Il Fatto Quotidiano, 25 maggio 2016
Com’è bello l’ultimo Montalbano
Un ristoro tutto di panza – da volerne ancora e poi ancora – è L’altro capo del filo, l’ultimo Montalbano, il centesimo dei romanzi di Andrea Camilleri da domani in libreria.
Sono pagine, nella consueta veste Sellerio, che fanno sciogliere l’acquolina. Come il più atteso dei Topolino nelle edicole, come un albo di Asterix sbucato d’improvviso perché al lettore, infatti, nel leggerselo, vengono gli occhi dei cani quando aspettano l’osso.
Ed è un libro così succulento, con Catarella che sconquassa la porta del commissario; con le pantofole che si mutano in gatti graffianti; con Mimì Augello che a una sola cosa pensa – a quella! – da assaporare nella lieta esecuzione della letteratura.
Al modo di chi saluta e trova un coro in risposta, così, questo numero cento – a conferma del successo che accompagna l’opera di Camilleri – in ogni sfoglio si segnala il respiro del mondo. Quello che capita nel Mediterraneo – ieri, oggi, adesso – è qualcosa che non merita il chiacchiericcio del bar Sport.
Montalbano – chiamato con i suoi uomini a presidiare le coste dove sbarcano i migranti – risolve il caso di una ragazzina stuprata dagli scafisti durante la traversata. Un notista – identico alle tante firme del banale destrismo cui s’è ridotta, ahimè, la pubblicistica di destra, per non dire di certi editorialisti dei giornali autorevoli – interpella Montalbano. “Ora vorrei sapere da lei”, gli domanda, “cosa ne pensa di questi cosiddetti migranti che si spacciano per dei poveri disgraziati in cerca di salvezza e che invece violentano una ragazza. Mi sembra chiaro che questi siano solo dei delinquenti, dei terroristi che vengono prima a rubarci il lavoro e poi a stuprare le nostre donne. È d’accordo?”.
D’accordissimo si dichiara il commissario. E aggiunge, con ovvio sfottò: “Pare che durante la traversata ‘sti migranti si abbandonino a vere e proprie orge. Una volta mi è stato riferito che hanno addirittura organizzato una festa di compleanno con tanto di musica, canti, luminarie e balli”.
Si arriva all’ultima pagina e si vede come finisce per ricominciare. È, questa, la più difficile delle magie chiesta a uno scrittore. Serve a orchestrare – a beneficio del lettore – un gioco d’immaginazione che impegni tutti i sensi (e i sentimenti). Fatto è che due donne di un solo uomo s’incontrano e la ruota della vita – nascosta e spietata – s’imbatte nella giostra della narrazione.
E sono sentimenti, di umanità. E sono sensi, nel ventaglio delle emozioni. Come nella teglia di augurioso baccalà da gustare sul terrazzo, così nell’oramà delle cose, specchio più che veritiero dell’attualità di tutti, quel mare di Vigata dove – “oramà”, dice con sentimento un pescatore a Montalbano mentre veste un ragazzo annegato col proprio accappatoio – con gli sbarchi dei migranti “si pigliano più morti che pesci”.
Con l’ancora e poi ancora si fa la grande letteratura. Ed è una storia, quella di questo libro, senza polveri mentali. Affidata, letteralmente, a un filo. È quello di un tessuto su cui, senza nulla togliere alle nuovissime tecniche della polizia scientifica, s’intreccia il rovello umano e sudato del commissario alle prese con l’uccisione di un’adorabile sarta.
Una bella e amorevole donna, Elena, dai segreti dolorosissimi. Una giovane signora il cui destino incrocia quello di almeno altri quattro uomini: il medico d’origine tunisina Osman che tanto ebbe ad amarla; il giovane lavorante, innamorato pazzo; il fidanzato ultimo arrivato – unico a non avere un alibi – che, nella felicità d’incontrarla, allo stesso modo degli altri, non riesce a scalfirle nulla del passato con il primo dei quattro, quel marito di cui, adesso, la sarta è vedova.
A proposito, il filo: “È un cotone libanese, che viene chiamato, non ci crederai, ‘Principessa Sicilia’”. Così racconta la bella sarta al commissario arrivato da Elena per farsi fare un vestito su misura. “Non mi ricordo bene tutta la leggenda”, prosegue, “pare che questa principessa libanese che si chiamava Sicilia, era stata costretta ad una navigazione solitaria e lunghissima per raggiungere queste coste allora deserte”.
Il detto narrante di Camilleri, tradotto in ogni pagina, è una partitura di vivo orale. È a tutti familiare la voce dello scrittore, e così ogni personaggio – una menzione a parte la merita il dottor Pasquano, il medico legale – porge di sé una finezza esclusiva. Il gabinetto autoptico di Pasquano, infatti, al netto dei cadaveri sezionati, rimanda ai cannoli di croccanti cialde e dolcissima ricotta.
L’occhio clinico del poliziotto è l’intuizione. E tutto un dir di testa, dunque, un dipanare il filo dei ragionamenti s’intorcina nell’affascinante messa in scena di Vigata, Arca e Merca (Africa e America) di ogni fantasia.
Ecco, cosa non è la fantasia di Camilleri. D’improvviso fanno bella mostra le capre girgentane: “Avivano il mantello di pilo longo, marrone chiaro, il musso gentile, allungato e fimminino, le minne grosse e rosee, e ‘ste meravigliose e lunghissime corna ‘nturciunate e dritte”.
Ritorte, le corna. E però dritte. Come nell’idea del Borromini per il campanile di S.Ivo a Roma, una suggestione che in Camilleri sgorga spontanea a ratifica dell’acquolina tutta di piacere del leggerselo e rileggerselo nella festa degli infiniti dettagli sparsi lungo i fogli.
Ogni lettore – come Pollicino, tutto sensi e sentimenti nel proprio cammino – assomma le mollichine con cui far pagnotta e ristoro, appunto, tutto di panza per rendere onore alla letteratura. Ritorta l’ellisse della narrazione, e però dritta. Fino al numero Cento!