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 1916  gennaio 16 Domenica calendario


In morte di Guido Baccelli

L’uomo, il civis più rappresentativo che Roma abbia dato all’Italia unita, dal 20 settembre 1870 in poi; l’incarnatore più caratteristico del «romano de Roma» nato dal «generone», dalla grassa borghesia faconda e festosa, fu certamente Guido Baccelli, il quale era già medico di bella fama quando i bersaglieri del generale Raffaele Cadorna entrarono animosamente nell’Urbe per la storica breccia.
L’Annuario Pontificio per il 1870, registrava allora come anziano nel collegio medico-chirurgico dell’Università Romana – la Sapienza – il cav. Antonio Maria Baccelli; ma nell’elenco dei professori di medicina e chirurgia registrava pure il nipote di questi, dottor Guido, sia per l’anatomia patologica, sia per la clinica medica. Guido Baccelli aveva allora 38 anni, ed era laureato dal 1852; dal 1857 aveva esordito nell’insegnamento universitario come sostituto per la medicina politico-legale, con diritto acquisito ad un posto di titolare, cui non aveva tardato ad arrivare. Per dottrina era un tradizionalista, un classicista; per ampiezza di intuito, larghezza di visioni era un innovatore, un modernista; per l’anatomia patologica teneva come testo le opere latine del grande forlivese Morgagni – del quale aveva curata un’elegantissima traduzione; ma la penetrazione del suo ingegno naturale, del suo pronto e felice spirito assimilatore egli aveva ben presto rivelata (tra il 1863 e il 1865) in un suo volume Patologia del cuore e dell’aorta, oggi ancora accettata da molti medici come opera da consultare.
La malaria, il flagello della vasta provincia romana, ebbe prestissimo la sua geniale attenzione: egli partiva dalle concezioni primitive delle più reputate scuole mediche italiane del secolo XVIII ma arrivava a percezioni, ad induzioni, ad ipotesi affatto nuove e felici; poi era genialissimo nella determinazione della terapeutica, e porta il suo nome la famosa miscela (chinino, ferro e arsenico) rimasta il rimedio tipico per la profilassi antimalarica.
La scienza riconosce a lui la scoperta delle modificazioni speciali nel timbro e nell’intensità della voce ascoltata sulla parete toracica. nei casi di infiammazioni purulente della pleura: e questo è detto anche attualmente sintomo del Baccelli. Moltissimi metodi di cura egli escogitò per le più varie malattie: impulso notevole egli diede in Italia ai metodi d’introduzione dei farmaci nell’organismo mediante iniezioni, sotto la cute ed anche nelle vene. Il metodo di cura del tetano colle iniezioni di soluzioni di acido fenico sotto la cute suscitò al suo primo apparire grande interesse e ancora oggi è commentato da non pochi autori. Ed il Baccelli fu tra i primissimi a praticare le iniezioni entro le vene (endovenose) dei preparati mercuriali contro la lue celtica, precorrendo di molto i metodi odierni di somministrazione del Salvarsan.
Grande curiosità suscitò anche a suo tempo il metodo da lui elaborato per la cura degli aneurismi: introdurre nel vaso dilatato a sacco una molla d’orologio, nel concetto che il sangue si sarebbe deposto sopra di essa in forma di grossi coaguli, onde il sacco aneurismatico si sarebbe per la massima parte riempito di materiale solido invece che di sangue circolante, rendendo più tollerabile la sofferenza e meno probabile il rischio letale per
il paziente. Concezione originalissima, anche se le statistiche nosocomiche non abbiano poi concorso troppo efficacemente a confermarla.
Il medico, il professore era noto in Roma, in Italia, ed anche fuori, quando le cannonate del 20 settembre suonarono la sveglia liberatrice per Roma. Guido Baccelli non era stato un «liberale della vigilia» e non avanzò mai pretese come tale; ma quando, dopo quattro anni dalla liberazione, Roma fu chiamata per la seconda volta ad eleggere i suoi deputati – egli – che era già entrato nell’ambito della vita pubblica come presidente del consiglio superiore di sanità, parve naturale che ricevesse dai suoi concittadini il mandato di rappresentarli a Montecitorio, dove, se non fosse stato eletto egli, sarebbero andati uomini di ben limitata notorietà, come l’avv. Pietro Venturi o l’avv. Ercole Ranzi.
Alla Camera entrò come uomo della Sinistra; la via così era più facile; poi la vecchia Destra declinante aveva mostrato contro di lui, nelle colonne dell’inesorabile Fanfulla, tale un’asprezza di critica, che egli si trovò, necessariamente, sospinto verso l’altra parte, alla quale portavanlo l’istinto dell’arrivare in alto, ed un certo soffio di paganesimo rivoluzionario, che delineava tutti i suoi atteggiamenti di uomo nuovo, venuto un poco tardi, ma in tempo, a partecipare a pieni polmoni alla vita libera.
Salì così, rapidamente, per la vigoria nel parteggiare, per l’influenza che in Roma aveva la sua numerosa famiglia – un Baccelli magistrato, due altri nel Consiglio provinciale, uno dei quali (Augusto) poi deputato – poi il figlio, poeta e deputato, ed anche ministro, Alfredo – per la vivacità del suo temperamento, per il calore della sua facondia oratoria, accompagnata da atteggiamenti romanamente classici e da gesti ampiamente tribunizi.
