L’Illustrazione Italiana, 31 gennaio 1915
Diario sentimentale della guerra, per Alfredo Panzini
– Valore-uomo.
Tu lo sai? – mi dice l’amico – la tassa di ricchezza mobile e addizionali è stata elevata da L. 7. 65 % a L. 8. 62 %; così che il tuo stipendio verrà falcidiato di L. 0, e 97 centesimi per cento.
Ignoro la notizia; ma sta bene. Anche per l’amico sta bene. – Certo – dissi – una cosa non vorrei: dovermi io recare agli sportelli del fisco per pagare. Ma quando è lo Stato che si trattiene quel denaro, la cosa va bene.
Ma qui l’amico mi fece osservare che il mio ragionamento era un po’idiota, in quanto che, o lo dessi io quel denaro oppure mi si trattenesse, io perdeva pur sempre L. 0,97; e perciò il mio valore-uomo veniva ad essere deprezzato di L. 0,97 per cento.
A questo punto ci siamo bisticciati. – Il valore-uomo? Sono un titolo di Borsa, io? Sono una macchina-utensile? Ma nemmeno fra gli operai-braccianti conviene questa espressione! O uomini che avete imparato a commutare tutto in valore di pecunia, è giunto oggi il giorno della vostra espiazione?
*
Prestito di un miliardo al 41/2%, realizzabile dopo venticinque anni. Ed anche questo sta bene. Lo Stato è molto gentile: offre un 4 1/2 %, mentre potrebbe valersi di altri espedienti: io non so quali, ma informati al concetto: salute pubblica è legge suprema.
«Facciamo un’opera patriottica e nel tempo stesso un discreto affare». Così dicono i giornali.
Ma io vorrei che non ci fosse bisogno del canto delle dolci sirene. Giacché non sono buoni patriotti quelli che si eccitano o per canto di sirene o per iniezioni di eroina. L’essenziale è levarsi patriotti al mattino, a mente fredda. Come mi sarebbe piaciuto che il prestito del miliardo fosse stato coperto al suono di quest’altra musica:
«Lo Stato pagherà quando pagherà e come pagherà».
E mi sarei accontentato di due cose: che quando verrà il giorno della pace, non appaia l’oscuro uomo del fisco davanti all’onesto sottoscrittore, e dica: «Risulta che i vostri cespiti d’entrata sono aumentati. Non foste anche voi uno dei sottoscrittori del prestito?»
E anche quell’inneffabile nome delle carceri, Regina Coeli, dovrebbe essere commutato in altro nome più serio.
Già che si aboliscono inutilmente tanti nomi di santi alle vie, alle località, aboliamone uno, utilmente.
Regina Coeli! Dare il nome della porta dei cielo, mentre occorrerebbe la pece tenace e bollente, rappresentata da Dante nel suo Inferno!
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Perché l’uomo oscuro del fìsco fa congelare ogni idea eroica. Ho provato un brivido ieri, quando un signore di animo burocrate e fiscale, mi disse a proposito della probabile guerra e delle molte spese occorrenti:
«Però, ne può venir fuori un’impensata risorsa finanziaria
«E quale, signore? – domandai.
I morti in guerra. Evidentemente molti fra i morti dovranno pagare la tassa di successione.
Ma quando l’eco delle lugubri parole fu spenta, io dissi:
Signore, in tal caso possiamo aggiungere anche una sovraimposta alla tassa di successione.
Quale? – domandò colui alla sua volta.
La sovraimposta sulla Gloria – risposi. – I morti per la patria non sono gloriosi? La gloria è un gran lusso. Non le pare, signore?
*
Macht nicht!
Germania, Germania! Mi scrive un amico queste impressionanti parole; non per sé solamente impressionanti, ma perché provengono da persona di animo meditante e gentile:
«Io sono germanofilo perché sono buono italiano. Vorrei che l’Italia accettasse questa lezione di forza e di moralità in azione che viene dalla Germania».
Ebbene, cerchiamo di fissare in volto la Verità. Probabilmente non la vedremo, sia perché è probabile che la Verità non esista, nemmeno in fondo al pozzo; sia perché le mie pupille non hanno forza di penetrare.
