L’Illustrazione Italiana, 31 gennaio 1915
I due illustri estinti di Venezia/1. Luigi Pastro
L’ultimo eroe della nefanda tragedia dei processi di Mantova nel ’53, è scomparso. L’ultimo, che la narrava, che ne raccontava gli strazii subiti, spirò dopo tutti i suoi compagni di cospirazioni e di torture – dopo i suoi carcerieri, dopo i suoi aguzzini. Luigi Pastro morì in Venezia a 92 anni, venerato e fortunato. Fortunato, poiché poté gustare per mezzo secolo alte compiacenze, alti onori, che altri non ebbero, che altri non poterono sventuratamente avere, perché strozzati sul patibolo austriaco o morti, nell’ombra, prima di lui. Sì, tragedia nefanda quella di Mantova e di Belfiore, e, s’aggiunga quella di Venezia, dove, l’11 ottobre 1851, fu strangolato il comasco Luigi Dottesio, poetico, bellissimo giovane, reo d’aver diffusi libri liberali stampati dalla Tipografia Elvetica di Capolago, come le Speranze d’Italia di Cesare Balbo, e altri che allora accendevano i sangui e adesso giaciono dimenticati... come il Dottesio.
Dalle forche austriache, pende il conte Carlo Montanari, possidente di Verona, il medico Carlo Poma di Mantova, Angelo Scarsellini, negoziante di Venezia, co’ suoi compagni di fede, pur veneziani, Bernardo Canal giornalista, e Giovanni Zambelli pittore. Strangolati, il candido prete mantovano Enrico Tazzòli, lo scrivano Pietro Frattini di Legnago, e Bartolomeo Grazioli, il povero innocuo arciprete di Revere. E nella mattina del 4 luglio 1855, muore impiccato il Leonida del Cadore, Pietro Fortunato Calvi di Briana nel Veneto. E quale schiera di intemerati, illustri patrioti, sfuggiti per miracolo al patibolo, salgono, quasi a un Calvario, nelle fortezze di Theresenstadt, o di Josephstadt, non infernali come lo Spielberg, e senza ceppi, ma desolanti !... Ecco il delicato poeta dei sogni, anima intrepida. Aleardo Aleardi, e l’indomito Giuseppe Finzi di Rivarolo, figura di Plutarco, e Antonio Cazzati, l’austero milanese, ch’era destinato, essendo appunto milanese, alla forca, per rispondere dal patibolo al tentativo di sommossa mazziniana del 6 febbraio 1853 a Milano, e graziato in seguito a un commovente dramma d’amore (da me narrato in un libro sulla fede dei Visconti-Venosta non del Cazzati, che per dieci anni ebbi l’onore di vedere quasi ogni sera, ma mai parlava di sé); graziato con quindici anni di fortezza. Il libraio Vincenzo Maisner di Venezia, già condannato al capestro col Dottesio e poi condannato, egli solo, ai lavori forzati, e il conte Alessandro Murari- Bra, colpito da condanna di quindici anni, e gl’ingegneri Giovanni Malaman di Venezia (altro dei dimenticati) e Alberto Cavalletto di Padova e l’ingegnere Francesco Montanari di Mirandola e Luigi Pastro, il medico, piccolo, acceso in volto, dai lineamenti scolpiti, dagli sguardi scintillanti di fierezza. E quanti, quanti altri salgono alle fortezze per espiare l’amor della patria!
Tutti scomparsi ….Sparito il subdolo, tristo capo carceriere della fortezza di Mantova, Casati, dall’occhio di serpe, che pretendeva accalappiare, nelle lusinghe e nei consigli suoi, i prigionieri di Stato, perché confessassero. Sparito per ultimo, vecchissimo, cieco, con una isterica lettrice accanto, l’istruttore feroce di quei processi, il Kraus. E sparito ora anche Luigi Pastro. Non resta che l’imperatore d’Austria, il quale, giovanissimo, aveva affidato al pugno militare di colpir gli italiani, colpevoli di sognare libera l’Italia. Egli solo, il canuto monarca, sopravvive all’ecatombe di tante e tante vite spente anche nelle battaglie combattute per l’indipendenza d’Ungheria, di Polonia, d’Italia; egli solo, sorvive, in quest’ora di carneficine interminabili....