L’Istruzione pubblica fu il Ministero che gli venne di preferenza e ripetutamente affidato – nel secondo Gabinetto Cairoli, nell’81, nel terzo Gabinetto Depretis, dall’81 all’84; nel Gabinetto Crispi-Sonnino, dal dicembre ’93 al marzo ’96; nel primo e secondo Gabinetto Pelloux, dal giugno ’98 al giugno 1900. Alla Minerva, secondo gli uni fu un innovatore, secondo gli altri uno sconvolgitore; ma l’opera di un uomo come Guido Baccelli non può essere considerata soltanto dal punto di vista dei partiti che a Montecitorio si alternano nella gara delle reciproche opposizioni.
Egli come ministro propugnò strenuamente l’autonomia universitaria, dette nuovo impulso all’istruzione primaria migliorando le condizioni dei maestri elementari; istituì una scuola di lavoro educativo a Ripatransone, fondò l’Istituto di Storia Patria e la Galleria d’Arte Moderna, in Roma, acquistò il Palazzo Corsini in Trastevere per l’Accademia dei Lincei. Diede poi grande impulso agli scavi archeologici; volle felicemente isolato il Pantheon, e concepì il grandioso disegno della Passeggiata archeologica per «consacrare un’area di nove chilometri alla Roma antica nel cuore di Roma moderna, tra il Foro ed il Palatino, circondandola tutta intorno di grandi viali alberati e formare così una passeggiata storica unica al mondo». Non sapeva concepire una Roma senza le vestigia della grandezza antica e queste egli considerava con senso quasi superstizioso, stimolo e suggello alla grandezza d’Italia.
Con fasto papale ampliò gli scavi del Foro Romano, mettendo alla luce il Locus Vestae, la Via sacra, il Vicus Tuscus, l’Arco Fabiano, ed altri innumerevoli resti delle antiche gloriose memorie; poi scoprì il lapis niger, ordinando contro il parere di tutti di rimuovere gli strati inferiori del suolo, e poi la famosa stele, curando di persona lo scavo sotto quell’antichissimo monumento, come personalmente aveva curata la scoperta dell’ara dove fu arso Cesare, quella di Vulcano, i rostri giulii, l’equus Domitiani, il lastrico sacro del lucus Curtius e tante altre memorie storiche. Ministro d’Agricoltura nel gabinetto Zanardelli (dall’agosto 1901 all’ottobre 1903) egli assunse l’ufficio precedutovi da ampie relazioni e da proposte legislative portate a buon risultato per la grande impresa della Bonifica dell’Agro Romano, che fu una delle sue predilezioni. Egli volle dato alla scuola il campicello scolastico, e delle classiche tradizioni romane (rinverdite sotto la Repubblica Cisalpina) resuscitò nella scuola la festa degli alberi, che gli sopravvive.
Temperamento vivo, pugnace, autoritario – passò in mezzo a tempeste universitarie e parlamentari, sostenne assalti clamorosi, come quelli mossigli nella pienezza della sua potenza, da Pietro Sbarbaro; tutto superò per la prontezza dello spirito, la universalità della sua reputazione di clinico, la franchezza del suo eloquio. Tempra genuinamente romana, portava, nelle grandi riunioni, nei congressi scientifici internazionali tutto il fervore del proprio sentimento, estrinsecato spesso con un’arte oratoria latina, classica, che sorprendeva e impressionava. Egli erasi formato nell’Università Romana quando ancora la maggior parte dei professori tenevano le loro lezioni in latino, e la lingua madre, la lingua di Livio, di Tacito, di Cicerone e di Virgilio gli era famigliarissima, non solo, ma il pensiero di lui formavasi, si può dire, latinamente, e tutto egli improntava di fastosa romanità. I suoi critici lo chiamavano il «Divo» né egli credevasi immeritevole di tale attributo.
A vederlo passare ogni giorno pel corso, in carrozza scoperta, col cappello calcato sugli occhi e coi baffi arricciati all’insù ancora prima che Guglielmo li avesse dettata questa moda, offriva le caratteristiche del «rugantino» romano; a parlargli era un piacere per la cordialità del primo acchito, per la inesauribile facondia, per le scappate originali e piccanti.
Dell’uomo di scienza e politico, resta in Roma il Policlinico, concezione grandiosa, estrinsecata con fasto dispersivo, ma praticamente utilizzata per la scienza; come medico al letto del malato o nel proprio ambulatorio fu sempre uomo di gran cuore, alieno – in questi tempi di frequente alta scienza bottegaia – alieno da ogni forma di avidità, abitualmente prodigo, mai esoso né accaparratore.
Era un romano antico quale i nostri tempi di redingote e di parlamentarismo possono consentire: e sul romanesimo imperniava il suo forte sentimento di italiano, estrinsecato anche nella classica epigrafe e nei distici dettati a capo d’anno per le auspicate fortune d’Italia:

ARMORUM ITALICORUM DUCI MAXIMO PRAESTANTISSIMO ALOYSIO CADORNA
Te duce, Cadorna, pubes romana resurgens
Amplexu italico centuplicata nitet.
Oliscurne cryptae fundatae in niontibus altis
Ictibus ignivomis inclaruere tuis.
Adversus miles cecidit: sic corpore inerti
Obstruit insidias prodigiunique novat.
Multa manent Italis superando pericula belli
At tecum vincent proelia quaeque ruant.
Nidificant aquilae super alta cacumina nostrae
Unguibus et rostris Vindobonam aspiciunt.

Malato di cuore da anni – di quel cuore che tutto aveva sempre così fortemente sentito – ha voluto morire in piedi, guardando in faccia stoicamente la morte. Sempre rappresentativo, sempre romano, fino all’ultimo istante!....