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 2016  luglio 18 Lunedì calendario


L’arte, la politica, l’Islam e l’Europa: intervista a Philippe Daverio

Philippe, sto cercando un cittadino d’Europa.
«Auguri».
Non scherzare: cerco uno che non sia straniero né in Italia, né in Francia, e nemmeno in Germania.
«Lo hai trovato, allora. Ma a che ti serve il malcapitato?».
A raccontare la notte d’Europa tra Nizza, Ankara e Istanbul.
«Allora non lo hai trovato».
Perché?
«Se cerchi il politicamente corretto non sono la persona giusta».
In che senso?
«Sono andato a letto, venerdì scorso, tifando per il colpo di stato dell’esercito turco».
Allora sei quello giusto. Anche io.
«Mi sono addormentato alle 2 di notte con una speranza».
E poi?
«Quando al mio risveglio ho scoperto che l’islamista Erdogan era ancora al suo posto, mi sono depresso».
A Libero cercavamo un intellettuale che ci spiegasse questi tempi sbandati fra incubi e rimozione, fra massacri e spensieratezza.
«Non so se sono l’uomo giusto, ma io la vedo così: siamo dentro un tunnel di quelli che non finiscono mai».
Da quanto?
«Da anni: non vediamo più la luce di ingresso, ma non riusciamo a scorgere nemmeno la luce dell’uscita. Forse nessuna delle due esiste più».
E questo cosa comporta?
«Che viviamo in questo stato particolare, una condizione che persino i nostri padri, stretti fra le guerre feroci del secolo novecento non hanno conosciuto».
Quale?
«Io lo definirei ansia della sospensione. Non abbiamo una prospettiva. Siamo nell’incertezza, nel nulla».
Ti riferisci al terrorismo? All’idea dell’Europa?
«Ad entrambe le cose. Non avendo una identità certa non possiamo combattere. Non vedendo una meta, non possiamo avvicinarci, muoverci».
Hai detto che sei ancora europeista convinto, però.
«Lo sono per nascita, per cultura, per formazione, per frequentazioni, come vedrai. Ma non mi sento cittadino di “questa” Europa».
Questa quale?
«Una Europa di valute, priva di una cultura comune, con meno cose in comune di un secolo fa».
Se chiami Philippe Daverio e parli di identità nazionali con lui hai subito la sensazione di respirare una boccata d’ossigeno. Ti parla nel suo italiano sofisticato con un impercettibile accento del nord. E mentre ti racconta del suo rapporto con il tedesco, ne trova tracce nel dialetto lombardo, sintetizzando: «La mia idea di Europa nasce intorno a quattro lingue e due dialetti che hanno segnato la mia vita».
Da dove vengono i Daverio?
«Dall’Alsazia, terra di confine fra la Francia e la Germania. Sono di Lingua tedesca ma ho un nome e un cognome francofono».
E questa doppia radice corrisponde alla storia della tua famiglia?
«Direi di sì. Mio nonno ha combattuto con orgoglio per il kaiser nella prima guerra mondiale ed è fuggito dal Fuerher nella seconda, riparando a Marsiglia».
Ovvero?
«Ha amato l’Impero e odiato il Reich. Nato tedesco, è diventato francese».
Una testimonianza della complessità di questa storia europea. A prima vista sembra strano.
«Ma non lo è: malgrado siano cadute le frontiere, chi è cresciuto nel cuore dell’Europa, all’inizio del secolo aveva una cultura molto più cosmopolita ed europeista della nostra di oggi».
Come mai, secondo te?
«Il cosmopolitismo, che è una cultura ricca, progressista e democratica, è stato il primo nemico dei totalitarismi, l’ossessione di Stalin e di Hitler insieme».
E oggi che abbiamo il diritto a viaggiare senza limitazioni...
«Tutto questo valore è stato perduto nell’Europa contemporanea. In quel brodo di coltura, fra Parigi e Vienna hanno vissuto e prosperato i Situazionisti, gli Esistenzialisti, i Surrealisti, e – aggiungerei – persino i Ciclisti».
Nel senso del tour de France?
«Certo, grande elemento di contaminazione».
È andato perduto?
«Ah ah ah... Hai mai sentito parlare la Mogherini?».
Rido anch’io ma spiega.
«È stato fin troppo detto e ripetuto, ma è evidente che l’Europa delle monete, sul terreno della cultura ha perso le sue ricchezze».
Dove hai studiato?
«Per metà alla scuola francese, in Alsazia, e poi alla Scuola della comunità europea di Varese».
A Varese?
«Sì, era nata nel 1958, un anno dopo la formazione del primo embrione di Comunità, con il tratto di Roma del 1957». Sei un lombardo cosmopolita. «Tu scherzi, ma lo sai che il Lumbard ha diverse affinità con il tedesco?».
