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 1916  aprile 02 Domenica calendario

Le grandi Officine Italiane per le munizioni

Nello scorso numero abbiamo illustrato con una magnifica serie di fotografie la nostra artiglieria, l’arma più potente e più necessaria alla guerra moderna. Oggi, autorizzati da S. E. il generale Dall’Olio, sottosegretario alle munizioni, possiamo offrire ai lettori il grandioso spettacolo di uno dei maggiori stabilimenti meccanici lombardi, trasformatosi nel volgere di pochi mesi, mercè miracoli di energia, in un’officina di munizioni, capace di produrre cotidianamente migliaia e migliaia di proiettili di ogni calibro.
La grande tavola del pittore Cesare Fratino e le numerose fotografie eseguite nelle officine stesse, valgono meglio di ogni descrizione, tanto più che l’argomento delicato non consente una particolareggiata relazione di quanto abbiamo veduto. Tuttavia, il cortese ingegnere che ci accompagnava nella visita ci ha fornito qualche schiarimento che brevemente ci è consentito di riferire.

*

Apertosi l’usciolo del recinto, che le sentinelle vigilano a baionetta inastata, e mostrato ancora una volta il lascia-passare del generale Dall’Olio, entriamo nell’immenso cortile, tutto solcato di vie e di viottoli, di rotaine Décauville e di binari a scartamento ordinario, dove si circola a stento tra enormi cumuli di pani d’acciaio di gran cubatura e imponenti muraglie di barre allineate in file interminabili, come siepi ciclopiche d’un palazzo di giganti, a cento a cento, a perdita d’occhio.
Le gru elettriche, cariche di pani e di barre, vanno e vengono senza posa, infaticabili.
Sembra di essere in una città industriale, non in uno stabilimento. Per vedere tutto c’è da camminare per una buona giornata.
Prendiamo posto su una piccola Décauville, tutta carica di pallette di piombo per shrapnells.
«Questo trenino, spiega la nostra guida, va, come noi, ai forni di cottura laggiù verso quella selva di fumaioli».
«Lei saprà già che i sistemi di fabbricazione dei proiettili sono fondamentalmente due: quello a freddo o delle barre e quello a caldo o dei blocchetti».
Seguendo il sistema a freddo, tagliate le barre d’acciaio in pezzi della lunghezza precisa del proiettile, si scava il metallo con un trapano (e ci vogliono alle volte delle ore per fare un bicchiere). Col sistema a caldo, invece, arroventati i blocchetti nei forni di cottura a 800 gradi, si vuotano fino al fondello, con un colpo solo della presa idraulica, in pochi secondi.
Noi seguiamo quasi esclusivamente questo secondo sistema molto più rapido e sicuro.
E ora entriamo nella «bolgia infernale».
Investiti da una vampa ardente e soffocante, abbacinati dal riverbero insostenibile dell’acciaio incandescente e dei forni roventi che tingono sinistramente di giallo tutte quelle facce nere e sudate, assordati dal ruggito spaventoso del vapore, pare di scendere nel cratere d’un vulcano o in un antro infernale.
«Ecco le presse idrauliche,» mi urla nelle orecchie l’ingegnere, ed io afferrava ogni tanto qualche frase monca. «Queste, le più potenti Duecento tonnellate... 100 automobili della forza di 70 cavalli una sull’altra!».
I punzoni mastodontici schiacciano i blocchi d’acciaio incandescente così come le dita schiacciano la mollica di pane, e nel blocchetto rettangolare stampano il rozzo bicchiere cilindrico. Gli operai lo afferrano allora con le tanaglie e lo portano, in due o in tre, alla vicina trafila.
«È in fondo la stessa macchina con la quale si fanno a Torre Annunziata i maccheroni di Zita. L’enorme bicchiere grossolanamente sbozzato, più conico che cilindrico, entra ora nella trafila con un diametro di circa 180 millimetri. Spinto dalla pressione idraulica attraverso quattro anelli progressivamente più stretti, si assottiglia e si allunga finché esce quasi perfettamente cilindrico, con un diametro di 158 millimetri: levati al tornio nove millimetri di sovrametallo, avremo una magnifica granata-mina da 149. E adesso andiamo a vedere i torni. Passiamo di qui. Si fa più presto».
Uscendo da quella titanica spelonca infocata, ove si sarebbe detto di respirare piombo fuso e cipria di carbone, ma non certo ossigeno né azoto, il nebbioso ciel di Lombardia pare di un azzurro-madonna quasi sfacciato.
«In questa vasta ala degli stabilimenti, che misura poco meno di mezzo chilometro quadrato di superficie, si compiono tutte le operazioni di finitura, di montaggio e di collaudo. Prima di esser pronto a ricevere la carica di scoppio e la carica di propulsione (quella che lo farà partire dalla bocca da fuoco) il proiettile deve subire ancora 22, dico ventidue, lavorazioni! Ecco qua le nuove granate da 260. Guardi che montagna... fino in fondo in fondo, laggiù!...».
Il ronzìo aspro dei trapani e lo stridore sordo dei torni sono così laceranti che l’aria ne vibra come frustata ed elettrizzata. Centinaia e centinaia di macchine ingegnose e instancabili, vigilate talvolta da donne o da ragazzi, mordono notte e giorno rabbiosamente l’acciaio.
E quel frenetico ardor di lavoro degli uomini, quel vorticoso turbinar delle macchine dà al sangue un’eccitazione febbrile e agli occhi la vertigine.
«Sgrossato esternamente il bicchiere lo si ripassa anche internamente. Poi lo si tornisce definitivamente coi torni di precisione; si fa la filettatura per avvitare il diaframma e la spoletta che regola con precisione cronometrica lo scoppio dello shrapnell. Infine si procede alla cinturazione con la fascia di rame che servirà di guida al proiettile e salverà la rigatura del cannone.
«Qui, con la pressione idraulica, proviamo la resistenza delle granate e laggiù riempiamo gli shrapnells con le pallette di piombo – circa 300 per bicchiere – e colofonia fusa. Vede che lavoro! Vede che prodigi di improvvisazione industriale si sono compiuti, quali insormontabili difficoltà si sono superate, che sorprendenti risultati si sono ottenuti!...
«Chi non lavora adesso a costruire proiettili?!... Un mio amico, fabbricante di bottoni di madreperla, produce oggi diecimila ogive da 65 alla settimana, un altro, proprietario di una fabbrica di armonium, fa cassette per munizioni, una grande fabbrica di orologi non costruisce più che spolette.
«E si va avanti lo stesso, anche se le punte d’acciaio rapido per torno costano 30 lire al chilo!».
*

La guerra che si combatte ha rivelato nel popolo italiano alcune grandi virtù che sembravano essere tesoro esclusivo dei tedeschi: lo spirito d’organizzazione, la pazienza e la tenacia. Alla genialità che nessuno, neppure i nemici osano negarci, è venuta ad aggiungersi una volontà ferrea di bastare a noi stessi in tutte le industrie. Oggi è l’industria della guerra che si è sviluppata in pochi mesi al di sopra delle più gravi difficoltà che in altri tempi sarebbero parse insuperabili.
Questa prova felice saprà trasformarsi domani, dopo la pace vittoriosa, in lavoro fecondo al servizio del progresso e della civiltà.