L’Illustrazione Italiana, 30 ottobre 1916
Corriere. La fine del Montenegro. -La Corte Montenegrina a Lione. -I discorsi di Barzilai e di Martini. -La cerimonia dell’ospedale delle città di Francia a Milano. -I discorsi di Barthou e l’apostolato di Raqueni. -Le dichiarazioni di Llovd George.- L’invocazione di D’Annunzio alla Scala. -La condanna dei frodatori a Bologna. -Il centenario del Barbiere.
Le speranze momentaneamente arrise, che la vanteria austro-tedesca della sottomissione del Montenegro sarebbe smentita dall’estremo valore dei superstiti difensori eroici del piccolo paese, sono svanite davanti alla inesorabile realtà. Il Montenegro ha subito il destino della Serbia, ed era illusione supporre che, abbandonata a sé stessa la Serbia, fosse ancora possibile soccorrere utilmente e salvare il Montenegro.
Che cosa realmente è accaduto fra il comando superiore austriaco ed i varii dirigenti la politica montenegrina?... Nessuno ora lo sa, o, sapendolo, vuol dirlo pubblicamente. Reticenze di qua, reticenze di là. La storia lo saprà un giorno, se pure mai lo saprà. In realtà, la Regina Milena, le principesse, il principe Pietro sono fuggiti da Scutari, hanno attraversato 1’Italia – sostando brevemente nella stazione di Roma perché nel cuore dell’augusta figlia regina potesse sfogarsi un istante il dolore dell’augusta madre regale – ed ora tutta la reale famiglia montenegrina, tutta, compreso re Nicola e il principe Danilo – ed assente il solo Mirko, disciplinante sul confine albanese l’estrema ritirata – è a Lione. La regina Milena l’ha prescelta come preferita terra d’esilio, in rimembranza di un soggiorno fatto nella bella città, fra il Rodano e la Loira, quando fu a cercarvi dalla valentia di uno specialista rinvigorimento alla minacciata salute. Roma ha salutato con l’usata simpatia e con rinnovata ammirazione il Re Nicola, profugo anch’egli – come re Pietro, come re Alberto; e l’invasore, affermatosi in Cettigne, davanti al modesto konak, con l’emblema caratteristico, storico d’ogni sua invasione – la forca – ha proseguito per Antivari, per Dulcigno, per Podgoritza, e mentre scriviamo, i telegrammi annunziano che sta per occupare anche San Giovanni di Medua, dopo essersi impadronito di Scutari.
Gl’italiani si trovano dunque, anche là, di fronte al nemico, che da otto mesi stanno vigorosamente fronteggiando dallo Stelvio e dal Tonale al Carso.
Cosa potevano fare, prima, gl’italiani?... Nulla; e le polemiche sollevate qua e là da giornali francesi ed inglesi, troppo solleciti nel volere dissimulare gli errori ampiamente palesi della Triplice Intesa, sono state molto lucidamente confutate dalla elegante dialettica di Salvatore Barzilai, che nei suoi discorsi di Bologna e di Milano ha ben precisato quale fosse, prima del 24 maggio 1915, la posizione dell’Italia, quali furono i suoi consigli, quale divenne poi il suo atteggiamento, quale sia il senso della sua responsabilità ora, e quale la coscienza dei suoi doveri.
E a nome del governo, ugualmente, Ferdinando Martini, ministro per le Colonie, in Firenze, pronunziando davanti ad elettissima assemblea un discorso dotato, com’ogni sua cosa, dei pregi di vero gioiello letterario, prezioso per valore di rievocate sensazioni storiche, ha precisato in due lucidissimi periodi il compito dell’Italia sull’«altra sponda».
«Io lo sento, lo so: l’anima italiana è oggi percossa dalla sciagura di genti eroiche che, perduta la patria, vagano raminghe nel mondo, e partecipo anch’io della pietà che esse ispirano: ma la pietà non accasci: inanimisca anzi e sproni. Se errori vi furono nella condotta della guerra, l’errore è fecondo di ammaestramenti; insegnerà agli Alleati una più meditata concordia di atti, una più intima comunanza di criteri, una maggiore frequenza di affiatamenti. Noi non tocca a ogni modo rimprovero di astensioni, di negligenze, di oblii, di taciuti consigli.
