L’Illustrazione Italiana, 31 gennaio 1915
Corriere. Dopo il terremoto disastroso. La crisi nella direzione delle ferrovie. Il signor Ghenadieff e c/li uomini francesi. La neutralità italiana nella Nuova Antologia. Il gran tramestìo austro-tedesco. Raids aerei e raids marittimi. Moltke e Falkenhayn. La neve e il socialismo municipale. / costituzionali vittoriosi a Firenze
A quindici giorni di distanza dalla tragica ora di Avezzano, di Sora, di Pescina e di tanti altri paesi già ridenti dell’Abruzzo, della Campania, del Lazio – non scemano le impressioni sulla gravità del disastro, ma vanno prendendo completo risalto le opere concordi di assistenza, di resurrezione amorevolmente apprestate dagl’italiani. Tutte le prime e piccole cause momentanee, inevitabili, di critica e di recriminazione sono dileguate, superate; e già la vita comincia a rinnovarsi, a rifiorire; dove il terribile flagello tutto distrusse, e dove tuttavia persiste a farsi sentire con sorde quotidiane minaccie. Il terremoto è un nemico col quale l’Italia deve sempre trovarsi pronta a misurarsi. Si capisce quindi la proposta, balzata fuori ora, più concretamente che dopo il terremoto di Messina e di Reggio, di creare un Magistrato speciale, un ministro del terremoto. Ma non sono già un poco tutti ministri del terremoto gli uomini politici che si avvicendano al potere, seggano al ministero dei lavori pubblici od in qualsiasi altro dicastero?
E non è una scossa di terremoto ministeriale la dimissione, che ora suscita tanto rumore, dell’ingegnere Riccardo Bianchi da direttore generale delle ferrovie dello Stato?... La dimissione è stata chiesta da lui – non vi ha dubbio; ma perché è stata chiesta?... La speciale inchiesta ordinata dal ministro dei lavori pubblici, Ciuffelli, per constatare come veramente procedettero i servizi ferroviari nel tragico 13 gennaio verso le regioni desolate, non è forse stata la causa occasionale? Pare veramente di sì. Ma l’ingegnere Bianchi, uomo di grandissima competenza, di grandissima autorità, di incomparabile energia, non è uomo facilmente arrendevole. In nove anni e mezzo passati nell’alta carica, assunta in momento di non lievi difficoltà, tutti ebbero occasione di riconoscere le sue grandi qualità di tecnico e di amministratore, ma il suo atteggiamento fermo, risoluto di resistenza ad ogni ingerenza ministeriale nella gestione della grande azienda ferroviaria autonoma apparve fin da principio. Tanto che, quando parvero delinearsi conflitti, la voce delle sue dimissioni venne sempre in campo. Ora queste sono un fatto compiuto. Egli lascia la direzione generale delle ferrovie con perfetta dignità, che tutti gli riconoscono. Non è colpa sua se le ferrovie in Italia rappresentano per lo Stato una passività annua di 150 a 200 milioni. Gl’illusionisti – radicali e socialisti specialmente – che prima del luglio del 1905 determinarono affrettatamente lo Stato ad assumersi, in grande confusione, l’esercizio delle ferrovie, sapevano per i primi, benissimo, che le ferrovie esercitate dallo Stato, sarebbero state per un bel pezzo un grosso guaio per il pubblico tesoro. È la sorte, quasi inevitabile, di tutte le statizzazioni, provincializzazioni e municipalizzazioni, che il socialismo ha rese tanto di moda, ed alle quali moderati e liberali si sono a gara buttati per farsi perdonare e tollerare, fin che è stato possibile, dalle turbe socialiste.
Non si può tuttavia negare che l’opera altissima dell’ingegnere Bianchi non abbia dati i suoi risultati nella complessa e difficile azienda : il personale, che offriva uno dei problemi più delicati e più gravi, ha viste migliorate notevolmente le proprie condizioni, ma ha dovuto anche migliorare notevolmente la propria disciplina; la rete ferroviaria è stata grandemente sviluppata in dieci anni : il traffico è stato portato ad un’intensità invidiabile e l’esercizio delle linee è stato migliorato in modo incontrastabile, riconosciuto unanimemente, sia dal commercio e dall’industria, sia dai viaggiatori, che hanno sempre infinite ragioni per proclamarsi malcontenti.