Luigi Pastro era figlio di contadini poverissimi. Nato il 22 ottobre 1822 a Selva di Volpago, nella terra trivigiana, il Pastro visse sempre dell’altrui carità per trascinarsi alla meglio negli studii. Egli stesso ci narrava, che studiava medicina nell’Università di Padova, solo con l’aiuto continuato dei compagni generosi. Era già un ardente patriota. E questa parola «ardente» che si usa tanto, a nessuno meglio che a lui si addiceva; poiché anco negli anni tardissimi il fuoco dell’anima, della parola, degli occhi, dei gesti diceva quale incendio aveva illuminato la sua vita. S’era arruolato, nel ’48, fra i «Cacciatori del Sile», il fiume trivigiano, ch’egli avrebbe voluto arrossare di sangue nemico: impugnava allora un decrepito fucile a pietra; e a Sorio di Montebello, lo poté sparare...
Si trovava medico condotto nel villaggio di Villorba presso Treviso, quando gli giunse l’invito di formare un comitato rivoluzionario. Ma l’incarico non può essergli venuto direttamente dal Mazzini, com’egli, certo per equivoco, stampò ne I ricordi di prigione (pag. 29). Nulla prova che il Mazzini fosse in relazione col Pastro, giovane allora ignoto, oscuro, sperduto in un misero villaggio. E poi, nel Veneto, c’era già un Comitato mazziniano, come lo dichiarò lo stesso barone Culoz, comandante la fortezza di Mantova, nel proclama che vedremo presto. L’incarico di formare a Treviso una «filiale» del Comitato Veneto gli venne assai probabilmente da un suo collega e conterraneo, il medico dottor Flora, di Treviso, il quale erasi stretto in amicizia col mazziniano De Boni, e, rientrando dalla Svizzera nel Veneto, aveva visto il Mazzini, ricevendo dall’agitatore fervidi eccitamenti per istituire sotto-comitati insurrezionali e per diffondere il famoso suo prestito. E quello fu uno dei tanti errori funesti del Mazzini, il quale, al rovescio del Cavour, non conosceva gli uomini; e non conosceva affatto il Flora. Il povero mediconzolo Flora era un fior di galantuomo, ma tutt’altro che tempra da cospiratore; e i fatti tristissimi pur troppo lo provarono subito.
Il Flora cadde fra gli artigli della polizia austriaca; e il Pastro fu denunciato a essa dal Flora e perciò fu anch’egli arrestato. Quel disgraziato Flora, più vittima che reo, era stato costretto alla confessione da un tristo prete, l’abate Piantoli di Venezia. Costui lo costrinse alle più ampie rivelazioni, abusando degli scrupoli ultra-religiosi in preda ai quali quell’infelice si agitava. Minacciandogli le fiamme dell’inferno se non confessava tutto ciò che sapeva, fece il giuoco d’un commissario di polizia, che non si può ancora nominare, e che si servì appunto del Pianton per raggiungere l’intento. Angelo Giacomelli, di Treviso, che fu pur egli uno dei cospiratori e dei condannati, nelle Reminiscenze della mia vita politica negli anni 1848-1853 lo disse ben chiaro (pag. 211) e il libraio Maisner, concaptivo col Pastro e il Pastro stesso, ce lo affermarono. Ma il Pastro, che dalle confessioni di quel debole ebbe tanto a soffrire, seppe compatirlo, seppe perdonarlo : e in Treviso, appena liberata nel 1866, volle prenderselo, una sera, sotto braccio e condurlo amorevolmente nei caffè più affollati, additandolo come degno di rispetto; atto poco conosciuto, ma che valeva quanto le sue eroiche resistenze negli interrogatorii del bestiale Kraus, nel castello di Mantova dove venne rinchiuso, dopo una prima prigionia subita a Venezia. Ne i Ricordi di prigione, il Pastro nasconde il suo accusatore sotto una X.