Ma una cosa è necessaria: non aver paura di cercare la Verità, dove se ne veda la traccia. Certo, così facendo, si accontenta poca gente!
Mi osservava un critico: «Voi siete piagnucoloso!» Ma è possibile gioire davanti a questi spaventevoli esami che il genere umano oggi ci offre della sua deficienza? E un altro signore germanofilo mi diceva: «A voi sfugge la grandiosità mostruosa di questa guerra-rivoluzione che la Germania sta combattendo contro tutti!». Non mi sfugge affatto: ma questa guerra che la Germania combatte contro l’umanità, ricade anche su la Germania, poiché anch’essa è umanità. «A voi manca il volo lirico», mi osservava un giovane signore, il quale deve credere all’imprescindibile dovere, per chi scrive, di fare sempre della letteratura. «Eh, anche i pazzi sono capaci di dire delle verità!», mi osservava un signore socialista, che se n’ebbe a male di una mia verità.
*
Germania, Germania! Mi è stato raccontato – da chi venne di là – di una donna germanica la quale perdette il marito in guerra, di altra donna che perdette il figlio, i figli. Ed hanno detto: Macht nicht! cioè, Nil est, Non fa nulla. «Ma voi non muoverete contro di noi, Italiani?» Che muoiano i figli, macht nicht. Che gli Italiani non si muovano, molto importa!
Sanno, esse, le madri e le spose germaniche, che i loro figli e mariti portano guerra al mondo? E se sanno, credono anch’esse, come i loro filosofi, che sia la salutare guerra? E tale stoicismo da fiamme di quale composizione è alimentato?
Non so rispondere. La mia è un’impressione di tenebre. Io mi sforzo a squarciare veli: mi par che dirocchi tutta questa ammirabile, organizzata, moderna Germania, la quale a tutto provvede e prevede di ciò che è materiale (persino la zona di tela impermeabile per avvolgervi i morti): duemila anni scompaiono: rivedo la Germania descritta da Tacito. Ecco le donne Germane: ad matres ad coniuges vulnera ferunt: nec illae numerare aut exsugere plagas pavent. Cibosque et hortamina pugnantibus gestant (i combattenti portano alle mogli ed alle madri le ferite: né esse temono di contarle o succhiare le piaghe. Portano esse ai combattenti cibo ed eccitamento).
É eroico, ma tenebroso insieme.
Non più il nero abito del lutto in Germania: ma un piccolo emblema di smalto – come una onorificenza, col motto d’Orazio: Dulce et decorum est prò patria mori.
Ed un giovane germanico che è fra i combattenti, mi scrive in una nobile lettera: «Noi abbiamo padre e madre, e donna e figli abbandonati per proteggere la magnifica e santa Germania», um das herrliche heilige Deutschland zu schutzen. Ed anch’egli mi ripete il motto d’Orazio: Dulce et decorum est prò patria mori, e lo chiosa con un «Wie schòn! Che bello!» E lo commenta con un: «non so se io ritornerò».
Dulce et decorum est prò patria mori! Ma noi lo credevamo sorpassato questo motto di due mila anni fa. Noi crediamo ancora che sia uno spaventoso anacronismo credere che sia oggi necessario distruggere Corinto, Cartagine, Numanzia.
Eroiche, o giovane germanico, le tue parole! Ma l’impressione è di tenebre.
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«Obbligo di sacrificarsi all’ideale!» scrive il prof. Harnach. L’espressione è dell’oggi. Eppure mi pare di duemila anni fa. Ma sono esistiti questi duemila anni?
Non è questo eroismo per i germani una virtù connaturata alla stirpe, mentre per noi è atto di suprema volontà? O non è – forse meglio – che la Natura concede le vertigini così che la spaventosa opera di morte appare come la più eccelsa opera di vita?
Comunque, la sensazione è di tenebre.
Oh, non è mancato l’eroismo! Fin troppo!
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L’ammiraglio von Spee nel combattimento alle isole Falkland, il quale rifiuta la resa agli inglesi e scende in mare, con i suoi, ordinati sulla tolda della nave affondante, è stato ben ossequiente all’«obbligo di sacrificarsi all’ideale».
