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 2016  agosto 12 Venerdì calendario


Ritratto di Beppe Cottafavi, lo sciamano dell’editoria

Uno lo riconosce per la brizzolata chioma fluente, la sua voce svociata e anche per quella sua aria un po’ da artista. Invece, è solo uno che scopre «i libri dove ci sono prima che ci siano», come dice lui un po’ come uno sciamano, figlio di un tempo che non ricordiamo più, pieno di indiani metropolitani e scosse ribelli. Beppe Cottafavi viene dalla terra di Francesco Guccini e Vasco Rossi, alto e basso, cuore e cervello, da strade che corrono tra i filari di pioppi più veloci di questi giorni assolati.
Cottafavi è un tipo bizzarro, passato da Comix, che inventò negli Anni 90 con i fratelli Panini, a questa ossessione, come la chiama lui, «di trasformare il mondo in libri». Dalla youtuber trasformata in scrittrice Sofia Viscardi, che confessa i suoi 18 anni da adolescente, a Francesco Totti che racconta barzellette, il percorso in fondo è lo stesso, dal primo libretto dell’allor giovane Fabio Fazio che prendeva in giro i cartigli dei Baci di cioccolato ai Post-italiani e i Venerati maestri di Edmondo Berselli agli aneddoti del più grande regista della commedia italiana, Dino Risi, scoperti insieme, uno dopo l’altro, come autori di un’idea, semplicemente questo. Gian Arturo Ferrari, direttore generale della Mondadori, lo accusò molto benevolmente di essere in Italia l’inventore del libroide, che sarebbe quella cosa per cui uno è convinto di leggere un libro, che invece non lo è.
Dissacrante
Ma è davvero così? Cottafavi viene da un’epoca così dissacrante che ce la siamo dimenticata, e dalla sua capitale, che era Bologna, una città che in quegli anni inventava tutto e il suo contrario, dalla musica alla satira. Tutto comincia lì, a metà degli Anni 70, quando nasce il Dams inventato dal grecista Bendetto Marzullo, che riesce a radunare assieme i più geniali svitati di quel tempo. Tutti alla corte del più grande intellettuale italiano, Umberto Eco. Cottafavi è un suo studente: «Ci faceva vedere tutto quello che stava facendo. È stato un grande maestro. Scriveva una Bustina di Minerva, ce la leggeva e la testava prima di mandarla all’Espresso. Io guardavo come faceva i libri. In quegli anni, Eco ha inventato la “varia” in Italia, facendo una collana da Bompiani che si chiamava “Amletica leggera”, dove pubblicava il primo libro di Paolo Villaggio, Come farsi una cultura mostruosa, i libri di Woody Allen, o L’incompiuter, un romanzo di Beppe Viola e Enzo Jannacci, e i fumetti di Quino.
Aveva visto in America, dove già insegnava, questo mix in equilibrio tra alto e basso e questo atteggiamento anticonformista verso la cultura. Senza nessun timore moralistico nei confronti dell’intrattenimento. Una bomba per la cultura bacchettona e catto-comunista dell’epoca. Contemporaneamente, Paolo Caruso, un fenomenologo allievo di Enzo Paci, alla Mondadori fa la stessa cosa, cercando nuovi autori dal mondo dello spettacolo e della tv. La tecnica è la stessa. Cottafavi la trasferisce nella sua creatura. Nel ’92, mentre Michele Serra a Bologna sta facendo Cuore, Cottafavi fa Comix, che diventa una factory della comicità. C’era stata Rai3 la tv di Guglielmi zeppa di comici e anche Carlo Freccero sta inventando una una cosa simile prima a Mediaset poi a Raidue, dove Cottafavi fa il suo consulente. 
Al Dams
«Il clima degli Anni del Dams era tale che a Bologna c’erano i creativi di tutta Italia, Radio Alice e Bifo; da Andrea Pazienza a Pier Vittorio Tondelli, Roberto Freak Antoni, Stefano Bartezzaghi, Marco Belpoliti, andavamo tutti a lezione da Gianni Celati, che faceva un corso di Letteratura angloamericana dai Beatles ai Jefferson Airplane. Alcuni, troppi, sono morti, altri sono cresciuti e diventati figure autorevoli nell’industria culturale. Eravamo la versione allegra, desiderante e situazionista, dei cupi anni 70, l’allegria dominava al posto della violenza. Debord e Deleuze sono gli autori più importanti della mia formazione». Comix è nato così, diventa un laboratorio, e qui comincia il percorso di Cottafavi alla scoperta dei talenti. «I primi libri che pubblico, Pillole, sono mille lire umoristici tra cui la celeberrima Nutella Nutellae di Riccardo Cassini con pezzi in latino maccheronico, che vende un milione di copie. Il primo libro di Daniele Luttazzi, 101 cose da non fare a un funerale ma anche, sull’ottovolante di alto e basso, Ekfrasis di Omar Calabrese, i giochi di Giampaolo Dossena, e scovo persino gli aforismi di Giorgio Manganelli. E Povero Pinocchio, il libro dei giochi linguistici di Umberto Eco e dei suoi studenti. In quell’ambito arrivano in tanti, la Littizzetto, Fabio De Luigi, Natalino Balasso, Vergassola. E poi Bartezzaghi, Romagnoli, Giusti. Daria Bignardi fa la posta del cuore, Berselli tiri mancini. Eddy fece questa rubrica e diventò il mio amico più caro». Quando chiude Comix, nel ’96, Cottafavi si trasferisce armi e bagagli come consulente editoriale alla Mondadori, «che è una grande scuola di idee e di cultura. Non è solo la casa editrice più grossa, è la scuola migliore, tutti i dirigenti delle altre vengono da lì».
Le barzellette di Totti
«Nel 2000 con Marco Giusti inventammo il libro delle barzellette di Totti, un milione e mezzo di copie, con prefazione di Walter Veltroni e postfazione di Maurizio Costanzo». L’ultimo suo successo è Sofia Viscardi, Succede, il romanzo della generazione Zeta, che racconta senza fisime e artifici come vivono oggi gli adolescenti a Milano. «Sofia ha 18 anni, è intelligentissima, un grande talento». Ma per il futuro ha già altri assi nella manica, come Martina Dell’Ombra, youtuber pure lei, «una situazionista che sta rinnovando in rete il linguaggio della satira». 
Sta lavorando con Stefano Massini, compagno di liceo di Renzi, coltissimo epigrafista, consulente artistico del Piccolo di Milano, al Lehman romanzo. Ha scovato il medico empatico, Pierdante Piccioni, vittima di un incidente terribile, crede molto nel romanzo che sta scrivendo Teresa Ciabatti e in Franco Guandalini, «un geniale modenese obbligato dalla propria pigrizia a fare il farmacista». Il suo lavoro, spiega, «è solo far dare il meglio agli altri». Ci riesce molte volte. Qualche volta non basta riuscirci. Il libro di cui va più fiero è quello che ha fatto scrivere a Dino Risi, I miei mostri, uno psichiatra che stanco di curare gente che non guariva s’era dato al cinema. Un pamphlet su i migliori anni del cinema italiano scritto come grande cabaret. Ha venduto? «No. Poco». Però, dice, è quello più bello che ha fatto fare. Perché poi c’è il mercato. Alti e bassi, e vallo a capire il segreto.