Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 1916  aprile 09 Domenica calendario

Due giornate di sentinella sul Quai D’Orsay

Parigi, marzo
Il tratto che corre sulla riva sinistra della Senna, fra il ponte che fu già di Luigi XVI, poi della Rivoluzione ed oggi della Concordia – un buon ponte settecentesco, ch’è riuscito ad addolcire nella sua sagoma pacifica anche le inquiete ed inquietanti pietre tolte alla Bastiglia – e l’altro, che allaccia i Campi Elisi con gli Invalidi – ponte di Alessandro III, coi fastosi piloni aureolati di Vittorie – fu dichiarato da ieri zona proibita. Proibita per le automobili ed ogni altro genere di veicoli non addetti ai lavori della Conferenza. Quei due ponti segnano veramente i limiti oltre i quali non ci si può far trasportare con piedi mercenari o con mezzi meccanici. La carte-presse ed i varii laisse-passer, che formano il consueto armamentario giornalistico, che sono i nostri grimaldelli professionali, hanno sminuito di valore e di forza.
L’altro ieri ancora io poteva rompere con l’automobile la linea degli agenti e della cavalleria d’onore nei dintorni della stazione di Lione e di piazza Vendôme, in modo di assistere in tempo all’arrivo dei ministri italiani, d’inseguirli per tutto il percorso fra la doppia siepe di popolo lunga sei chilometri e fitta venti teste in profondità, di precederli all’Hôtel Bristol e di assistere alla spontanea e solenne cantata della Marsigliese.
Sotto le finestre del Bristol l’ottagonale piazza Vendôme, con la colonna di trionfo placcata col bronzo fuso dai cannoni tedeschi del bottino napoleonico, pareva allora l’enorme sala disposta per un comizio d’esaltazione patriottica, per una rituale cerimonia di fede e d’amore...
Oggi non più: i nostri documenti hanno subito una svalutazione: soltanto a piedi ci si può avventurare sul quai d’Orsay. E questa misura, mi avvertono, non è fatta per proteggere di silenzio il lavoro della Conferenza, ma per dare semplicemente alle automobili che recano i rappresentanti delle più grandi potenze del mondo una maggiore facilità di movimento, una maggiore velocità.
Questa predilezione per la velocità è una considerevole caratteristica dell’odierno convegno parigino: la più considerevole per noi che seguiamo l’avvenimento dal marciapiede. L’accoglienza fatta l’altro ieri dal popolo francese ai ministri italiani fu certamente cordiale e calorosa, ma avrebbe potuto riuscir più solenne e vibrante se le automobili che portavano Salandra e Sonnino e Cadorna non fossero passate in una corsa fantastica dinanzi alla folla adunata per acclamare all’Italia. Questa velocità vuol essere un segno dei tempi. Quando nel 1856, dopo la guerra di Crimea, s’aprì come in questi giorni, per il Congresso di Parigi, la sala dell’Orologio nel palazzo d’Orsay, i delegati delle nazioni v’intervennero con dei landeaux che offrivano al pubblico il piacere della comoda contemplazione e lo sfogo d’interminabili scroscii d’applausi. Ed il rappresentante dell’Italia, Cavour, s’intrattenne allora per ben due mesi a Parigi. Oggi bastano due giorni soltanto. Ma sono passati, da quel tempo, tre quarti di secolo e s’è imparato a dare alla storia ed ai fatti della storia un andamento più rapido.
Qualche giorno fa venne impartita ai giornalisti una lezione di sobrietà e di discrezione. Poi fu loro raccomandato il silenzio. Obbediamo. Ed impieghiamo al reportage solo gli organi visivi. Dall’asfalto alberato, ch’è tra la Senna e la cancellata del palazzo d’Orsay, staremo intenti a guardare: l’ora è del fotografo piuttosto che del giornalista.
