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 2016  agosto 18 Giovedì calendario


Un po’ di autocritica farebbe bene ai nostri imprenditori

La prossima legge di Stabilità riserverà probabilmente una maggiore attenzione agli investimenti e alla produttività. I primi sono al livello storico più basso in proporzione al Pil, il Prodotto interno lordo, il 29 per cento in meno rispetto al 2008. La seconda è stagnante da anni. L’illusione che bonus e incentivi rianimassero i consumi interni è svanita nell’aridità impietosa dei numeri. La crescita zero è uno spettro inquietante, anche se non è da buttare lo 0,7 per cento guadagnato in un anno. Dopo la Seconda guerra mondiale, la produzione industriale tornò, già nel ’48, ai livelli del ’39. Oggi, rispetto al 2008, siamo sotto di oltre il 20 per cento. Le stime sul dato di luglio non sono incoraggianti. Si studiano, con acribia lodevole, stimoli di vario tipo – come la conferma del super ammortamento al 140 per cento e la riduzione dell’Ires – finalmente consapevoli che la strada migliore sia quella di alleggerire il carico fiscale su lavoro e ricerca. E ridare vigore agli investimenti pubblici frenati tra l’altro dall’incerta applicazione del nuovo codice degli appalti. La flessibilità di bilancio, che forse avremo in più dalla Commissione europea, è meglio destinarla alla creazione futura di reddito e lavoro, e non a rastrellare qualche costoso consenso in più. Senza dimenticarci che sotto la veste attraente della parola flessibilità si nasconde la sgradevolezza del deficit aggiuntivo. Preferiamo tutti, nessuno escluso, respirare a pieni polmoni la libertà di movimento strappata a Bruxelles. Come se ci fossimo sottratti al giogo di catene ingiuste. Incuranti del fatto che non riscuotiamo alcun credito.
Il debito rischia di rimanere, dopo nove anni di aumento, inchiodato al 133 per cento del Pil. Sembra più leggero perché c’è qualcuno che ci presta soldi anche a tasso negativo (il 32 per cento del totale dei titoli emessi). Non per merito nostro, ma grazie alla politica monetaria della Bce. La trappola psicologica è insidiosa. Se qualcuno mi paga perché io prenda i suoi soldi, perché dovrei spendere di meno? E infatti la spesa pubblica, al netto degli interessi, aumenta seppur di poco.
L’impresa rivendica giustamente una maggiore consapevolezza del fatto che il futuro dell’economia italiana è strettamente legato ai destini della sua industria manifatturiera, specie nella prospettiva digitale (l’Internet delle cose) con l’avvento massiccio della robotica. Quel quarto di aziende competitive e internazionalizzate di cui parlava sul Corriere del 13 agosto Dario Di Vico non ha problemi. Ha il futuro in mano. Un quarto lo ha perduto. Le altre vanno aiutate al massimo, pur sapendo che un’evoluzione della specie è necessaria. Le aziende nascono e muoiono. Le respirazioni artificiali sono dannose per tutti. Luca Paolazzi (Centro studi Confindustria) ha segnalato, in un suo recente lavoro, l’eccezionale, e mai verificatasi in passato, differenza di profittabilità tra le aziende. Un divario enorme. Le migliori, come testimonia l’ultima ricerca di Mediobanca, hanno offerto risultati superiori al previsto. Ma ciò non si riflette del tutto sui valori di Borsa che vedono molti titoli quotati a forte sconto. Le aziende e le banche meglio patrimonializzate e con una buona redditività pagano un premio al rischio Paese e alla sua crescita bloccata. Ma non sfuggono al radar di gruppi e fondi internazionali che ne intravvedono le potenzialità, oltre che gli spazi speculativi.
Il paradosso di questa situazione è che gli stranieri appaiono più fiduciosi degli stessi investitori italiani. Loro acquistano a mani basse, noi siamo più timorosi. Molte tra le famiglie che hanno venduto le loro partecipazioni industriali preferiscono farsi gestire i capitali investendo in tutto il mondo e magari affidandosi alle stesse banche che scommettono contro il nostro Paese. Tutto legittimo, per carità. Ma la sfiducia implicita di chi si ritira contrasta con la determinazione lodevole di chi continua a rischiare. Per fortuna tantissimi. Una contraddizione che dovrebbe sollevare qualche discussione anche tra gli imprenditori. Invece domina il silenzio.
Paolo Panerai su MilanoFinanza ha lanciato un appello ai gestori del risparmio italiano (1.900 miliardi) a investire di più nelle aziende del proprio Paese. Basterebbe, per esempio, destinare l’uno per cento del patrimonio gestito all’acquisto di titoli bancari per sottrarre l’intero settore a una condizione di umiliante svendita. La proposta è suggestiva. E, al di là della sua praticabilità, ha il merito di porre l’attenzione sulla necessità di creare un vero mercato dei capitali alternativo ai finanziamenti bancari, dopo i fallimenti dell’Aim (la Borsa per le piccole e medie imprese) e dei mini bond. E segnala il paradosso italiano: grandi patrimoni, che fanno gola ai fondi internazionali, e pochi investimenti in Italia.
Gli imprenditori hanno meriti eccezionali ma non dovrebbero sfuggire, come classe dirigente, a qualche serena autocritica. Non sembrano così impegnati nel ridurre i sussidi pubblici alle imprese che distorcono la concorrenza. Non suscita alcun sincero dibattito la scelta di chi trasferisce sede legale e fiscale all’estero pur continuando a sventolare la propria italianità. Non vi è, tranne rari casi, una discussione meno rituale sul modello industriale del futuro.
L’economista Pierluigi Ciocca, sull’ultimo numero di Economia Italiana, sostiene che la produttività stagnante, non è più colpa di costi e salari. Dipende dal fatto che molte delle nostre produzioni, pur profittevoli, non siano più lungo la frontiera dell’innovazione e del progresso tecnologico, capaci di far avanzare l’intera economia. E, citando Carlo Maria Cipolla, Ciocca conclude che non siamo più in grado, come un tempo, di «produrre molte cose nuove che piacciono al mondo». Esagera? Probabilmente sì ma parlarne di più non sarebbe inutile. Un Paese non cresce con l’ipocrisia e i luoghi comuni.