La Stampa, 31 luglio 2016
Terrorismo, imparare dal passato
Tra i due terrorismi esistono grandi differenze. La più importante è che quello attuale, a differenza dell’altro, ha una guerra alle spalle che ne costituisce il polmone organizzativo e ideologico.
Tuttavia alcune scelte fatte ieri possono aiutarci oggi. Tutti i terrorismi infatti hanno in comune tre fattori: colpiscono persone e luoghi non per quello che sono ma per quello che rappresentano; sono mossi da un’ideologia totalitaria; hanno bisogno che i mezzi di comunicazione diano il massimo risalto alle loro azioni.
Il primo problema, quindi, è la comunicazione; occorrerebbe che tutti i mezzi di comunicazione decidessero di informare con modalità tali da svuotare l’impatto propagandistico delle vicende del terrorismo. Ad esempio non pubblicando le fotografie degli attentatori né i messaggi dell’organizzazione. Se si diffondesse la consapevolezza che non bisogna trasformarsi in agenzie del terrorismo, anche nei social network potrebbe prevalere un atteggiamento responsabile.
Il terrorismo del passato fu battuto anche grazie all’isolamento che subì nelle fabbriche. Non fu né rapido né semplice. Al Lingotto le prime file facevano il segno della P38 contro chi in quel momento stava spiegando la tragedia dell’omicidio politico. Noi sosteniamo, a ragione, che l’islamismo moderato deve isolare e denunciare i terroristi. Ma perché si arrivi a questo obbiettivo non basta fare inviti. Bisogna andare da loro, discutere, persuadere. E non una sola volta; ma dieci, cento volte. Spiegare che quel terrorismo, prima di uccidere gli europei, uccide gli islamici in Medio Oriente e uccide il futuro per loro e i loro figli. Se per ipotesi quell’islamismo vincesse, loro ne sarebbero vittime come noi. Perciò il fronte dev’essere comune. E questo comune interesse va spiegato non solo agli islamici moderati, ma anche ai nostri estremisti. Chi attacca tutti gli islamici fa quello che vogliono i terroristi per ricompattare il mondo islamico che vive tra noi e allargare il varco tra quel mondo e l’Occidente. Le cerimonie religiose che si terranno oggi in Italia e in Francia dimostrano che un dialogo fruttuoso è possibile, ma non devono restare isolate, devono aprire un confronto e un’analisi comune.
Questo terrorismo è diventato strutturale; va combattuto quindi con continuità e determinazione. La determinazione di ieri non nacque spontaneamente né in un solo giorno, né con un solo atto. Fu costruita giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, da un lavoro paziente nelle scuole, nelle fabbriche, nelle università, nelle città, sui giornali e sulle tv. Oggi occorre lo stesso atteggiamento mentale.
Non si combatte in modo disunito e animati dalla diffidenza reciproca contro un nemico che è unito, ha una fiducia folle nel proprio progetto, non esita a sacrificare la vita per conseguire l’obbiettivo. Negli Anni Settanta faticammo a superare le gelosie tra gli uffici giudiziari e tra le forze di polizia. Ma poi venne costituito un corpo unitario di polizia antiterrorismo che dette i risultati sperati. Oggi l’Europa per i nostri nemici é un unico campo di battaglia. Per noi si tratta di 27 codici, 27 magistrature, 27 polizie, 27 governi. Ridurre ad unità tutto questo nei tempi utili è impossibile. È invece possibile costituire alcuni organismi comuni, in particolare un’unità di polizia europea che possa intervenire in tutti i Paesi collaborando con le forze locali, acquisire e interpretare tutti i dati, intervenire sul luogo degli attentati, dovunque verificatisi, individuare i soggetti sospetti. Occorre superare le barriere degli Stati come le supera ogni giorno lo stesso terrorismo. In Italia non servono leggi restrittive. Sarebbe utile, invece, una disciplina chiara dei captatori informatici, che consentono all’utilizzatore di compiere qualunque tipo di operazione sul telefono o sul pc dell’intercettato. Servono per conoscere il loro sistema di comunicazione. Più determinazione dimostriamo nei fatti, più è possibile sconfiggere i terroristi. Ogni sconfitta che subiranno nelle nostre città corrisponderà ad un indebolimento dell’Isis sui campi di guerra e ad una minore pervasività della loro propaganda. I partiti devono fare fronte comune. Ci vuole coraggio. Ma nessuna battaglia politica é stata vinta agitando la paura e incrementando le divisioni.