Il giornalista s’è provato per scoprire qualche cosa: eccezionalmente 1’hanno ammesso per alcuni istanti nel piccolo giardino brullo, gli hanno fatto attraversare il viale, l’hanno condotto nella marquise a vetri del pianterreno, donde ha potuto sbirciare nella famosa sala dell’Orologio. Camerieri stylés nella livrea bleu de roi, polpacci bianchi, calzoncini attillati di seta azzurra, jabots, bottoni d’oro, fibbie, nastri, chincaglierie di tre secoli fa. Ma niente parrucche né volti rasi. In mezzo al salone, sotto i lampadari a cristalli sfaccettati di Murano, una dozzina di tavoli formano, come si vede dalla nostra fotografia, una grande tavola rettangolare. Trenta seggioloni, di vecchia tappezzeria a fiorami di Beauvais, che aspettano. Sei altre più piccole tavole, destinate ai segretari, che formano sul tappeto chiaro come una costellazione di satelliti intorno all’astro maggiore. Sulla parete di fondo domina il camino monumentale con lo storico orologio del secondo impero. Il damasco di seta gialla, le incorniciature dorate dei panneaux e delle colonne a piatto, immettono nel salone un’atmosfera tiepida e bionda. Il giornalista getta là, senza convinzione, la domanda insidiosa ed inutile: – Di che s’occuperà dunque il consesso? – Gli rispondono: – Degli oggetti inscritti nell’ordine del giorno. – Sorrisi ambigui. Pausa. Poi spiegano al giornalista che i rappresentanti delle potenze alleate si disporranno nel salone così, come si vede nella fotografia che pubblichiamo nella pagina seguente.
L’ordine è alfabetico, secondo il nome francese delle nazioni: prima la Francia, poi, dalla destra, il Belgio, la Gran Bretagna, l’Italia, il Giappone, il Portogallo, la Russia, la Serbia. Il caso ha dunque posto la Francia fra le due nazioni dolorose a cui offrì per prima il cuore e le braccia: Belgio e Serbia. Anche i rappresentanti della Gran Bretagna sono vicini a quelli del Belgio, che fu la loro ragione di guerra. Dall’altro lato della tavola la Russia siede presso i suoi protetti serbi. E l’Italia latina, infine, lega insieme i gruppi anglo-sassoni e slavi. Naturalmente il giornalista non annette alcuna importanza a questi placements casuali. Perché i delegati tutti non formano oggi che un’anima sola, tesa ad un unico scopo. Ma osserva poi un particolare affaccendamento di camerieri azzurri verso la sala terrena dell’ala destra. Chiede che ci sia là. Gli rispondono: – La sala da pranzo. – Ed egli avanza ancora una domanda, tra maliziosa ed innocente: – E mangeranno?... – Dei cibi inscritti nel menu.
Questa risposta, come l’altra, è diplomaticamente evasiva. Lo stesso profondo mistero vigila sull’ordine del giorno come sul menu, protegge il tappeto verde come la candida tovaglia a ricami. Taisez-vous, méfiez-vous! Non giova insistere. Ed il giornalista esce di nuovo sul quai, per appostarsi presso la cancellata, fra i curiosi ed i fotografi. Reportage da marciapiede.
Due giornate, dunque, di sentinella sul quai d’Orsay, con la prospettiva sicura di buscarsi una grippe: la prima giornata è caratterizzata da frequenti rovesci d’acqua: la seconda da continue raffiche di vento gelato. Ma i curiosi e gli ammiratori non si muovono dal volontario picchetto. E ad ogni automobile che giunge tutti concordemente si scoprono ed applaudono, prima ancora di riconoscere i nuovi sopravvenuti. Non occorre distinguere, del resto. Quanti vengono scaricati qui, dinanzi al palazzo storico, sono degli amici di Francia. Riconosciutili poi, la folla emette dei fragorosi evviva alla nazione che rappresentano. Però, qualche volta, si sbaglia: i ministri del Belgio, ad esempio, vengono salutati la prima mattina con degli unanimi e cordiali: Vive l’Italie! Il barone de Brocqueville ed il barone Beyens sorridono per l’errore, e pare tuttavia che vogliano gridare anch’essi la stessa cosa...
Si ammira l’alta statura di lord Kitchener, si ammira anche il grande portafoglio di pelle di bulgaro che l’ambasciatore Iswolski tiene sotto il braccio. L’ambasciatore del Giappone, che giunge subito dopo, tiene sotto il braccio la sua gentile signora: Sua Eccellenza Matsui è il più giovane dei delegati stranieri: la gentile sua consorte attraversa il giardino con lui e l’accompagna sin sulla soglia del palazzo, dove s’indugia a conversare un po’distratta, perché la sua attenzione ed i suoi occhi sono invincibilmente attirati dal salone ermetico dell’Orologio. Ritorna poi, con piccoli e rapidi passi, verso i cancelli affollati, Pare ora confusa, mortificata, per aver ceduto così, dinanzi a tanto pubblico, alla curiosità femminina. Ma la curiosità, oggi, non è più femmina o maschia: è il sentimento universale senza sesso. Noi approviamo la piccola Eccellenza giapponese e, per un momento, l’invidiamo.