L’ingegnere Bianchi se ne va dall’alto ufficio con tutto il rispetto meritatosi per l’immutata energia di saldo piemontese, che aveva fatto ottima prova nella direzione generale delle ferrovie sicule, e l’ha rinnovata – in mezzo a difficoltà incalcolabili – dovendo creare, di sana pianta, si può dire, un’azienda di Stato, della quale non esistevano che incomplete e non soddisfacenti tradizioni nel nostro paese. Egli era apparso the right man in the right place. Ora prende il suo posto un «reggente», l’ingegnere Raffaele de Corné, napoletano, che ha due anni in più dell’ingegnere Bianchi – cioè sessantatré – ed ha compiuta la sua carriera nel genio civile, specializzandosi in materia ferroviaria; ha presieduto alla costruzione della famosa linea Eboli-Reggio; ha date alle questioni ferroviarie numerose ed apprezzate memorie; fa parte da tredici anni del Consiglio superiore dei lavori pubblici; ed appartiene – e questo davvero non guasta – a famiglia di militari: un generale (suo padre), un colonnello, vivente, suo fratello, ed un altro fratello, capitano d’artiglieria, morto, sventuratamente, nel terremoto del 1908 a Messina.
Le ferrovie sono, ora, sotto una duplice inchiesta – quella parlamentare, generale, deliberata tempo fa, e quella speciale sul servizio in ordine al disastro del 13 gennaio. Cosa uscirà da queste inchieste, vedremo. L’ingegnere De Corné, che era stato chiamato a far parte di questa ultimissima commissione d’inchiesta speciale, è passato d’un balzo alla direzione generale delle ferrovie. Se vi rimarrà, come – con un assetto che non fu mai, veramente, definitivo – vi è rimasto per quasi dieci anni l’ing. Bianchi, possa egli conservarvi tutto il proprio prestigio personale, come al suo predecessore è riuscito. Quanto all’azienda statale non vi sarà, crediamo, tempra di direttore generale che basti a renderla rimuneratrice per lo Stato, posta come, per necessità ineluttabili, fra le pressioni degli elementi politici parlamentari da una parte, e gli elementi popolari-socialisti, dall’altra. Ma tant’è – l’ondata popolare volle così dieci anni sono, e certi esperimenti, fatti per calmare coloro che esercitano la non svantaggiosa industria politica di strillare più forte degli altri, è sempre il paese quello che li paga !
*
Il signor Ghenadieff, il viaggiatore politico bulgaro che è stato ultimamente a Roma a conferire coi ministri Salandra e Sonnino,— e del quale è oggi il ritratto in queste pagine
ha fatte prima di partire dalla città eterna alcune dichiarazioni, abbastanza sensate, che hanno messo di malumore un autorevole giornale francese, il Temps.
Ghenadieff— ricordando le tradizionali simpatie dell’Italia per i bulgari – ha notato una cosa semplicissima: che l’Italia è l’unica grande potenza rimasta finora estranea al conflitto europeo; che quindi la sua forza morale, militare e politica, già per sé stessa considerevole è dall’agosto in poi accresciutasi, e di più ancora aumenterà mano a mano che, per l’inevitabile logorìo della guerra, si indeboliranno quelle degli altri. «La volontà dell’Italia – ha concluso il signor Ghenadieff – non potrà dunque non avere un gran peso il giorno della liquidazione di questa spaventosa crisi che tormenta quasi tutta l’Europa».
É questo, mi pare, un ragionamento semplice e logico. O l’Italia potrà raggiungere le sue legittime finalità senza scendere in campo – e questo sarebbe l’ideale; o vi scenderà per esercitare un grande peso decisivo nell’ora della liquidazione. Anche questo è logico e naturale; senza di che un intervento, così lungamente meditato e preparato, non si capirebbe.
In Francia, invece – a giudicare dal linguaggio del Matin, del Temps, del Figaro, di Pichon, di Clemenceau – che prodigano all’Italia vezzeggiativi e titoli apologetici che da anni ed anni non si leggevano sui giornali francesi – in Francia pare pensino che l’Italia debba moversi indipendentemente dall’essenziale visione dei propri interessi. Evvia, quale Nazione può mai imbarcarsi, oggidì, in una guerra, se non siano i suoi veri, vitali, urgenti interessi che ve la spingano?