Non tutto possiamo, non tutto dobbiamo: e dobbiamo principalmente non cercare prevedibili sconfitte, non disperdere le nostre forze, non disseminare i mezzi tecnici che la guerra presente vuole così possenti e così multiformi. Concentrando i nostri sforzi in quei soli punti ove la difesa del nostro confine, inviolato e inviolabile, e la tutela del nostro avvenire politico ed economico ci han chiamati e ci chiamino, noi diamo alla causa comune gli aiuti migliori e ci adoperiamo ad affrettare il giorno nel quale dal sangue la pace sollevi candida le ali. Quando?».
«Quando – ha aggiunto il ministro – la forza avrà costretto la forza ad incurvarsi davanti al diritto», – e perché questo avvenga, e presto, e sicuramente, fervono le opere e le intese fra coloro che lottano per il diritto e ne preparano, ne vogliono il trionfo, che non potrà mancare.
Ai discorsi meditati ed inspirati che Salandra, Martini, Barzilai, hanno pronunziati in questi giorni a Firenze, a Bologna, a Milano, hanno fatto eco quelli che a Milano – in una bella cerimonia fraterna della pietà soccorritrice – sono venuti a pronunziare uomini di salda fede e di alta inspirazione come Pichon e Barthou, consacranti qui con la presenza loro e di altri loro esimii colleghi francesi la sempre più salda fratellanza latina che vide i trionfi del 1859 e vedrà quelli del 1916. La lega franco-italiana è accesa da una fede, che ha superati duri ostacoli, ed altri ancora dovrà superarne e li supererà. Era questa la fede vivissima di quel povero buon collega Raqueni, il corrispondente italiano di giornali italiani da Parigi, dove, per lunghi anni, resistendo a delusioni e a derisioni, fu il più tenace propugnatore di quella Lega Franco-italiana, che inspirò tante belle iniziative, ideate, promosse, volute da quel suo entusiastico segretario. Egli è mancato alla vita proprio ora, che la realizzazione dei suoi sogni sorrideva ad un lungo apostolato, che fu una delle ragioni sostanziali della sua alacrità di pubblicista. Egli è mancato ora, quasi a provare che le sue ardentissime speranze franco-italiche, essendo arrivate alla mèta, la scomparsa del fervoroso apostolo era quasi un delicato, commovente suggello alla compiuta trionfante impresa!... Ma bisogna spingersi più in là della concordia franco-italiana; bisogna arrivare alla «vittoria» che darà al mondo la pace, e alle due sorelle latine la gioia serena della riconciliazione coronata dal successo.
Questo vedrà il 1916 – compiendosi il secolo dall’anno fatale in cui, sotto la egoistica politica «paterna» del duro e pedante Francesco I, l’Italia, a cominciare da questa nostra Lombardia, si vide costretta dentro il rigorismo pedante della lunga dominazione austriaca, che ora l’Italia deve finire di ricacciare oltre i naturali confini e fuori da quell’Adriatico, dove ancora più insidiosa e più estesa si riaffaccia.
Con la forza contro la forza, per il diritto – per questo alto compito – che tocca gl’italiani ed i francesi, gl’inglesi e i russi come i belgi, i serbi ed i montenegrini; per questo alto compito Lloyd George – il tenace organizzatore britannico – così si è espresso con un redattore del Daily Telegraph:
«Mazzini scrisse che la guerra è il peggiore dei delitti quando non sia combattuta in difesa di una grande verità o per smascherare una grande menzogna. Gli Alleati stanno compiendo uno sforzo formidabile per seppellire la maligna menzogna che proclama diritto la forza, e non cesseranno di lottare sinché non avranno acquistato la ferma convinzione di aver seppellito questa menzogna a tale profondità da renderne impossibile la risurrezione. Sono più che mai fidente nella vittoria, tanto più che l’alleanza, dopo 18 mesi di guerra, è salda e compatta come allo scoppio delle ostilità».
Non vorrà dunque essere lontano il giorno in cui l’umanità potrà raccogliere l’invocato frutto di tanti sforzi comuni e di così celebrata concordia!...
Così l’Inghilterra è venuta rivoluzionando sé stessa, adottando con sempre crescente fervore la coscrizione dei celibi, la quale, come Lloyd George afferma, le darà in breve il più formidabile e più moderno esercito del mondo, che, unito alla più poderosa flotta, metterà la Gran Bretagna in condizione di gettare tutto il suo peso – e dove mettere il peso delle sue sterline? – sulla bilancia della guerra, facendola trascendere, finalmente, verso la pace.
