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 2016  aprile 07 Giovedì calendario

La Germania vuole fare ricorso all’Aja contro l’Italia per i risarcimenti alle vittime dei crimini nazisti

La Germania starebbe riflettendo sull’ipotesi di un nuovo ricorso contro l’Italia davanti la Corte internazionale di giustizia dell’Aja sulla questione dei risarcimenti alle vittime dei crimini nazisti. Lo rivela da Amburgo l’avvocato Martin Klingner, attivo nel «Gruppo di lavoro di Distomo», che si batte da anni per costringere Berlino a indennizzare le vittime greche del nazismo.
Il governo tedesco nega, ma non chiude la porta. Sarebbe il secondo ricorso, dopo quello che venne depositato nel 2008 e che portò nel 2012 la Corte dell’Aja a bloccare qualsiasi richiesta di indennizzo dall’Italia. Nella risposta dell’esecutivo federale a un’interrogazione di un gruppo di deputati della Linke si legge: «Il governo tedesco non ha intenzione di avviare un nuovo procedimento contro l’Italia davanti alla Corte Internazionale di Giustizia, ma si riserva una simile azione e non esclude che in futuro, se necessario, si potrebbe arrivare a un nuovo procedimento». Una mossa che potrebbe puntare a sbloccare una situazione di stallo giuridico.
L’intervento della Consulta
Nel 2008 la Cassazione condannò la Germania a risarcire i familiari delle vittime delle stragi naziste in Italia. Poco dopo Berlino si rivolse alla Corte Internazionale di Giustizia, accusando il nostro Paese di aver violato il principio dell’immunità degli Stati sovrani. Un’argomentazione fatta propria dai giudici dell’Aja, che il 3 febbraio 2012 diedero ragione alla Germania, accogliendo in tutti i punti il suo ricorso. Perché allora chiamare nuovamente in causa la Corte internazionale? Perché nel frattempo sulla questione è intervenuta la Corte costituzionale italiana, con una sentenza dell’ottobre 2014 che ha vanificato di fatto la decisione dell’Aja. E così i contenziosi sono andati avanti.
Al momento sono pendenti in Italia 30 procedimenti giudiziari contro la Germania. Si tratta di cause relative a richieste di risarcimenti per le vittime dei massacri nazisti o per i cosiddetti internati militari, quei 600.000 italiani che vennero deportati in Germania e costretti ai lavori coatti e che nel 2000 furono esclusi dagli indennizzi elargiti da una fondazione creata dal governo e da alcune aziende tedesche.
Berlino non partecipa ai processi in corso attualmente in Italia, spiega da Arezzo l’avvocato tedesco Joachim Lau, che difese le vittime italiane al procedimento dell’Aja, pur non essendo stato ascoltato. La Germania, spiega, si limita a depositare ai giudici un documento in cui, di fatto, nega la competenza dei tribunali italiani in materia: «Personalmente ritengo che non si tratti di un segnale di stima e rispetto nei confronti della Giustizia di un altro Paese».
Il danno maggiore
Del resto la Germania non cambia posizione. «L’Italia resta obbligata, dal punto di vista del diritto internazionale, a seguire la sentenza del 3 febbraio 2012 e a applicarla sul suo territorio nazionale», si legge nella risposta dell’esecutivo all’interrogazione della Linke. Il documento rivela anche un altro dettaglio interessante: il governo italiano, interpellato da quello tedesco sulle sue mosse per mettere in pratica la sentenza della Corte dell’Aja, ha spiegato di dover rispettare l’indipendenza del proprio sistema giudiziario, ma ha aggiunto che «interverrà» nei processi in corso o futuri, tramite l’Avvocatura dello Stato, muovendosi in linea con la posizione di Berlino.
Un intervento non in senso politico, ma legale, precisa l’avvocato Klingner. Il quale interpreta questo passaggio come un’ammissione del fatto che la Germania avrebbe già provato a influenzare in qualche modo il governo italiano, ma non c’è riuscita.
In realtà, aggiunge il legale di Amburgo, un nuovo ricorso contro Roma non è privo di rischi per Berlino, in quanto nel 2012 i giudici dell’Aja le diedero sì ragione, ma sollecitarono una soluzione politica alla vicenda, che però la Germania non vuole. Anche Joachim Lau si mostra scettico su un nuovo ricorso: per la Repubblica Federale il danno politico sarebbe maggiore di quello economico derivante dalle condanne nei tribunali italiani.