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 2016  marzo 23 Mercoledì calendario

Cronaca di una giornata di sangue a Bruxelles. Le esplosioni all’aeroporto e nel metrò e la rivendicazione dell’Isis: ecco cos’è successo

A 72 ore dall’arresto di Salah Abdeslam, l’ultimo attentatore di Parigi scovato a Molenbeek dopo quattro mesi e 48 ore dopo le sue ammissioni su altri attentati in preparazione, due kamikaze si sono fatti esplodere all’aeroporto internazionale di Bruxelles e un altro in metro, più precisamente alla stazione di Maelbeek. Il bilancio provvisorio è di 31 morti e 270 feriti [tutti i giornali del 23/3].
 
Le cose sono andate così. Alle 7.51 tre uomini, con i carrelli colmi di bagagli, si aggirano nel salone delle partenze, quello del Terminal A, zona Check-in 1 dell’aeroporto di Zaventem. Due di loro sono vestiti di nero e alla mano sinistra portano un guanto che probabilmente nasconde un detonatore, l’altro ha una giacchetta bianca e il volto coperto da un cappello. Pochi minuti dopo le 8 uno di loro si fa esplodere all’altezza dei banchi 8 e 9. Alphonse Lyan, un portantino, stava sistemando dei carrelli: «Dietro di me ho sentito delle parole in arabo non recitate, ma gridate. Poi è arrivata una detonazione enorme e mi sono buttato per terra» [Imarisio, Cds; Bonini e Ginori, Rep 23/3].
 
Qualche minuto dopo un’altra esplosione, questa volta all’altezza dello Starbucks. Anna Melchiori, una cameriera milanese che lavora a Bruxelles: «Ho sentito come uno schiocco, e poi una specie di vento che mi ha colpito. Sono riuscita a restare in piedi, ma intorno a me c’era gente che è stata scaraventata a terra e cercava di allontanarsi strisciando. Si deve anche essere rotta una tubatura, perché sul pavimento c’era un po’ d’acqua, e moltissimo sangue» [Imarisio, Cds; Bonini e Ginori, Rep 23/3].
 
La sala si riempie di fumo, dai soffitti si staccano i pannelli di plastica che cadono addosso a morti e feriti. Le autorità diranno che in quel momento all’interno dello scalo c’erano almeno novecento persone. Undici sono morte, una sessantina ferite. In un primo momento del terzo uomo, quello vestito di chiaro, si perdono le tracce [Imarisio, Cds 23/3]. Francis Vermeiren, sindaco di Zaventem: «Anche il terzo uomo ha messo la sua borsa piena di esplosivo su un carrello, ma deve essersi lasciato prendere dal panico». Più tardi il procuratore Frederic van Leeuw farà sapere che prima di fuggire ha lasciato dietro di sé la borsa, che è esplosa, fortunatamente senza fare vittime «perché conteneva la carica esplosiva più grande». L’esplosione è stata controllata dagli artificieri [Serafini, Corriere.it 23/3/2016].
 
Al check-in c’era anche Adelma Marina Tapia Ruiz, peruviana trentaseienne di Ucayali. Morta guardando le sue bambine che giocavano qualche metro più in là mentre suo marito le rincorreva. Dovevano partire per New York. Vicino a lei c’era  Yossef Haïm ben Haya Sarah Gittel, che, con un gruppo di ebrei Hassidim, avrebbe dovuto prendere lo stesso volo [Arnaldi, Mes; Rosaspina, Cds 23/3].
 
Nel terminal c’era anche Lahouani Ziahi, francese, che è riuscito a scappare: «Il 13 novembre ero davanti al Bataclan, oggi sono qui. Un miracolato? No, piuttosto mi sento un perseguitato»  [Bresolin, Sta 23/3].
 
Alle 9.12, mentre tutte le forze dell’ordine si riversano all’aeroporto, un kamikaze si fa esplodere nel secondo vagone della linea 1 del metro – quella che parte da Molenbeek – nella stazione di Maelbeek, che dista una sola fermata dal palazzo delle istituzioni europee. I morti sono 20, i feriti più di 210, tra cui tre italiani [Tutti i giornali del 23/3].

