inalterabile che esista: la vanità di un autore drammatico.
E immaginando che il teatro fosse una bocca, credetti di aver penetrato il senso cabalistico della frase famosa. Poco dopo, il buon viso tondo di Oreste Calabresi sorrideva largamente, per dirmi un:
– In bocca al lupo! – che di nuovo m’agghiacciò il sangue.
La grande bocca incominciava, intanto, a popolarsi. Il rumore di una folla che prende posto si accentuava.
I colpi secchi delle porte dei palchi diventavano frequenti; il fruscio, il ronzìo, il pigolìo, crescevano lentamente come una minaccia di tempesta. Credevo di essere agguerrito dalla prova subita a Parigi collo stesso Rifugio, e invece, niente! Ero lì, impietrito e ansioso come se si dovesse decidere, non della vita di una commedia, ma della mia propria vita.
Una scampanellata lunga mette in sordina il vocìo del pubblico.
– Chi è di scena!
E il direttore di scena, corre affannato da un’estremità all’altra del palcoscenico: mette a posto una sedia e manda via un pompiere che guarda in platea da un buco del sipario; raccoglie parecchi chiodi dal tappeto e prova se le porte girano bene sui cardini.
– Chi è di scena!
Semplici parole che risuonano più terribili dell’ingiunzione di Esopo: hic Rhodus, hic salta!
Seconda scampanellata. Silenzio in sala. Silenzio in palcoscenico. Il velario si apre.
Bisogna saltare!
E la passeggiata feroce dell’autore incomincia.
Ogni battuta è un passo. Ogni silenzio è uno spavento. Ogni rumore un disastro. Ogni «papera» un cataclisma!
E non ci si agguerrisce mai.
Ho visto Anatole France alla prima recita di una sua commediola in un atto: An petit bonheur. Si trattava di un dialogo più che di una commedia; di un tenue scherzo dello spirito illustre: di una scena di pochi minuti che non poteva suscitare né grandi applausi, né grandi disapprovazioni.
Eppure il sereno giudice di passioni, di miserie e di errori umani; il maestro dell’ironia; il supremo scettico, il critico profondo, l’umanista meraviglioso, il vegliardo universale, non era in quel momento che un povero autore trepidante, incerto, ansioso, che passeggiava, anche lui, in su e in giù, nell’angustissimo palcoscenico del Renaissance, come un colosso in una gabbia da canarini.
Ricordo le sue dita finissime che tormentavano senza tregua il bianco pizzo da ufficiale del secondo impero. Ricordo i suoi occhi tanto quieti e dolci, che prendevano delle espressioni di beatitudine a un sorriso del pubblico: o di terrore a un mormorio inopportuno.
E l’uomo, grandissimo, diventava piccolo, piccolo e umile nell’aspettativa di un applauso, nell’ansia dell’insuccesso.
E gli ho visti tutti i grandi commediografi francesi e, tutti, eccezione fatta di Abel Hermant, che sotto la sua impenetrabile corazza di sorrisi, sa dissimulare l’angoscia interiore, tutti rivelano, nel momento della prova, l’anima dell’autore drammatico tale qual è al cospetto del pubblico: paurosa e inquieta; avida e puerile, intransigente, feroce e supplichevole.
Bernstein, violento e coraggioso nel cimento è, alle sue prime recite, una belva. Non dissimula né cerca di attenuare le sue sensazioni. Il tremolìo abituale della sua testa ebraica e forte, si accentua spaventosamente. I suoi occhi pieni di puntini dorati come quelli di un gatto, lampeggiano senza pace. La lunga e scarna persona si agita e si contorce fino allo spasimo. In ogni sua commedia c’è una mina preparata potentemente con tutti gli esplosivi del mestiere, e l’aspettativa dell’esplosione è per l’autore un’agonia furiosa. La mina scoppia; le voci, i sentimenti, le passioni saltano in aria. Il pubblico scatta. L’applauso scuote il teatro e Bernstein respira, finalmente.
Bataille, invece, piccolo, esile, col viso fine di un abatino di Marivaux, non dà altri segni di vita esteriore che quelli di un pallore di morte, reso ancora più funebre dal sorriso della sua bocca, finissima, senza labbra. Guarda dentro di sé. Analizza le sue sensazioni e tace.
Porto-Riche, colla sua magnifica testa da medaglia del cinquecento, non può stare un momento zitto, nelle serate di battaglia. Tra le quinte raccoglie, vuole, esige le impressioni, le opinioni, le previsioni di tutti e le commenta col suo spirito, mordace fino alla ferocia. Critica i suoi attori; critica preventivamente la critica; proclama inattaccabile la sua commedia; deplora la mancanza di prove, anche se sono state ottanta. Petulante, cordiale, divertente, si crede modesto, si crede vittima, si crede perseguitato e sa di essere il commediografo più ammirato della scena francese. E parla, parla, parla per consumare i suoi nervi di una sensibilità femminile.