Secondo le leggi austriache militari (anche coi rigori atrocemente spiegati nei processi compresa la bastonatura che fu inflitta in quel tempo a due fierissimi ribelli, il milanese Giovanni Cervieri e Antonio Pasetti, ch’era stato studente a Padova col Pastro, piccolo anch’egli, gracile all’estremo e tisico); secondo quelle leggi che non ammettevano avvocati difensori, mai poteva essere condannato a morte chi non avesse confessato. Luigi Pastro, Giuseppe Pinzi, il valtellinese Ulisse Salis e altri lo sapevano bene; e perciò raddoppiavano le loro energie per negare, negare, negare sempre, anche per non coinvolgere i compagni nella rovina. Le torture morali, per ridurli alla confessione, non bastavano? Si ricorreva alle torture corporali: le sozzure più schifose del carcere, i ferri ai piedi e i digiuni, e la tana quasi priva d’aria, umida, mortifera, della Mainolda, dove anche il Pastro, pe’ suoi ostinati dinieghi, fu cacciato, e dove perdette i capelli per l’umidità e languì più giorni per fame, onde svenne, e fu creduto morto. Nella Mainolda, furono cacciati, per essere (secondo la cinica espressione del capo carceriere Casati) macerati a dovere, il poeta Aleardo Aleardi, il sensale mantovano Domenico Fernelli, condannati poi a sedici anni (un altro dimenticato!) e Giuseppe Finzi, e Carlo Pigazzi, veneziano (impiegato di polizia, il quale avvertiva i cospiratori) e Luigi Pastro, contro la cui saldezza morale nulla poté. Eroe di bronzo.
I verbali dei processi di Mantova non furono mai veduti da alcuno dei nostri. La verità vera e intera non si sa ancora tutta: un libro compiuto non si può scriverlo perciò ancora; ma da numerose testimonianze sincere dirette, specialmente dall’ aureo libro commoventissimo di monsignor Martini, confortatore sublime degli ultimi momenti dei martiri, esce grandiosa la bellezza di quelle anime.
Luigi Pastro venne condannato dai giudici militari a dieciotto anni di reclusione. Fu consegnato ai gendarmi il 17 maggio 1853 per essere tradotto a Theresienstadt, la maggior fortezza dell’impero, in Boemia. Ma poco più di tre anni dopo, il 2 dicembre l856, fu liberato per la generale amnistia, accordata con scopo tutto politico da Francesco Giuseppe. Le imputazioni di Luigi Pastro erano queste, precisate dal comandante la fortezza di Mantova, barone Carlo Culoz, nel suo proclama del 3 marzo del 1853; proclama eh’è la più splendida corona di quercia ai martiri:
«Luigi Pastro è accusato di essere stato in cognizione dell’esistenza del Comitato rivoluzionario veneto; di avere, per la formazione di un Comitato filiale in Treviso, incamminate trattative con altro dei capi del Comitato centrale veneto, e di avere ricevuto dal medesimo il relativo piano organico; di avere istigato altro cittadino trevisano alla formazione di un Comitato rivoluzionario in quella città; di avergli a tale scopo consegnato il detto piano organico, di avere intrapreso appositamente un viaggio a Venezia, onde mettere in relazione il trevisano suddetto coll’accennato capo del Comitato veneto, ed in tal modo effettuare la formazione del Comitato rivoluzionario di Treviso, locché difatti avvenne».
Tali le accuse, e verissime.
Nell’epidemia colerica di Volpago, il Pastro accorse e tanto si adoperò, come medico, per quei miseri, eh’ ebbe medaglia d’oro. Anche allora, egli spiegò la sua indole magnanima. Entrò nel 1910 in Senato per i segnalati servizi alla patria; e dire che nell’alto consesso non entrò per questo titolo singolare nessun altro dei martiri nostri, neppure il duca di Castromediano che trascinò per tanti anni la catena nelle galere borboniche peggiori delle austriache, né un genio, Verdi, che fu nominato senatore per censo e se ne sdegnò tanto che in Senato non pose mai piede. Ma il Pastro meritava bene quell’onore. Oliando entrò nell’aula della Camera alta, fra applausi interminabili, avrà egli pensato alla rustica casetta natia di Selva di Volpago e alla Mainolda?...
Ne I ricordi di Prigione, il Pastro più che ottantenne, narrò la propria iliade; la narrò con alcuni errori di nomi e di fatti, nella forma rozza ma schietta che gli era propria, guastando con eccessi verbali il sacro splendore del tema; ma arrivò a scrivere anco qualche pagina d’un’evidenza terribile; e come il suo più che fratello Vincenzo Maisner, autore delle palpitanti memorie da Venezia a Theresienstadt edite nel 1884 da Giovanni Rizzi, lasciò un documento di più alla storia. Il Maisner, il solo che trascinò più anni i «ferri pesanti» non dev’essere dimenticato.
Chi, in Italia, ebbe vivo o morto, più entusiastici elogi di Luigi Pastro?
II più alto elogio gli venne dal suo concaptivo Giuseppe Finzi.
– Tu sei il più forte di tutti noi, – disse una volta il Pastro al Finzi.
– Perché tu non ti conosci ! – gli rispose il Finzi.