I tre italiani sopravvissuti si chiamano Marco Semenzato, Chiara Burla e Michele Venetico. Marco, 34 anni, padovano, da nove mesi consulente al dipartimento educazione e cultura della commissione europea era appena uscito dalla metropolitana: «Ho avuto paura. Ho detto “qui muoio”». Anche Chiara, che era a Bruxelles per un workshop di danza, era in metro: «Non so se è stato un miracolo, o semplicemente fortuna. So solo che sono sopravvissuta e che ho riportato solo leggere ferite, mentre un paio di vagoni avanti si sono contati i morti. Il mio pensiero va ora a loro» [Ansa 23/3/2016]. Michele, 21 anni, nato in Belgio da genitori siciliani,  era al lavoro in aeroporto alla biglietteria della Swissport. Le schegge lo hanno raggiunto alla testa, ma superficialmente: «L’esplosione è stata tanto forte che ho visto volare via decine di bagagli e un passeggino. Mentre cercavamo di scappare, calpestavamo corpi a terra» [Rosaspina, Cds 23/3]

Tra i dispersi c’è Patricia Rizzo, impiegata presso un’agenzia della Commissione Ue. L’ex ministro Lupi: «Il presidente del Consiglio ci ha informato che c’è una verifica in corso su una possibile vittima italiana. È in corso la fase di riconoscimento, i familiari sono con il console a Bruxelles. Era una donna che prendeva normalmente la metropolitana e dovrebbe essere tra le vittime della metro ma la violenza dell’esplosione ha reso le vittime irriconoscibili» [Zatterin, lastampa.it 23/3].
 
L’aeroporto viene chiuso, così come la metro e l’università. Anche la frontiera con la Francia è chiusa e i treni con la Germania sono fermi.
 
Per tutta la giornata le forze dell’ordine fanno brillare valige sospette all’interno dell’aeroporto. Nel pomeriggio, sul nastro che porta i bagagli dal check-in all’aereo, si scopre una valigia che contiene una cintura esplosiva e un kalashnikov, un Ak47, di produzione russa [Skytg24 22/3].
 
Falsi allarmi: alle 10 si parla di una seconda esplosione nella stazione di Shuman; alle 14 viene fatta evacuare una centrale nucleare al confine con la Germania; alle 14.30 è allerta bomba all’ospedale Saint-Pierre, quello dove era stato ricoverato pochi giorni fa Salah Abdeslam [SkyTg24 22/3].
 
Alle 16 la polizia diffonde la foto degli attentatori presa dalle telecamere di sorveglianza dell’aeroporto. Un tassista li riconosce. È lui che li ha portati di primo mattino in aeroporto, li aveva prelevati a Schaerbeek. Chiama subito la polizia, fornisce il loro indirizzo e dice che il numero di bagagli trasportato non corrispondeva agli ordigni esplosi. Erano molti di più, così tanti che non riuscirono nemmeno caricarli tutti sul taxi: «Non volevano che toccassi le loro valigie» [Bresolin e Zatterin, lastampa.it 23/3].
 
Schaerbeek, quartiere a nord di Bruxelles, dove Salah si nascose durante la latitanza, quartiere dove è nato Najim Laachroui, ricercato dal 4 dicembre, che poi sarebbe l’artificiere della cellula belga che ha protetto Salah in questi quattro mesi. Suo fratello affittò addirittura a suo nome un appartamento a Forest, dove la polizia trovò un’impronta di Salah, una settimana fa [Skytg24 22/3].

Gli agenti fanno immediatamente un blitz al numero 4 di Rue Max Roos, l’indirizzo fornito dall’autista del taxi. Nell’appartamento sono stati rinvenuti 50 chili di esplosivo Tatp, lo stesso utilizzato dai terroristi negli attentati del 13 novembre a Parigi, 150 litri di acetone, 30 litri di acqua ossigenata, detonatori, una valigia piena di viti e chiodi oltre a altro materiale destinato alla fabbricazione di congegni esplosivi [Riccardi, Repubblica.it 23/3]. Poi, «un testamento», in un audio scoperto su un computer buttato in un cassonetto della spazzatura. [Serafini, Corriere.it 23/3].
 
A poche ore dall’attentato, la polizia scopre che fra gli attentatori ci sono fratelli Khalid e Ibrahim el-Bakraoui, ricercati dal blitz di Forest. Inizialmente si pensava che fossero i due vestiti di nero in aeroporto ma poi si è scoperto che Khalid, che avrebbe anche affittato un appartamento a Charleroi, usato come base dal commando entrato in azione nella capitale francese, si è fatto esplodere in metro mentre Ibrahim in aeroporto [Serafini, Corriere.it 23/3/2016].