La persuasione generale è appunto questa – che l’anno 1916 sarà l’anno della pace sospirata – paci popolo – rum sospitae – come
fu scritto, cento anni sono, sull’arco di porta Ticinese a Milano, che dianzi era intitolato a Marengo!...
Ma prima della pace – la vittoria; e per questa corrono i cittadini – corrono è veramente la parola – e corrono tutti, d’ogni ceto, in maggioranza nuovi, nel paese nostro, a questa pubblica prova di fiducia – corrono i cittadini a portare il contributo dei loro risparmi, perché la patria dal nuovo prestito nazionale – la cui chiusura è prorogata al 1° marzo – abbia rinsaldata la finanza, – senza una salda finanza non essendo possibile una forte guerra.
Ed il fervore italiano, il fervore di Milano – che è così gran parte nella fidente operosità dell’Italia – ebbe la sua degna apoteosi otto giorni sono, nel gran tempio di ogni esaltazione spirituale, nella Scala, dove, resuscitatavi La battaglia di Legnano,battaglia di quel Titano che fu Verdi per l’arte e per la Patria, il poeta della bellezza e della guerra rivolse al pubblico elettissimo parole fiammeggianti di fede.
«Or è due giorni – disse egli – essendo disceso per le vie dell’aria in Grado nostra, nella respirante Grado d’Italia, mi avvenne di leggere nel pergamo della veneranda Basilica dei Patriarchi questo comandamento: Siate facitori della parola.
L’obice, il mortaio, la bomba a mano, la mitragliatrice, il fucile, la baionetta, tutti gli arnesi e gli strumenti di guerra sono oggi i facitori della Parola, ma sopra tutto i combattenti che voi sapete eguali sempre nell’impeto e nella fermezza, nella passione e nell’abnegazione, tenaci e audaci, resistenti e ardenti, ma sopra tutto i cittadini, i buoni, gli ottimi, quelli che fanno e danno, confortano fazione, alimentano la fede, secondano la vittoria. Anzi io dico che da oggi le sorti della guerra non tanto dipendono dalla prodezza dei soldati, indubitabile, quanto dalla pertinacia dei cittadini. Per l’una e per l’altra noi vogliamo pregare, affinché dall’una e dall’altra si compia la Parola vivente, l’unica, umana e divina: Sia fatta la più grande Italia».
Auguriamo che sia così! E non lo dicono, non lo invocano, non lo promettono soltanto i «facitori di parole». Lo sente, lo vuole il popolo – quel medesimo popolo che, la settimana scorsa, a Bologna, applaudì una severa sentenza del tribunale militare, e fischiò aspramente i condannati.
Perché la guerra ha portato anche questo di buono – tra i molti mali inevitabili – una più vigile coscienza del pubblico per i diritti e gl’interessi dello Stato, che il pubblico sente viemeglio essere i diritti e gl’interessi di tutti. Per lunghi, lunghissimi anni, nel succedersi dei governi perversi od anche solo mediocri, frodare lo Stato pareva poco meno che opera meritoria. Oggi il popolo sente che frodare lo Stato è frodare esso popolo medesimo. Questo hanno voluto dire, chiaramente, i fischi che a Bologna hanno accompagnato i frodatori condannati, colpevoli di avere sofisticate coscientemente le farine destinate alla fabbricazione del pane per i combattenti. Questo episodio delle frodi nei mulini veneto-emiliani è uno dei più tristi, perché mostra uno degli aspetti più abbietti dell’umana natura. La severa condanna ha suonato veramente giustizia – e l’applauso popolare alla giustizia punitrice è sintomo confortante di rinnovazione popolare, tanto più apprezzabile nell’ora in cui la salute della patria, la vittoria, in tanto varranno in quanto siano il frutto, non solo del valore delle braccia, ma del valore delle coscienze e delle volontà!...
Se rivivesse Gioachino Rossini, del centenario del cui immortale Barbiere si prepara la celebrazione – farebbe penitenza di sé stesso, e riconoscerebbe che, dopo cento anni dai primi applausi all’
Io son Lindoro di basso stato
gl’italiani hanno mutato stato davvero, ed hanno rifatta, nella gara più nobile coi popoli liberi e civili, la propria fede e la propria coscienza!...
26 gennaio