L’Illustrazione Italiana, 2 aprile 1916
Bonaventura Zumbini
(Nato a Pietrafitta presso Cosenza il 10 maggio 1836; morto a Bellavista presso Portici il 21 marzo). Tipo mirabile di auto-didatta, come Carlo Tenca, come l’Ascoli, come tanti altri della classica terra delle accademie. Critico letterario lucidissimo, rettilineo, preciso, che mirava alle rassomiglianze ideali fra poeti italiani e poeti stranieri, come già Eugenio Camerini, e come l’autore dei Paralleli letterari Giacomo Zanella. E Bonaventura Zumbini mirava alle «fonti» alle scaturigini di bellezze eternate nelle pagine di poeti nostri, ch’egli studiava. Dal secolo XVIII, infatti, le correnti del pensiero e del gusto straniero si intrecciarono, si confusero alle nostre. Lo stesso Ugo Foscolo, greco d’origine, di studii e d’anima, non attinse forse per I sepolcri anco alla poesia sepolcrale inglese? Già Carlo Cattaneo guardava a raffronti stranieri: Tullo Massarani lo seguì ne’suoi Studii: Enrico Nencioni volò con breve ala verso quegli orizzonti geniali. Non fu, adunque, Bonaventura Zumbini «solo» nel suo metodo di critica. La quale partecipava dei due metodi, «l’un contro l’altro armato»: il metodo storico e il metodo estetico, che devono andare in fraterna compagnia per raggiungere le vette della critica alta.
Lo Zumbini fu de’primi che studiarono il sentimento della natura nei poeti moderni. Il capitolo, che ne tratta nel suo volume sul Petrarca(Success. Le Mounier, 1895) è squisito. Quanto profondo provasse quel sentimento il Leopardi, si vegga dagli aurei studii dello Zumbini su quel poeta del dolore del mondo. Nell’altro volume Sulle poesie di Vincenzo Monti, il più letto – è arrivato alla terza edizione (Succ. Le Mounier, 1894) – son rivelate fonti insospettate, curiose di quel magnifico poeta assimilatore: ma il libro è incompiuto. V’è la statua del Monti, non il tempo in cui egli grandeggiò. Per la conoscenza dell’epoca del Monti bisogna ricorrere ancora al Monti e l’età che fu sua, di Cesare Cantò. E nulla v’è della versione dell’Iliade, alla quale è maggiormente raccomandata la fama del Monti. Lo Zumbini riconosceva benissimo questi difetti, egli modesto e di cuor candido; al rovescio di altri eruditi e dotti, aereoplani di cattiverie. Sorrideva egli amabilmente delle sviste altrui. Non gli andavan per altro giù certi strafalcioni commessi da un magno traduttore tedesco del Leopardi. Fra altro, costui tradusse «stille» per «stelle» e nella versione del canto Aspasia, in luogo di «allevatrice» lesse «allattatrice» come se quella affascinante crudele fosse una bàlia del Friùli. Eppure, guai a non giurare, a occhi chiusi, sulla infallibilità papale dei dotti tedeschi!
Il Gladstone, che ci amò più di tutti fra gl’inglesi, e che dev’essere considerato uno dei fattori dell’unità nostra, stimava assai lo Zumbini: ne ammirava sopratutto gli studii sul Milton (Studii di letteratura straniera, Success. Le Monnier, 1907) e ben fece lo Zumbini a consacrare al Gladstone tutto un volume, che storicamente ricorda il turpe servaggio borbonico e la purezza di adorati martiri partenopei.
Nato il 10 maggio 1836, nell’umiltà d’un villaggio (a Pietrafitta presso Cosenza), lo Zumbini preferì la solitudine degli studii ai clamori della politica e del mondo. Nel 1876, successe a uno di quei martiri sublimi, al Settembrini, sulla cattedra di letteratura italiana nell’Università di Napoli: già illustrata dalla trascinante originalità del De Sanctis, oggi ancora ammiratissimo.
Lo Zumbini insegnò per venticinque anni, e fu venerato dagli scolari. A settant’anni fu nominato senatore. Negli ultimi anni viveva in solitudine, raccolto nella sua «Bellavista» casetta presso Portici, fra i libri. Aveva approntato un nuovo volume di Scritti varii, ma, attendendo invano certi documenti da Parigi, ne ritirò coscienzioso il manoscritto.
Morì il 21 marzo nella sua casetta deserta, esprimendo il desiderio di non voler fiori, egli che visse sempre tra i fiori di quell’eliso d’Italia, e tra i fiori immortali del genio dei suoi poeti. Ma non amava i fiori delle esequie pompose e della rettorica dei discorsi funebri. Volle essere sepolto nel camposanto di Portici, dove aleggiano l’anima, la tragica passione del cantore della Ginestra.