Nel testamento «Ibrahim (o Brahim) El Bakraoui racconta di essere “ricercato dappertutto”, e appare preoccupato di poter essere catturato dalle forze dell’ordine. “Non voglio ritrovarmi in una cella vicina a lui”. E lui è molto probabilmente è Salah Abdeslam. Khalid e Ibrahim El Bakraoui hanno rispettivamente 27 e 30 anni e hanno entrambi precedenti per rapina e spaccio e vengono entrambi da Schaerbeek» [Serafini, Corriere.it 23/3]. Tf1, la prima rete di Francia aggiunge che l’attentato è stato fatto «per vendicare l’arresto di Salah Abdeslam, il 18 marzo scorso, e la morte di Mohammed Belkaid» il giorno del blitz di Forest [tf1.fr]

In un primo momento si pensava che il terzo uomo, quello con la giacca bianca, potesse essere Najim Laachroui, 25 anni, già noto alle forze dell’ordine che avevano registrato un suo viaggio in Arabia in Siria nel 2013, ma la procura di Bruxelles smentisce. Zatterin: «Le impronte di Laachroui sono state ritrovate in tutti i covi del Belgio e anche sulle cinture esplose a Parigi. È l’artificiere del gruppo, a ogni evidenza. In settembre era in Austria con Salah Abdeslam, col falso nome di Soufiane Kayal. La notte del Bataclan potrebbe essere stato lui uno dei coordinatori dei kamikaze, insieme con Mohamed Belkaïd, l’algerino morto nel conflitto a fuoco bruxellese della scorsa settimana. Non ha ancora venticinque anni. Laachroui, inoltre, secondo le autorità francesi, era stato in Ungheria nel mese di settembre con Salah Abdeslam» [Zatterin, lastampa.it 23/3].

Il terzo uomo: «È ancora in fuga, è attivamente ricercato e ancora non è stato identificata» [Rep 23/3/2016] Nella mattinata è stato arrestato un altro sospetto terrorista ma la procura non ha ancora rivelato la sua identità [Bresolin e Zatterin, Lastampa.it 23/3]


Tornando a ieri, alle 16.27 di martedì l’Isis rivendica gli attentati: «Il Belgio colpito per la partecipazione alla coalizione internazionale». Due ore dopo aggiunge che a Bruxelles c’è una cellula segreta dello Stato Islamico.
 
Alle 18.42 il premier belga Charles Michel parla alla nazione: «Quel che temevamo è accaduto. Il nostro paese e i nostri concittadini sono stati colpiti da attentati ciechi, violenti e vigliacchi».
 
Anche le istituzioni europee sono sotto choc, Federica Mogherini, Alto rappresentante per la politica estera dell’Ue, è stata molto criticata per le sue lacrime in conferenza stampa. Per molti sono simbolo di un’Europa debole, incapace di reagire, ma lei questa mattina su Repubblica si è difesa così: «Non è mia abitudine usare o mostrare emozioni in politica. Ma in una giornata come questa tutti hanno provato un dolore enorme, ed è semplicemente umano che questo dolore si possa manifestare» [Mogherini, Rep 23/3]. Renzi invece parla di «sciacalli di colombe», Alfano non alza il livello di allerta in Italia – che resta a livello 2, a Bruxelles è a 3 – ma promette di potenziare ulteriormente «il dispositivo di sicurezza a livello nazionale. In particolare quello degli obiettivi cosiddetti  sensibili» [Custodero, repubblica.it 22/3].
 
Hollande esprime la sua massima solidarietà al Belgio: «Francia e Belgio sono legati da questo orrore, che ancora una volta siamo qui a condividere. È stato colpito il cuore dell’Europa, bisogna unirsi in una grande coalizione perché la guerra al terrorismo sarà molto lunga, durerà diversi anni. Dobbiamo prendere coscienza della gravità della minaccia. Siamo di fronte a una minaccia globale, che esige risposte globali». Barack Obama, da Cuba – conferma: «È un ulteriore monito alla comunità internazionale a unirsi contro il terrorismo, indipendentemente dalla diversa nazionalità, razza o fede religiosa» [Pompetti, Mes 23/3].
 
Donald Trump: «Vi ricordate che bella città era Bruxelles fino a ieri? Una città senza crimini, tra le più belle del mondo. Io chiuderei le frontiere, dobbiamo essere molto accorti su chi lasciamo entrare» [Pompetti, Mes 23/3].

Siamo in guerra o no? «Io penso che siamo in guerra. Ma capisco che, se se ne prendesse atto ufficialmente, si dovrebbero adottare misure che alla maggioranza degli europei risulterebbero ancora inconcepibili» (Giorgio Dell’Arti) [Gds 23/3].