Il passaggio dell’ambasciatore Tittoni, accompagnato da un segretario che reca un’enorme busta bianca con due larghissimi suggelli rossi, provoca una nuova simpatica dimostrazione all’indirizzo dell’Italia. Un fotografo francese mi sussurra che Briand e Tittoni sono i poli, les pivots, del congresso odierno e questa frase è buona perché la si può intendere non solo nel senso della posizione geografica che i due personaggi prenderanno intorno al tappeto verde ma anche nella significazione traslata. E facile intanto notare nel pubblico un sempre più vivo desiderio di veder da vicino i rappresentanti del nostro paese. Questo vivo desiderio non appare inspirato dalla novità delle persone e della cosa, ma piuttosto dal proposito fermo di insistere nelle acclamazioni verso la nazione latina che, partecipando così nobilmente ed efficacemente al conflitto, s’è rivelata una buona e degna sorella. Cosicché, quando fra poco da altre automobili scenderà il generale Cadorna nella sua uniforme di guerra od appariranno più tardi il bruno volto di Salandra e la bianca chioma di Sonnino, tutta la folla lì adunata scatterà in un’altra solenne e commovente ovazione all’Italia.
L’omaggio popolare, reso in queste due storiche giornate sul quai d’Orsay ai ministri d’Italia, mi è parso veramente e sempre il più caloroso di tutti, solo paragonabile forse a quello che vien tributato ad ogni apparizione di Joffre. Sulle soglie di palazzo d’Orsay, dove in due giorni si sono fucinati i destini della nuova Europa, i rappresentanti della nostra nazione hanno trovato senza dubbio tutte le più fervide prove di consentimento popolare. E vi hanno ottenuto anche un personale successo. Le teint basané di Salandra è oramai divenuto popolare come la schiva anima di Sonnino. Parlano di Salandra come di un buon poilu della politica italiana; considerano di buon genere anche la ferma riluttanza di Sonnino ad esibirsi ai fotografi. Intorno alla persona di Sonnino s’era creata qui una mondana leggenda. Si raccontava nei salotti e nei giornali ch’egli tosse uno studioso doublé di rara eleganza: studente d’università si presentava spesse volte al suo banco, mal chiuso nel soprabito che nascondeva appena la cravatta bianca e l’abito da sera: il découchait pour ne pas manquer aux conferences de droit civili! Si sussurrava ancora: la vie et les femmes lui ont toujours souri. Ma invece dell’uomo di mondo i parigini hanno trovato un lavoratore modesto e severo. Non sono rimasti delusi, per questo. Gli hanno anzi, per questo, accentuate le espressioni di stima reverente e devota. Salandra e Sonnino sono stati perfettamente compresi anche nei loro personali valori.
La pioggia ed il vento ci frustano sempre il viso con giuoco alterno. L’aria s’imbruna. Nel salone dell’Orologio hanno acceso da tempo i grandi lampadari veneziani. Sui quais della Senna, fra gli alberi nudi, s’accendono a radi intervalli alcuni fiochi fanali a gas. Dinanzi al palazzo d’Orsay fremono alcune decine di automobili in attesa. Ad un tratto, ecco, le porte della marquise si spalancano. Appare un valletto in livrea. La conferenza è finita. Il valletto comincia a gridare, uno per uno, nel crepuscolo, i nomi dei rappresentanti delle nazioni alleate. Egli chiama la Francia, l’Italia, l’Inghilterra, la Russia, chiama con voce stentorea i plenipotenziarii di tutti gli Stati che strinsero l’accordo solenne. Ratte e leggere le automobili si appressano, accolgono l’uomo che ha rappresentato altri milioni d’uomini lontani, chiudono gli sportelli, gettano nell’aria scura una sonorità di trombe, partono veloci, spariscono. La conferenza è finita. Le risoluzioni storiche prese. Ciascuno si affretta per restituirsi al naturale campo d’azione. Acta post verba.