Vittoriano Sardou era epico, addirittura, a una prima recita. Il meraviglioso stratega della scena conduceva egli stesso la battaglia. Non era autore soltanto, ma attore, direttore, macchinista, suggeritore. Non dimenticava mai un dettaglio, né una raccomandazione, né un consiglio durante la recita. Coll’eterna berretta sul capo, che lo faceva tanto rassomigliare a un Erasmo di Holbein, esauriva i suoi nervi e la sua paura in un’attività indiavolata. Il gergo del palcoscenico francese tanto vasto, e vario, e pittoresco, era la lingua che parlava meglio. Sapeva farsi capire da tutti. Lo temevano tutti e tutti sapevano che la sua bontà era senza limiti. Aveva l’invettiva pronta contro il pubblico se lo sentiva ostile; fremeva di gioia all’applauso. Sapeva sorridere come Voltaire, ma lui sapeva anche piangere.
Povero, grande Sardou! Come era piccino, anche lui, ad una prima recita!
Nessuno si agguerrisce in teatro!
Dopo sei anni, dopo molte prime recite, in molti paesi del mondo; dopo tante emozioni e tante paure, e tante critiche e tanti incoraggiamenti, mi sono ritrovato al Manzoni, l’altra sera, come alla sera del Rifugio. Soffocavo lo stesso, colla stessa ansia, collo stesso terrore, colla stessa puerilità e colla stessa speranza.
Misuravo il palcoscenico dicendomi: se arrivo al muro col piede sinistro, tutto andrà bene. E per arrivarci col piede sinistro baravo sfacciatamente; calcolavo la larghezza dei passi, diminuendola o aumentandola mentre mi avvicinavo al muro fatale. E se, non ostante il baro, non riuscivo, ricominciavo, eternamente, la passeggiata e tutta la mia anima ridicola era discesa ai piedi!
E ho sentito lo stesso sapore di cenere nella bocca secca; lo stesso tumulto nelle tempie, la stessa smania nel cuore. E, sempre, le stesse manifestazioni, invariabili. Dopo il primo atto, passato freddo, freddo, con un applauso stanco e stentato, mi sono sentito dire:
– Magnifico! Straordinario! Stupendo!
C’era un’aria di sconfitta: l’elogio veniva, facile.
Dopo il secondo atto che finì in un fitto applauso, ripetuto parecchie volte, ho udito:
– Interpretazione magnifica. La Melato incomparabile! La Solazzi deliziosa! Betrone meraviglioso.
Ma dell’atto stesso... niente.
La temperatura buona cresceva nel pubblico; quella delle lodi calava.
Dopo il terzo, anch’esso felice non ostante i pericoli:
– Rovescalli è stato grande! Quelle tre finestre gotiche sono dei purissimi gioielli. E la direzione di Talli è, come al solito, magistrale.
Ma dell’atto stesso… niente.
E così in quest’arte di finzione, la finzione impera. La sincerità è il fiore di eccezione e coloro che l’offrono si nascondono per paura di sembrare originali. Il teatro, visto al di qua del velario, è piccolo, pauroso e invidioso. Le nature più miti e più cordiali ci s’inaspriscono, anche nel successo, perché il successo immediato provoca le immediate invidie e diventa troppo caro, troppo penoso. E così dev’essere stato sempre.
Anche Shakespeare, anche lui, gigante in un secolo di grandi, dopo il periodo di amore e di luce, cadde nel pessimismo e per bisogno, forse, di vendicarsi degli uomini scrisse Amleto, Otello, Re Lear e Macbeth, i quattro drammi più spaventosi che la letteratura abbia prodotto dopo Eschilo. Si vendicò, ma poi, come un oceano che dopo lo sfogo si riposa in una incommensurabile mansuetudine, il dio si rasserenò e guardò gli uomini con un più pietoso sentimento, divenne ottimista, e scrisse Pericle. Racconto d’inverno, Cimbelino e la Tempesta. Vero è che per essere ottimista dovette collocare le sue ultime creature nelle regioni fantastiche del sogno, lontanissime, cioè, dalla terra e dalla realtà umana.
Bisogna avere una robustissima salute morale e fisica per rimaner buoni nella galera del palcoscenico. Eppure quante volte dovrò udire ancora l’augurio che puzza di minaccia:
– In bocca al lupo!