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 1916  aprile 09 Domenica calendario

Asquith a Roma

Il bene onorevole signor Herbert Henry Asquith ha 64 anni, – è alto, vigoroso, forte come sportsman – secondo le buone consuetudini di ogni perfetto inglese – forte come oratore, come uomo politico. È dello stampo di lord Palmerston. di Gladstone, ed ebbe, in fatti, ancor giovine, la fiducia di Gladstone, che, occupando il posto di primo ministro – ora tenuto da Asquith – lo volle accanto a se, in delicati uffici, e nel 1892 lo volle suo compagno come ministro per l’interno.
Asquith si è fatto da sé; da giovine non ebbe né grandi appoggi, né larghe risorse; fu educato nella Scuola della Città di Londra; crebbe fra la studentesca di Balliol, poi si distinse veramente come alunno di Oxford e si formò una eccellente reputazione come avvocato. Aveva 34 anni quando gli elettori del Fife (Scozia) lo mandarono alla Camera; e sei anni dopo, assunto ministro per gli interni, dimostrò tali attitudini alle alte responsabilità di governo, che nel 1905  fu scelto Cancelliere dello Scacchiere (ministro per le finanze) – carica da lui tenuta fino al 1908. Spiegò in quei tre anni alla Camera dei Comuni tale un vigore direttivo, che quando, nell’aprile del 1908. venne a mancare il primo ministro, Campbell-Bannermann, egli fu concordemente designato dal prevalente partito liberale come il più degno a succedergli.
Da otto anni, dunque, Asquith trovasi alla testa del governo britannico; e la vigoria del suo temperamento è apparsa in più occasioni, anche prima della gran guerra, e specialmente nella lotta durata – compiendo in Inghilterra una vera rivoluzione pacifica, ma di grande portata – per l’adozione della legge del 1911 abolente il tradizionale diritto di veto della Camera dei Lordi.
«Il distinto alunno ili Oxford, ed il possente avvocato» – come è detto nel diploma di Dottore in diritto civile conferitogli dalla celebre università della quale fu allievo – erasi affermato anche parlamentare e primo ministro formidabile; ed il Lord Rettore delle Università di Glasgow e di Aberdeen, l’Helder Brother della Trinity House, aveva messe in evidenza tutte le sue eccezionali qualità di intelligenza e di dottrina, di spirito e di abilità, onde l’Inghilterra nella tremenda crisi internazionale scoppiata nell’agosto del 1914, non poteva augurarsi – fiancheggiato da uomini come sir Edward Grey, Winston Churchill, Lloyd George, Kitchener – un più autorevole, sicuro, equilibratissimo dirigente della sua animosa politica.
Le qualità di senno e di brio dell’eminente uomo sono apparse limpidamente anche nella sua visita di questi giorni a Roma. Lo statista inglese, venuto a riaffermare nella storica capitale della civiltà latina l’alleanza anglo-italiana – alleanza contro la quale non possono esservi preconcetti, ed in favore della quale stanno almeno cinquanta anni di ininterrotte liberali simpatie – lo statista inglese ha ottenuto completamente l’entusiastica adesione popolare per la sua semplicità, la sua familiare franchezza. la piacevolezza del suo linguaggio colorito e senza convenzionalismi.
I brindisi e i discorsi ufficiali alla fine dei banchetti di prammatica, sono convenuti prima, ricalcati gli uni sugli altri, e se hanno valore come documenti, come affermazioni politiche – non rendono sempre le immediate vibrazioni dell’anima di chi li pronuncia.
Asquith, per altro, in Campidoglio, dove parlava più come ospite di Roma, che come capo responsabile del governo di una grande nazione, trovò espressioni schiette, procedenti dal suo sentimento, dalla sua coltura, da quell’amore per Roma che è un punto fondamentale dell’educazione delle classi colte inglesi.
