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 2016  gennaio 22 Venerdì calendario

Quando alla tecnologia serve tempo

C’è una questione che divide in profondità la società italiana ed europea in questi anni e va al cuore del nostro rapporto con il ventunesimo secolo: le tecnologie e noi. Non riusciamo collettivamente a decidere se l’innovazione sia buona e utile; ancora meno riusciamo a capire se se ne possa fare a meno, a quale prezzo, e cosa si debba fare per gestirne al meglio l’impatto sulle nostre vite al lavoro, a scuola o in famiglia.
Non sono domande nuove. In un articolo sul New York Times nel 1987, l’anno in cui vinse il premio Nobel, l’economista Robert Solow espresse i suoi dubbi sugli effetti delle nuove tecnologie. Solow notava che il rallentamento della produttività negli Stati Uniti negli anni 70 era coinciso con l’adozione dei primi calcolatori elettronici. Scrisse: «Puoi vedere l’era dei computer ovunque, meno che nelle statistiche sulla produttività». Trent’anni dopo, l’opinione pubblica americana sembra aver superato questi dubbi esistenziali. Noi vecchi europei invece non ancora. Ci chiediamo a che servano e perché debbano essere inventate sempre nuove tecnologie. Il paradosso è che coloro che si stanno ponendo queste domande sono gli eredi biologici e culturali degli uomini che hanno regalato all’umanità la tecnologia forse più sconvolgente dell’ultimo millennio: l’orologio. L’orologio meccanico pubblico, quello che dalla fine del tredicesimo secolo ha iniziato ad apparire sui campanili delle chiese e sulle torri comunali in Inghilterra, in Italia, nelle Fiandre, in Germania occidentale o in Svizzera. All’inizio non era come lo conosciamo oggi, con le lancette. Era un dispositivo meccanico che innescava rintocchi di campana ad ogni ora, suddividendole in successioni di dodici. Ogni ora corrispondeva a un numero equivalente di rintocchi e per chiunque bastava saper contare fino a dodici per sapere che ore erano. Questo è l’oggetto che più di ogni altro ha cambiato la vita nei centri urbani nel medioevo, aumentato la produttività e permesso un aumento sostanziale della crescita e del benessere nell’arco dei due o tre secoli successivi.
Una lezione dal medioevo. Due ricercatori, il cremonese Battista Severgnini della Copenhagen Business School e il tedesco Lars Boerner della London School of Economics, hanno appena pubblicato uno studio che, rivelandoci aspetti inediti della storia degli orologi, parla di noi. Il lavoro di Severgnini e Boerner è come uno specchio proteso davanti alla nostra paura dell’innovazione. I due economisti, lavorando sui dati della Nasa, mostrano una correlazione che spiega qualcosa sul perché gli uomini ricercano e innovano: le aree d’Europa nelle quali sono apparsi i primi orologi meccanici pubblici fra il 1283 e il 1350 sono quelle che nel periodo precedente erano state interessate di più dalle eclissi solari. Furono le eclissi a ispirare e sospingere lo studio dell’astronomia e dunque la costruzione, a questo scopo, dei progenitori degli orologi meccanici: astrolabi, orologi ad acqua portati dalla Cina, o meridiani.
A partire da qui, nel 1283 il primo orologio appare a Dunstable, una città inglese, e entro il 1350 si diffonde in 182 città colpite o lambite nel passato recente dalle eclissi: la pianura padana, e parti della Germania e certe regioni di lingua olandese del Sacro Romano Impero.
Boerner e Severgnini misurano la crescita economica di questi centri che all’epoca arrivarono primi nell’adottare la nuova tecnologia, stimandola in base all’aumento della popolazione. Queste città più aperte delle altre all’innovazione tecnologica registrano una crescita superiore del 30% rispetto alle altre fra il 1500 e il 1700.
Non è difficile immaginare perché. Gli orologi permettono alle persone di incontrarsi senza perdere tempo, ai mercati di strada di funzionare ordinatamente, alle imprese tessili o di costruzioni di organizzare il lavoro, alle scuole di tenere un programma dei corsi. Si chiama aumento della produttività. E i dubbi espressi da Solow trovano una risposta: serve tempo, a volte secoli, per sviluppare il potenziale di una nuova tecnologia.
Gli europei del medioevo hanno ancora qualche lezione utile da insegnarci.