L’Illustrazione Italiana, 2 aprile 1916
Primavera su l’Adriatico
Da Brindisi a Valona
Tra Brindisi e la costa albanese s’era addensata molta nebbia. Era calata con le brume d’autunno, al principio d’ottobre, e s’era adagiata largamente quieta nel canale d’acqua profondo che specchia le rocce di Valona e il castello d’Otranto, sgranato dalla rabbia turchesca. L’inverno, co’ suoi venti umidi di scirocco, non si era curato di smuoverla, ed era rimasta lì stagnante e fitta, lungo cinque mesi, celando agli sguardi nostri, nell’ora della più intensa azione, quella che è la scena della nostra guerra marittima. Venivano a quando a quando delle ventate che rompevan fuori dalle bocche suggellate di Cattaro o turbinavano intorno la rupe leggendaria di Santa Maria di Leuca, e pareva che per un momento dovessero schiarirsi gli orizzonti; ma era tregua effimera, squarci di cielo che non riuscivano a contenere tutta la nostra ansia, sprazzi di luce che non lasciavano se non un barbaglio nei nostri occhi. E la nuvolaglia riprendeva il suo dominio. La notizia di uno sbarco ordinato e indisturbato, la voce di un duello favoloso tra una torpediniera e un sommergibile o dell’avventurosa peregrinazione di un incrociatore ausiliario, la diceria di un pericolo spesso più verosimile che vero. Poi nuovamente il mistero.
Traversare questo mare torbido e insidioso, almeno con l’anima, era impresa disperata. Il nostro bisogno di sapere, che si avventurava oltre il molo di Brindisi, se non naufragava miseramente a mezza via, andava a frantumarsi su la riva opposta contro la più insormontabile muraglia che la nostra guerra abbia opposto alla inutile curiosità. Ma oltre la curiosità c’erano la fratellanza, l’entusiasmo, l’ammirazione, la fede, che si consolidavano in un sentimento di dovere, che a volte ci echeggiavano dentro con la voce quasi di un diritto. Un diritto che si appagava di poco, un dovere che si credeva compiuto, spesso, ed esaurito soltanto nel tentativo. E allora ci si aggrappava al filo del racconto di un guardiamarina, che sul piccolo scafo aveva percorso più volte quel mare alla caccia del nemico occulto, pervenendo così nella baia di Durazzo, popolata da tutti i rottami della tragedia di un popolo; o si poggiava l’orecchio sul cassero di un piroscafo della navigazione di Stato e si ascoltavano le cento voci della ciurma che narrava le minacce di un sottomarino e la sua fortunosa fuga per un mare tempestoso, o si cercava di vedere negli occhi attoniti di un profugo della Serbia, tra le ombre dei trascorsi stenti, quello spiraglio di luce che vi avean dischiuso il soccorso e il conforto delle milizie italiane.
Dopo si taceva perché bisognava tacere. Ognuno teneva per sé il segreto e pensava: qui si opera in silenzio e il silenzio nell’azione è forza: attendiamo. E gli altri, i più, trentacinque milioni di uomini che non avevano nessun segreto da serbare, pensavano egualmente che il silenzio nell’azione è forza e ugualmente attendevano. Questa fede nel silenzio dell’azione, questa unanimità nella calma dell’attesa sono uno dei più espressivi segni della disciplina, della serenità, della maturità civile, che l’ora del dovere ci abbia rivelato.
Ora i recenti bollettini ufficiali son venuti a dissipare quella caligine che divideva le due opposte rive. La primavera vien presto nel canale d’Otranto. Febbraio vi è gonfio di ventacci acquosi e d’irrequiete nuvole basse che sembran turgide esse stesse di vento. Ma un giorno che il sole dirompa quella nuvolaglia vi getta un suo fascio di ebrietà, di languori, di musiche che presentono l’aprile. In questa prima settimana di marzo la terra di Puglia è tutta in fermento. La riva adriatica bianca di mandorli in fiore appare al navigante che venga d’Oriente come un’annunciazione. Dal promontorio di Otranto, dalle spiagge del Brindisino, aperte al solco della bonifica, dalle strade maestre di tutta la penisola salentina la catena delle montagne albanesi si vede tutta chiara, tutta bianca e rosea e striata d’ombre e scheggiata di pieghe e di rughe. E il popolano dice:
– Par di toccarle con le mani. – Non è ora chi, nei sereni mattini, al momento di riprendere il lavoro quotidiano, non si fermi un istante a guardarle. Ecco: son venuti i bollettini dello Stato Maggiore e han spazzato gli ostacoli del segreto; è venuta la primavera e ha dissipato la nebbia. Ora par di toccarle con l’anima.
Santa primavera della nostra patria, primavera eterna di nostra gente! Eravamo fanciulli e siam saliti su le terrazze ad ammirare lo spettacolo di quei lontani monti insorgenti innanzi al sorgere del sole. Non ne conoscevamo altri, non avevamo altri monti, erano i monti nostri. Nostri: appunto, ci sembravano una parte della nostra terra. Come quelle sensazioni, quei sentimenti della nostra infanzia ci risorgono dentro, in questi giorni, e danno alla nostra nuova commozione una trepidanza di sogno!