«Oggi per la prima volta – disse egli felicemente – un primo ministro britannico ha avuto il grande e raro onore di essere ricevuto dal primo cittadino di Roma, in questo Campidoglio che, Rocca e Tempio del mondo antico e vedetta del mondo medioevale, è diventato ora il monumento simbolico della rinascita e dell’unità d’Italia. Vengo qua dal mio Paese, e più direttamente dalla Francia, dove i rappresentanti delle Nazioni alleate si sono radunati in un momento così grave della storia del mondo, vengo ai nostri amici d’Italia per assicurare loro la nostra fede incrollabile nella causa della libertà e della giustizia, che difendiamo, e per proclamare la nostra determinazione irrevocabile di vendicare i diritti dei popoli più deboli e di non tollerare violazioni di quelle leggi sociali ed elementari che furono stabilite dagli sforzi e dalle lotte dei secoli.
«In nessun posto del mondo potrebbe essere annunziato il mio messaggio con più solennità, che qui, nel Campidoglio di Roma centro e sorgente di tante fra quelle idee grandi che hanno guidato e dominato l’Occidente sino ai tempi nostri. Dal genio civilizzatore di Roma, fondatrice dello Stato europeo, derivò la legge delle nazioni: quella legge che maturandosi e sviluppandosi con la lunga vicenda degli anni, trionfò sugli istinti ed usanze barbarici ed oggidì è accettata ed osservata lealmente dai popoli di ogni stirpe e di ogni schiatta, con guadagno infinito dell’universo. Qual posto più adatto di Roma a testimonio dei movimenti più grandiosi del mondo? Qual posto più adatto per riaffermare la santità della legge comune d’Europa, quella legge che, sopravvissuta allo Stato romano antico, è diventata retaggio universale degli uomini?
«Io, che durante la mia vita ho visto questa città venerabile prendere di nuovo il suo posto a capo di una nazione grande e progressiva, sono lieto che, in questo grave momento, Roma abbia alzato la sua voce forte, come l’alzò nel maggio dell’anno scorso, per denunciare la violazione sistematica di quel codice umano e benefico che fu prima formulato sotto la protezione del suo braccio. Tali pensieri sono inseparabili da questo augusto ambiente».
Da queste parole emerge tutto il temperamento di Asquith, fatto di realismo e di idealismo, di esperienza politica e di acquisita dottrina, e vibrante per una sensibilità consapevole dell’ambiente. Da questa consapevolezza, da questo intuito il successo completo dei contatti di lui in mezzo al pubblico italiano.
E il senso realistico pratico, ed idealistico, eli Asquith si è rivelato anche nella visita che ha voluto fare al Papa: il primo ministro di un paese che conta un tre milioni e mezzo di cattolici, ed ha nel nesso del Regno un paese così geloso della propria fede come l’Irlanda, non poteva trascurare in questo momento grave di visitare il capo di una Chiesa, rendendo omaggio alla quale l’Inghilterra protestante non fa che riaffermare la perfetta coscienza della propria forza e della propria indipendenza.
Il nostro primo ministro Salandra, nel banchetto parlamentare offerto ad Asquith, rievocando le grandi figure del Risorgimento italiano, ha benissimo detto, rivolto ad Asquith:
«Noi ricordiamo come a loro la Patria vostra sia stata sempre larga di calde, animatrici simpatie. Ricordiamo associati nella pace gloriosa della storia, Giuseppe Mazzini, circondato di affettuosa venerazione, Giuseppe Garibaldi, accolto da trionfatore, Camillo di Cavour, onorato dalla maggiore assemblea del mondo moderno con parole che non furono mai dette per un uomo di Stato straniero. Ricordiamo Gladstone, denunciatore dei Governi che ci opprimevano, e Palmerston che volle aperte le vie del mare al naviglio dei Mille…».
È nel valore di questi ricordi la ragione delle accoglienze che Roma, l’Italia hanno tributato ad Asquith, primo ministro britannico.