Da ragazzo dove muovi i primi passi?
«Faccio l’università alla Bocconi, mi candido con le liste liberali. Poi con il sessantotto, aderisco al movimento studentesco, vivo quell’esperienza: era il destino di una generazione».
Sei un sessantottino pentito?
«Affatto. Sono cambiato, ovvio, cresciuto, ma non rinnegato. Siamo stati una generazione che ha avuto una consapevolezza del suo ruolo nella storia. Dovrebbe essere così per tutti i giovani».
Torniamo per un attimo alla Turchia.
«La notte del golpe ho pensato: “Per fortuna ci sono i militari”».
Perché?
«Erdogan il liberticida è un vero problema del Mediterraneo».
Perché?
«Tutta l’Europa finge di ignorare che un paese islamista nella Nato è un controsenso. Non può esistere».
Sei deluso dalla reazione alla strage di Nizza?
«Pensiamo davvero che qualcuno possa prendere sul serio i proclami di quel piccolo uomo che si chiama Olanda? Hollande è ridicolo».
Torniamo alla tua vita. Cosa fai quando finisce la stagione della politica?
«Apro la mia galleria d’arte a via Montenapoleone. E, poco dopo, a New York».
È la fortuna della tua vita, anche economica.
«Non c’è dubbio. Finché sono state aperte ho guadagnato bene».
Fammi capire l’ordine di grandezza, ricordami uno dei pezzi più importanti che ti sono passati per le mani.
«Tanti. Ma non posso scordare un capolavoro».
Quale?
«L’ultimo quadro di Umberto Boccioni, che ho venduto in America. Un pezzo di valore inestimabile».
A quanto è stato venduto?
«Eeeehhhh.... 10 milioni di dollari».
Ma sbaglio o la commissione per il gallerista in questi casi non è meno del 10%?
«Non c’è dubbio. Ma non bisogna farsi ingannare. Il gallerista è un mestiere molto dispendioso».
Che però abbandoni, per fare l’assessore in quota Lega Nord nella giunta Formentini.
«Esperienza memorabile».
Come passi dalle avanguardie a Umberto Bossi?
«Il tramite fu il mio amico Mario Spagnól, allora ala Bompiani, che mi presentò allo stato maggiore leghista».
E come fu il rapporto con Bossi?
«Eccellente. Divertente. Folle».
E l’esperienza amministrativa?
«Mi sono divertito tanto. Perché ho lasciato dei segni che restano».
Tipo?
«Il Palazzo reale è roba mia. Come la riconversione della Bicocca. Ma non solo: Porta nuova, il Passante, la fiera, le torri, tutti progetti di Formentini, portato a termine dagli altri».
Stai gonfiando il petto?
«Sì, ma non solo per rendere il giusto merito a Formentini. Lo faccio per spiegarti la differenza che in Italia corre fra il tempo delle idee e quello della realtà».
Cioè?
«La Milano di oggi è stata immaginata un quarto di secolo fa. Non credo che in altri paesi d’Europa esista un divario temporale così alto fra il progetto e l’inaugurazione. La terza Roma di Mussolini è nata in cinque anni».
Sei ricco?
«No».
Abiti in una casa che è un monumento, quasi 400 metri quadri pieni di opere e storia.
«Pago un affitto spropositato».
Più di diecimila euro.
«Non farmi quantificare».
Quindi sei ricco.
«No. Vivo del mio lavoro intellettuale. Una vita agiata, ma non potrei fare il rentier che vive della sua fortuna».
Dici?
«Ho pagato le quattro “I”: Impdap, INAIL, Imps, Empals».
Empals comincia per «E».
«È vero. Ma tu hai capito il senso: dopo aver pagato quattro diverse casse previdenziali faticherò a mettere insieme la minima».
Questo ti angoscia?
«Non il mio destino personale, che importa poco».
E cosa?
«L’idea che in questo paese nessun politico abbia idea o immagini come sarà il suo paese tra vent’anni».
Perché la Francia è vittima degli attentati?
«Perché vivi amo in una epoca di folli. E anche perché otto milioni non ha avuto un destino».
I francesi di Terza generazione.
«Ha vinto la non-integrazione, vivono in periferie mostruose».
Le nostre sono meglio?
«Porca puttana, altroché! La periferia meridionale è catastrofica ma inclusiva. Quelle del nord sembrano quartieri borghesi al confronto delle banlieu».
Però continui a vivere a Milano. Ti senti italiano?
«No. Ma riconosco che siamo il popolo più cialtrone più simpatico al mondo. Non potrei vivere altrove».