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 1916  aprile 09 Domenica calendario

Jarro e il suo ultimo romanzo

Ricorrendo il primo anniversario della morte di Jarro, il Fanfulla della Domenica ha voluto ricordarlo col seguente articolo, che è ad un tempo un profilo del brillante scrittore – epicureo della letteratura e della vita – e una rapida rassegna dell’opera sua.
 
Quando Celestino Bianchi lo chiamò alla Nazione come cronista capo e critico drammatico, Giulio Piccini (Jarro) non aveva che venticinque anni. Una testa grossa, su di un corpo robusto, collo taurino, petto largo e torace sviluppato, guance grasse e floscie. Questa, nei particolari, la figura del giornalista alle sue prime armi.
C’era nel suo aspetto qualcosa del curato di campagna e del molle e fatalista epicureo.
Lo scrittore in quel tempo licenziava alle stampe un testo originale della Mandragola di Machiavelli, riportandola all’origine e arricchendola di note e di aggiunte preziose.
I critici accolsero molto benevolmente la nuova edizione e furono larghi all’esumatore di incoraggiamenti e di lodi. Fatto così felicemente il primo passo, Giulio Piccini si dava con animo risoluto a sfrondare la poesia di Dante di tutto ciò che di superfluo e di errato a lui pareva fosse stato aggiunto dai suoi commentatori. Così pure la lirica dolce e sentimentale di Cino da Pistoia, particolarmente quella amorosa, fu da lui purgata, criticata e ristampata. Per entrambi i poeti ebbe un culto profondo.
Entrato nel giornalismo, le esigenze del lavoro quotidiano, la vita stessa di una redazione di giornale, febbrile, tumultuosa, divoratrice, lo assorbirono, fecero di lui uno strumento, una forza indispensabile per raccogliere e segnare le manifestazioni del popolo e del teatro drammatico. Egli iniziò allora un mestiere complicato e non scevro di emozioni continue. La nuova carriera non lo prese alla sprovvista; lo trovò, anzi, completamente preparato, ché Jarro possedeva le virtù del lavoratore sereno e tenace. Calmo, equilibrato, osservatore minuzioso, mente aperta, intuito pronto e sicuro, egli s’accorse subito che poteva esplicare in ogni campo del pensiero la sua personalità di critico e di romanziere.
La cronaca spicciola e rapida di un quotidiano aprì a poco a poco la sua fantasia e lo stimolò a scrivere il romanzo di appendice sensazionale, ma corretto. E poiché l’ambiente nel quale viveva, la cara Firenze, si prestava all’intreccio romantico e intricato, scrisse quella Firenze sotterranea,dalle cui viscere misteriose portò a conoscenza dei lettori una infinità di episodi e di caratteristiche sconosciute. Ai suoi romanzi d’ambiente, di ricerche e di studii, bisogna aggiungere Mime e ballerine,perché l’autore fecondo dava ad ogni suo libro una fisonomia propria, la quale differiva o si trasformava totalmente nel lavoro successivo. Psicologo delicato in Amore d’artista, in Vita capricciosa,ne l’Istrione,ne la Duchessa di Nala,ne la Principessa, lasciava il salotto profumato e galante, per ficcarsi nei bassifondi della vecchia Firenze. Con l’Assassinio nel vicolo della Luna, col Processo Bertelloni, comparsi a varie riprese, alle volte contemporamente, in tre, quattro e anche cinque giornali, dava prova di un’attività prodigiosa e inesauribile. Questi due romanzi, raccolti più tardi in volume, lo additarono come il precursore in Italia del romanzo poliziesco e giudiziario. E non a torto. Le traduzioni che si facevano allora dei libri di Saverio di Montépin e di Ponson du Terrail, scontentavano il pubblico e ne abbrutivano la mente e il cuore. Le lacune incolmabili, le sgrammaticature, l’esposizione scheletrica del pervertimento e della sensualità, finirono per far cadere quegli scrittori esotici dalla estimazione generale. Jarro seppe sfruttare questa situazione iniziando un ciclo di lavori densi di storia, di coltura e di una forma eletta. Egli adoperava il periodo ampio e tornito da vero scrittore del Cinquecento. Si sentiva erompere dalla sua costruzione impeccabile e ferma il purista di un tempo. Ne’suoi libri era spesso descritta la Firenze del passato artistico e politico, delle lettere, delle armi, della Signoria e dei Granduchi. Chi apre oggi e legge uno di quei romanzi, vi trova materia abbondante per rivivere i tempi lontanamente intravisti della Storia d’Italia. L’erudizione dello scrittore, – e Jarro era un erudito nel più largo significato della parola – cancella alle volte le situazioni piene di terrore e le vendette atroci, che risaltano alla sensibilità del lettore.
Oggi il suo ultimo romanzo, La moglie del magistrato (Milano, Treves), compie una trilogia che dà impulso e vigore ad un movimento nuovo e sano.
Giulio Piccini spirava a Firenze mentre i torchi mandavano fuori l’ultimo guizzo del suo ingegno brillante. Ma l’eredità di questo scrittore non è andata dispersa né può essere dimenticata. Essa è qui, racchiusa in duecento pagine, custodita dal commosso rimpianto di tutti noi. È come la parte conclusiva di una ininterrotta generazione, il testamento letterario di un uomo che vuole vicino a sé dei continuatori e non degli occhi umidi di pianto.
Questo, e non altro, vuole essere il romanzo postumo di Jarro.