E qui altra tormentosa domanda mi insorge, a cui non so trovare bastevole risposta. Come combinare la concezione materialistica della vita, l’accortezza, l’acume, l’economia che hanno i germani nell’estimare, commutare tutti i valori realistici della vita, con questo superbo dispregio della vita?
Certo la pagina di von Spee è degna di lirismo. Oh, ma ci pensano essi al lirismo se altri non pensa! Ed è innegabile che queste parole in prosa del Lokal Anzeiger (Berlino, 17 decembre), a proposito della vittoria di Lodz, costituiscono un peana superbo in prosa:
«Non è più il grigio piovoso cielo decembrino questo; è il cielo ridente di un bel giorno di maggio. I cannoni bombardanti le coste inglesi salutavano la grande vittoria nei campi di Polonia. La sacra Russia aveva chiamato a raccolta contro di noi tutte le sue forze immani. Una enorme valanga rotolava su noi e tutto doveva travolgere. Queste le speranze dei nostri nemici per breve tempo. Allo sterminato esercito russo opponemmo un esercito di altro metallo, di acciaio duro ed elastico che si ripiega sì, ma per scattare. L’acciaio era animato e l’anima era Hindenburg».
Che la vittoria di Lodz sia poi pari a quella di Salamòia; sia la sconfitta di Attila nei campi Catalaunici, ciò sarà detto dall’avvenire. Ma in lirica è concesso esagerare.
Lo stesso re e imperatore Guglielmo – il quale parla tanto (vi sono, poi, altri che parlano così poco!), è certamente anche lui un lirico. «Noi accampiamo in terra nemica – disse la notte del Natale – con la spada puntata contro il nemico».
Non c’è dubbio: l’arte di trovare la leva del sentimento popolare, e smuoverla, la possiede tutta l’Imperatore. Un terribile poeta lirico!
Ah, miei giovinetti scolari italiani, affetti di rachitismo positivista prima ancora di aver sviluppate le cellule cerebrali, che ridevate con scettico sorriso al mito dello zoppo poeta Tirteo, lo comprendete ora quel mito? Voi non credevate a me; ed ora dovete credere all’Imperatore di Germania!
Piccole ribelli rane! Voi non volevate ubbidire all’onesto re travicello. Esse ora ubbidiscono all’idra divoratrice!
Ma lasciamo questi lugubri argomenti.
Dunque, un gran lirico l’Imperatore di Germania. Ed è lecito pensare che cosa succederebbe o sarebbe successo se questo Imperatore lirico avesse al suo servizio il genio politico di Bismarck.
«Noi accampiamo in terra nemica – disse l’Imperatore la notte di Natale – e la nostra spada è puntata contro il nemico», cioè non un palmo della patria germanica è calcata da piede nemico. Così che il popolo di Germania può giungere al punto da stoicamente esclamare: «Esiste la guerra in Germania?».
Guerra difensiva, dunque? La Germania è come cinta da un enorme assedio? Chi ne comprende più nulla? Giunge l’occhio a misurare lo stato presente, a vedere una fine dell’immenso conflitto? «Credevo di leggere il giornale di oggi, ed era il giornale di tre mesi fa» mi diceva un signore; e quelli che udivano, assentivano.
Certo se il genio di Bismarck avesse guidato questa guerra, il canto dell’Imperatore avrebbe echeggiato da altri luoghi che dai bivacchi di Polonia, presso i confini dell’Impero!
Ma ad un certo punto la figura dell’Imperatore germanico si affievolisce nello smisurato quadro: un popolo vi subentra, un popolo che ha accettato la guerra, che si precipita alla guerra: qualcosa di spaventoso! Come un fiume: un immenso fiume tranquillo fluente. Berlino è – dicono – tranquilla; tutto è tranquillo; il fiume scorre tranquillo. Ma seguendone il corso, s’ode un rumore lontano, profondo, le molecole dell’acqua si affrettano, la gran massa comincia a far vortici, gran vortici: è livida, tesa, vitrea, rigida, metallica: oscilla, cade! la cascata; il sangue; la morte. Così senza fine. Fin quando?
