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 2016  gennaio 21 Giovedì calendario


Travaglio contro il libro di Mattia Feltri “Novantatré”

Ogni tanto si riparla di Tangentopoli. Si finge di farlo per fini scientifico-storico-archeologici, ma lo scopo è ben più prosaico e attuale: riabilitare i ladri di ieri per legittimare quelli di oggi. E intimidire i pochi magistrati e giornalisti rimasti con la voglia di aprire gli armadi del potere. Ora sta riaccadendo dopo l’uscita di un libro di Mattia Feltri, un bravo giornalista che però, quando scrive di Tangentopoli ieri sul Foglio e oggi nel suo saggio, prende cantonate pazzesche. Infatti l’opera s’intitola comicamente Novantatré. L’anno del Terrore di Mani Pulite. È l’ennesimo tentativo di analizzare l’inchiesta più importante della storia repubblicana in ambiente sterile, in camera iperbarica: a prescindere dalla corruzione endemica che nel 1992-‘93 aveva trascinato lo Stato in bancarotta, col governo Amato costretto a rapinare gl’italiani col prelievo forzoso del 6 per mille dai conti correnti e con una Finanziaria da 92 mila miliardi di lire di sole tasse per continuare a pagare stipendi e servizi.
Se si esamina un’inchiesta al netto dei reati, si giunge alle conclusioni di Feltri jr: il Terrore giacobino, i giudici ghigliottinatori, i poveri suicidi, la stampa giustizialista, l’esule Craxi e via banaleggiando. Se invece si parte dai reati e dal dovere dei magistrati di scoprirli e punirli, si scopre che il 1993 fu l’unico anno normale della lunga anomalia italiana, segnata dalla devianza delle classi dirigenti e dalla legge più uguale per lorsignori: la gente era incazzata perché stufa di farsi derubare, la stampa elogiava i pm perché facevano bene il proprio lavoro, i ladri finivano in galera perché rubavano, qualcuno si suicidava perché sapeva di avere rubato. Il libro ha eccitato i giornalisti manutentori Riotta e Battista, che ripensano orripilati a quando i giornali erano pieni di notizie, oggetti per loro misteriosi. Invece Vittorio Feltri, infilato dal figlio nella black list delle tricoteuse, gli ha ricordato che “Di Pietro non ha violentato un esercito di vergini: ha sbaragliato una cosca di ladri”. Per tracciare un vero bilancio di Mani Pulite, bisognerà raccontare com’è stata ridotta la giustizia. Che, salvo rare eccezioni, è tornata ad accucciarsi ai piedi del potere, grazie anche a una devastante produzione legislativa che ha depenalizzato o prescritto tutti i reati di Tangentopoli.
Panorama, per dire, ha scoperto che il procuratore di Arezzo, consulente del governo Renzi e titolare dell’inchiesta Etruria, quando ha negato al Csm il suo conflitti d’interessi s’è scordato di aver chiesto due archiviazioni per Pier Luigi Boschi.
Il papà della ministra era da lui indagato per turbativa d’asta ed estorsione su affari immobiliari in società con un tizio legato alla ‘ndrangheta. Indagine che avrebbe dovuto indurre il pm ad astenersi dal collaborare col governo della figlia del suo ex indagato, o dall’indagare sulla banca vicepresieduta dal padre.
Intanto, a Milano, un pm e un gip archiviano a tempo di record un’inchiesta segretissima per abuso d’ufficio sul commissario Expo Giuseppe Sala, nata dagli articoli del Fatto sugli appalti di ristorazione affidati senza gara (in 2 aree-ristorante sulle 10 di Expo) a Eataly di Oscar Farinetti, amico di Renzi, e denunciati dall’Anac di Cantone. Le motivazioni sono strepitose. “I dubbi sulla mancata osservanza della normativa ordinaria sugli appalti sono condivisibili”, ergo “una violazione della norma di legge può essere ipotizzata”. Insomma Sala s’è infischiato dei decreti 163/2006 e 43/2013 che impongono la gara, salvo il caso di “contratto che possa essere affidato unicamente a un operatore economico esclusivo” (ma Eataly non è l’unico gruppo di ristorazione in Italia, tant’è che per le altre 8 aree è stata fatta la gara aperta ai concorrenti). E ha procurato a Eataly “un indiscutibile vantaggio contrattuale”, con “condizioni economiche particolarmente vantaggiose”: Eataly versa a Expo appena il 5% del fatturato, contro il 12% previsto dal bando di gara per gli altri otto edifici; e i costi per le celle frigorifere, le bollette di luce e acqua e tutti gli allacci di servizi e sottoservizi sono a carico di Expo. Ma per l’abuso d’ufficio, secondo la legge-vergogna votata da destra e sinistra nel 1997, non basta più violare una legge per favorire qualcuno: occorre “l’elemento soggettivo”, “psicologico”, cioè il “dolo intenzionale di procurare un ingiusto vantaggio”. Quindi il gip, che pure ha accertato “un vantaggio e non solo contrattuale” a Eataly, deve chiedere all’indagato se il vantaggio sia giusto e ingiusto: ci dica, ci dica, lei che intenzione aveva?
Sala, super partes, risponde che non voleva certo favorire ingiustamente Farinetti, anzi. Aveva solo urgenza di “rispettare i tempi” (solo per due padiglioni su 10? E per arrivare in tempo al 2015, quando “i contatti tra Farinetti e Sala erano cominciati quantomeno dal 2012”?). E nessuno all’infuori di Eataly “assicurava la riconoscibilità mondiale del brand”, “la filosofia del buon cibo” e altre supercazzole, oltre a “un ricavo netto di 1,1-1,2 milioni” che purtroppo nessuno può verificare. Il gip prende tutto per buono: se Sala dice di aver agito per “l’interesse pubblico che aveva Expo a poter vantare una partnership con Eataly”, allora la sua “unica ragione è stata la buona riuscita della manifestazione”. Per la verità si potrebbe pure ipotizzare un interesse privato di Sala a favorire un amico del premier, che ora lo sponsorizza come sindaco di Milano. Ma questo Sala non lo dice, dunque “il fatto non costituisce reato”. Ai tempi di Tangentopoli, il fatto costituiva reato eccome. Poi venne il Terrore e da allora si possono regalare appalti senza gara agli amici degli amici. Sono soddisfazioni.