Non è il sole che nasce di là da quei monti? La guerra è tenebra, è abisso, è notte; e di laggiù pare che venga in vece un raggio di luce. Leggeremo ancora e sapremo e sentiremo. C’è il nostro popolo laggiù, armato di fucili e di tenacia e di amore: e c’è un’altra parte, del nostro popolo, una nobilissima parte che va dall’una sponda all’altra e protegge e difende e sorveglia e scorta e soccorre e previene. Tutto in silenzio, tutto nell’ombra: una rassegnazione all’oscuro che è forte come un orgoglio; un adattamento all’eroismo raccolto, quasi umile, che è diventato un’abitudine; un’abnegazione che deve inebriare quegli animi virili come un grido vittorioso. La guerra nasconde su questa scena l’orrendo volto iroso in un fittissimo velo e mostra di tra le pieghe un suo singolare sorriso di pietà. L’azione della nostra marina non folgora quaggiù d’intenzioni micidiali, non si avviluppa nelle vie oblique dell’agguato, non distrugge, non rovina, non premedita e non compie assassinii d’innocenti e d’inermi: un petto che difende come uno scudo e non un braccio che vibri il colpo proditorio. C’è nella sua opera quasi un senso di maternità. Proteggere città indifese, borghi che non sono più che una colonia di bagnanti l’estate e una colonia di pescatori l’inverno, stazioni ferroviarie che stan lì come sentinelle avanzate della nostra preparazione militare e hanno avuto l’onore di raccogliere nella vasca dell’acqua un vagabondo proiettile austriaco, opifici che macinati sotanto pacifiche olive, porti che non possono accogliere e riparare più di tre paranzelle e di un pensionato pescatore di polipi. Proteggere e difendere questa silenziosa vita litoranea, sventare le infinite insidie del mare, romper quella catena di trappole che è tesa dalle bocche di Cattaro all’isola di Corfù, negare l’aria e l’alimento ai sommergibili, sbarrare al nemico le vie acquatiche di rifornimento, guardare e assicurare la libertà di movimento ai soldati nostri e dei nostri alleati. Lo ha detto il bollettino ufficiale: 260 mila uomini trasportati incolumi da una riva all’altra. Un miracolo.
E profondamente materna è anche l’azione di quei nostri fratelli che lavorano in Albania. Lavorano. In un’ora sanguigna di carneficine han compiuto e compiono un’opera di pace. Han salvato un esercito, un popolo, lo han guarito dalle molte ferite, lo han nutrito, han rifatto. Non avevan soltanto munizioni nello zaino, ma bende e pane per gli altri;il fucile lo han portato a tracolla per aver le mani libere nel soccorso. Un sostegno più spesso che un’arme. E quando lo han preso come un’arme ne han fatto uso anzi per la difesa degli altri che di sé. E talvolta son caduti. Quando, dove, come? Non lo sappiamo. A che giova saperlo per la nostra ammirazione, per la nostra gratitudine? Eroismo. Il più alto eroismo della nostra guerra.
E han vinto così, ritirandosi, cedendo la terra per salvare gli uomini, han vinto la loro grande vittoria.
La nostra gratitudine, la nostra ammirazione per questi soldati di terra e di mare dev’essere silenziosa e concorde come il loro eroismo, come il loro sacrifizio. Di quegli altri soldati che si battono su le Alpi e su l’Isonzo noi tutto sappiamo. Li abbiamo veduti nella preparazione e nell’azione, e con che impeto abbiano assalito in ogni parte il più difeso e il più scaltro dei nemici, e come abbiano dominato la montagna e l’inverno, e come dalle opere blindate di Rovereto ai cancelli di Landro alle rocce armate del Carso quotidianamente, ostinatamente sgretolino cinquant’anni di premeditazione e di odio. La nazione sa come i suoi figli le allarghino il respiro oltre le Alpi ed oltre I’Isonzo, liberandola dal nodo scorsoio di un confine che la soffocava; ma non ancora ha saputo e forse non saprà mai compiutamente come quest’altra giovinezza dell’Adriatico lavori agli eventi della nuova storia.
Convenienze politiche e necessità militari così hanno imposto. In ogni modo, si era serenamente sicuri che la nebbia adriatica non nascondeva né una viltà né un’inerzia. Ora i bollettini ufficiali ci han rivelato che nel mistero si compieva un prodigio. La parola ufficiale, se non era indispensabile alla nostra fede, ha giovato a chiarire i propositi che animano la nostra azione. Vuol dire che tra sei mesi o tra un anno, quando liberi dall’ansia quotidiana che ci rompe i nervi potremo con anima più pacata sentire la grandezza e la bellezza degli atti magnanimi e delle virtù silenziose, e quando all’educazione della nostra vita gioverà nuovamente l’esempio, noi apprenderemo con gioia la narrazione di questi cinque mesi di storia. E chi su la traccia del racconto di un marinaio abbia seguito il viaggio di una torpediniera verso l’altra sponda, e chi dalla ciurma di un incrociatore ausiliario abbia appreso il fortunoso viaggio di un corpo di sbarco, e chi abbia veduto nello sguardo dei profughi serbi l’imagine della fraternità italiana verso la più tragica miseria di un popolo, avrà la ventura di riferire episodi di guerra singolarissimi. E forse si troverà chi, per aver vissuto con assidua azione la nostra impresa adriatica, saprà esserne il poeta e lo storico. Dal fondo del mare, dai solchi della terra insanguinata, dalle forre cupe delle impervie montagne albanesi, torneranno allora i nostri fratelli, col volto trasfigurato dal sacrifizio supremo, a popolar di memorie e di speranze le case che lasciarono vuote di giovinezza.