Eroico? Perché, no? Ma d’un eroismo anonimo, adespota – bisogna ben che io la dica la parola, – socialista. Massa anonima che precipita alla morte: altre masse sono pronte.
Quanti milioni di uomini uniformi ha ancora in pronto la Germania?
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La ricordate voi la guerra? Non foste mai in guerra? No? Non siete vissuti nelle antiche guerre, quando ancora non tonavano le artiglierie maledette? Come poco siete vissuti!
Mi concedete di ricordarvi – perché io son vissuto nei secoli – l’ultima delle battaglie che pur si poteano dire belle, e che fu insieme la prima delle battaglie moderne, la battaglia di Ravenna in cui morì Gastone di Foix?
Il sole d’aprile si levò vermiglio quel giorno: la gran pineta, il mare. Ecco don Pedro di Paz che avanza a capo dei cavalieri imperiali.
Ed un bel cavaliere francese, allora, pur si spinge innanzi: saluta e dice: – Signori, aspettate come noi che il bel giuoco incominci? Non tirate, vi prego, con gli archibugi e neppur noi tireremo.
E don Pedro domanda: – E chi siete voi?
– Baiardo!
– Oh! – esclama don Pedro – potessimo essere amici tanto vi ammiro ed amo. E chi è quel bel cavaliere al quale voi tutti fate onore?
Fuor che la testa, tutto armato, era un giovanetto e Baiardo lo presentò: – È il nostro capo. È Gastone di Foix, nepote del nostro re e fratello della vostra regina.
E gli Spagnuoli allora scesero di sella e s’inchinarono a Gastone e «Salvo l’onore ed il servizio del re, nostro Signore, ci professiamo tutti servidori vostri!»
*
Ma oggi non inchino, non saluto, non parola. Masse di uomini che ieri si scambiavano chèques, lettere amichevoli, tratte, «Spettabile Ditta» Dear Sir, Metri Herr! oggi si scambiano shrapnell: trincee minate saltano, navi minate saltano. Umanità salta. Tutto in frantumi, navi, uomini, case.
Io non sono «piagnucoloso». Anzi dico: La Germania – la cui grandezza mi è impossibile non ammirare – obbliga il mondo a saltare. Bisogna saltare. Come il terremoto: grandioso ed educativo. Obbliga l’Italia a saltare, e l’Italia salta.
E la Germania è indubbiamente la più forte di tutti: ed è anche evidente: la Germania – la quale ha impresso un carattere anonimo, adespota, stupendamente collettivo, a tutta la sua sterminata opera di civiltà, – si trova in condizione di superiorità: costringe il mondo a battersi sul terreno da lei scelto. E il mondo salta.
Morire, ecco! Le parole del povero giornalista Alziator, morto alle Argonne (morto? Non se ne sa più nulla), sono memorande. Non disse: «Vado a combattere, vado a coprirmi di gloria», ma disse semplicemente a Peppino Garibaldi: «Vado a morire».
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Ammirabile popolo il Germanico: ammirabile formazione geologica: terreno compatto, tenace: produce anonimo, per masse. Noi, terreno sciolto, disgregato, sommovibile. Con qualche paglia d’oro, però.
Mirabile popolo il Germanico: delega la sua intellettualità agli intellettuali: domanda e ottiene ordine e relativa giustizia. Gli è comandato di fluire compatto verso la cateratta della morte; e fluisce.
Noi? Da noi la sua delegazione il popolo non la concede se non a quelli che parlano il linguaggio delle sue stesse passioni. Anzi parlare il linguaggio della passione del popolo è oramai una ben proficua carriera. Basta vincer lo schifo di ingoiare qualche rospo ogni tanto.
Mirabile popolo il Germanico, a cui il mondo può essere grato sotto questo aspetto, che gli uomini credevano per il fatto che sono nella vita, di essere la vita. perché esistono le Società di Assicurazione, credevano di avere assicurata tutta la parabola dell’esistenza sino alla più tarda vecchiaia, raddolcita da tutto il comfort inglese e francese e scientifico.