*

La donna che emerge dal contenuto drammatico di questo libro, non è dei nostri tempi. È una creatura sperduta nella vita fastosa del Granduca di Toscana. Nobile, moglie ad un alto magistrato beneviso al reggente, essa beve giorno per giorno, senza volerlo, e quasi senza accorgersene, il veleno omicida della più cieca disonestà. Ha un amante nascosto, al quale offre ogni sorta di gioie. Per lui, un bel giorno, compie un abbominevole delitto; arma la mano assassina di un sicario. Qui la sbrigliata fantasia di Giulio Piccini ricama una serie inesauribile di situazioni complicate per venire alla ricerca del vero colpevole. Il delitto è compiuto in maniera inverosimile e misteriosa. La polizia del Granduca sguinzaglia due fra i suoi migliori segugi: il commissario Ferriani e Lucertolo. Quest’ultimo è una bella figura di poliziotto, franco, onesto, coraggioso, fedele. Sente la missione quasi con fanatismo. Non gli manca l’intuito sicuro, ma è impotente. Quando è sul più bello del suo lavoro e la preda è vicina, l’altro, il Ferriani, ne disperde le traccie. Costui opera di comune accordo con la contessa Paola (la protagonista), e nell’ombra più fitta. Il merito di questo romanzo di vita e di ambiente, è riposto nel duello ad armi corte fra i due commissari.
Qui finisce la realtà e comincia l’inverosimile che tuttavia colpisce e dà brividi di intensa passione. Vi sono pagine di intensa forza tragica. La scena fra il conte Torsinghi, marito della contessa Paola, e il supremo magistrato che lo invita a chiarire la condotta della moglie, è una lotta superba. Due sentimenti sono in conflitto, l’onore di un uomo e la responsabilità di un nome.
Preferire lo scandalo, a l’accusa infamante, si. E il vecchio signore fiorentino narra le vicende del suo matrimonio e quasi gode, in cuor suo, dei supplizi inflitti alla moglie e a quel volgare e turpe suo complice. Tutta una vita di onori, di onestà, di scrupolosa illibatezza, contaminata; l’ombra gettata sul nome di una famiglia, trasmesso per secoli, glorioso, incontaminato! Due grosse lagrime gli solcano le guance. «E si riduceva alla memoria i primi giorni in cui l’aveva conosciuta, amata, splendente di una vegeta bellezza, e quelle prime, indicibili foghe della passione, che nessuno dimentica».
La mattina dell’8 ottobre 1836 i fiorentini assisterono al trionfo di Lucertolo. Egli aveva finalmente scoperto i colpevoli, la contessa Paola, il suo amante, il commissario Ferriani, il Gigante e la cameriera Giuditta. Circa due anni dopo i fatti avvenuti, in uno dei tanti episodi delle battaglie nella Florida, la contessa Paola e i suoi complici, caduti nelle mani degli indiani, sono dati in pasto alle belve.
Questo romanzo di Jarro è essenzialmente poliziesco. Ciò che l’autore ha voluto far risaltare, più che l’intreccio e la lingua toscana, è il sistema, la coscienza, il sentimento d’ogni singolo Mordente (birro). È tutto l’ingranaggio di una macchina, oggi smontata – e che un tempo regolava la giustizia di una regione. La storia analitica è applicata con gusto e proporzione nel fatto che attira l’attenzione del lettore e lo inchioda per lunghe ore dinanzi alla raffigurazione terrificante. Una conoscenza profonda di luoghi e di cose doveva necessariamente avere il Piccini. E i suoi biografi ci dicono che nessun angolo nascosto di Firenze, nessuna leggenda fu da lui trascurata. Nelle notti lunari egli trovava ispirazione pei suoi romanzi passeggiando in lungo e in largo sul Lung’Arno Acciaioli. Il giorno dopo, appena arrivato al giornale, dalla impressione vissuta traeva materia per le colonne della Nazione. L’aneddoto, la notizia rara, un delitto raccapricciante entravano piccoli e nudi nella sua fantasia per uscirne poco dopo completati, sviluppati, amplificati. Anche la Moglie del magistrato non è poi che un fatto semplicissimo di cronaca, ingrandito dalla sua penna dolorosa ed arguta.
Anche nel giornalismo Jarro portò una competenza singolare. Ogni suo articolo di critica d’arte, di varietà, di ricerche storiche e letterarie, era materiato di quella stessa erudizione e conoscenza di luoghi che lo fecero un rievocatore di primissimo ordine. Ma qui si trasformava. L’articolo diveniva una Causerie, un miscuglio di bons mots, di freddure, di umorismo. Provocava spesso lo scoppio di risa e metteva in caricatura opere e uomini con una grazia amabilissima, che non lasciava la benché minima traccia del suo spirito caustico. Sulle labbra di quest’uomo fiorì eternamente il più onesto e giocondo sorriso e fu sincero in ogni giudizio come in ogni manifestazione dell’anima. Fu uno scrittore sereno, senza livori, senza invidia, che benedisse, dopo tutto, il proprio destino e che passò tranquillamente dalla vita alla morte.
(Fanfulla della Domenica)