La Germania, come un cataclisma, ha dato una rude lezione.
Questo ci pare di dovere concedere ed ammettere. Come ci pare di dovere ammettere che è nel diritto umano la conquista.
Veramente, le divine Sibille, profetando Cristo, han profetato:
Questo Iddio umanato soggiogherà lo mondo e la terra d’Enea non con arme né con battaglie ma coll’amo del pescatore; e con l’umiltà calcherà la superbia.
Questa forse era la migliore conquista, ed a costo di sembrare piagnucoloso, confesso che i miei occhi si turbano a queste divine parole, sì da credere alle rivelazioni dei profeti. Ma gli uomini «hanno preferito la tenebra alla luce».
E sia! Si conquista, dunque, anche con la spada. Ed Alessandro e Cesare e Carlomagno e Napoleone hanno scritto il loro nome nel mondo con la spada.
Noi possiamo procedere d’accordo con i sacerdoti della guerra (oh, quanti ne sono venuti fuori in Italia!) sino al punto da ammettere che – dati gli uomini come sono – la Pace perpetua sarebbe loro intollerabile. Un ordine immobile! Come nel Paradiso! Tutti immobili in perpetuo nella contemplazione di Dio. E forse Lucifero, l’angelo ribelle, fu un ribelle, perché fu un annoiato.
Ma oltre a questo punto, no! Chiamare questa guerra bellissima, no! Chiamare questa guerra un efficace mezzo di futura fratellanza, no! Chiamare la guerra il solo diritto internazionale positivo, nemmeno. Sì, tante pagine storiche furono scritte con la spada, ma una pagina come questa: Belgio! non è stata ancor scritta.
Ed è per tutto questo che pensando alla Germania ho una sensazione di tenebre.
Certo, libero da piede nemico è il suolo di Germania, libero è il suo cielo: nessuna nemica nave aerea lo solca. Ma quel cielo germanico sembra si vada sempre più chiudendo in una cupezza paurosa. Lampi di odio lo solcano.
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E generalmente in Italia non è odio contro la Germania, e le parole dell’intellettuale mio amico, riferite in principio «son germanofilo perché son buon italiano. Vorrei che l’Italia accettasse questa lezione ecc.» rispecchiano l’opinione di molti, anche se non germanofili, fra i politici più in vista. Molti ricordano l’amorosa tutela della Germania sull’Italia; molti ricordano Guglielmo imperatore così di sovente significativo ospite in Italia; molti vanno anche più in là dove mi pare ben audace l’andare, cioè che tedeschi, quali Niebuhr, Mommsen, Gregorovius hanno fatto conoscere l’Italia agli italiani. Ed una guerra contro la Germania – dice il principe di Bùlow – sarebbe.... une bétise.
E per queste ed altre ragioni che per brevità si omettono è ben difficile sapere quale sarà la decisione del Governo d’Italia.
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Ma certamente è bene che le persone di qualche senno e coscienza non condividano troppo le opinioni del mio carbonaio milanese, nero all’esterno, ma candido nella intelligenza, il quale ieri con dolce doloroso stupore mi chiedeva:
«Ma perché volere la guerra quando tutti ci rispettano, e nessuno ci minaccia?»
Certo è sommamente necessario a noi irrigidirci in una visione fredda della Verità. Non fiamme di entusiasmi, non strofinamenti come fanno i fisici strofinando a contrappelo sulla pelle del gatto per farne uscire fatue scintille: ma visione di un Anankè che sbarri e irrigidisca la volontà.
E non batter le palpebre davanti alla visione Verità, perché v’è chi s’accorge e dice: – Voi battete ciglio!
Senza batter ciglio!
I Germani sono grandi lirici, e nella gran lirica ironica sono maestri.
Del resto la Necessità o Anankè insegna, anche senza il concorso della Germania.
Insegna ad irrigidirsi contro i supremi pericoli. Ieri Messina, oggi la Marsica. Noi, anche il terremoto. Ma, o apostoli della guerra! tutto è divino, provvidenziale. Anankè di forze che sono più di noi.
Assistiamo alla tragedia senza battere ciglio. Forse esiste anche un eroismo italico.