Uno scrittore, che— a giudicare dalle cose che dice – può essere accettato come competente – ha precisate, appunto, nella Nuova Antologia in questi giorni, tutte le ragioni per le quali l’Italia deve compiacersi che gli uomini che la governano abbiano decretata in agosto la neutralità. Non fermiamoci troppo sul calcolo della spesa. Una guerra consimile non sarebbe costata all’Italia – dice l’articolista – meno di quattrocento milioni al mese. E siccome non è da credere che, una volta impegnatici, avremmo potuto tirarci fuori a piacimento nostro, e quindi è logico supporre che vi saremmo ancora ben bene dentro, così, rimanendone sin qui fuori, abbiamo tesoreggiati fino ad ora due miliardi e mezzo, in cifra tonda, che – calcolando che la neutralità nostra possa durare, convenientemente, fino ad aprile – saliranno a tre miliardi e mezzo, che ci potranno servire per l’ora più propizia per l’azione.
E quest’ora non dovranno farla suonare che «i nostri interessi». Lo svolgersi della guerra attuale, con le sue vicende, con gli eroismi stessi di quegli animosi giovani nostri che non hanno avuta la difficile pazienza di aspettare in patria gli eventi, può essere altamente tormentoso, doloroso per le nostre menti, per i nostri cuori; «ma ciò – dice l’articolista – nulla ha a che fare con i nostri interessi. Questi soli devono dirigerci».
«Si è cercato – osserva la Nuova Antologia — di agitare, di sommuovere il popolo italiano in tutti i sensi. Esso è rimasto fermo al suo posto. Speriamo che cosi continui, fino al giorno in cui un mutamento decisivo nella situazione ed il succedersi di fatti nuovi non lo consiglino ad adottare una attitudine diversa. Allora farebbe atto di saviezza, ora no... E più di una Potenza in guerra – e forse tutte senza distinzione – se oggi lo potessero, sarebbero ben liete di tornare indietro sui loro passi.»
Questa sensazione la dà anche tutto il tramestio diplomatico militare svoltosi in queste due settimane, dopo le dimissioni del conte di Pichon, di Clemenceau – che prodigano all’Italia vezzeggiativi e titoli apologetici che da anni ed anni non si leggevano sui giornali francesi – in Francia pare pensino che l’Italia debba moversi indipendentemente dall’essenziale visione dei propri interessi. Evvia, quale Nazione può mai imbarcarsi, oggidì, in una guerra, se non siano i suoi veri, vitali, urgenti interessi che ve la spingano?
Uno scrittore, che— a giudicare dalle cose che dice – può essere accettato come competente – ha precisate, appunto, nella Nuova Antologia in questi giorni, tutte le ragioni per le quali l’Italia deve compiacersi che gli uomini che la governano abbiano decretata in agosto la neutralità. Non fermiamoci troppo sul calcolo della spesa. Una guerra consimile non sarebbe costata all’Italia – dice l’articolista – meno di quattrocento milioni al mese. E siccome non è da credere che, una volta impegnatici, avremmo potuto tirarci fuori a piacimento nostro, e quindi è logico supporre che vi saremmo ancora ben bene dentro, così, rimanendone sin qui fuori, abbiamo tesoreggiati fino ad ora due miliardi e mezzo, in cifra tonda, che – calcolando che la neutralità nostra possa durare, convenientemente, fino ad aprile – saliranno a tre miliardi e mezzo, che ci potranno servire per l’ora più propizia per l’azione.
E quest’ora non dovranno farla suonare che «i nostri interessi». Lo svolgersi della guerra attuale, con le sue vicende, con gli eroismi stessi di quegli animosi giovani nostri che non hanno avuta la difficile pazienza di aspettare in patria gli eventi, può essere altamente tormentoso, doloroso per le nostre menti, per i nostri cuori; «ma ciò – dice l’articolista – nulla ha a che fare con i nostri interessi. Questi soli devono dirigerci».
«Si è cercato – osserva la Nuova Antologia — di agitare, di sommuovere il popolo italiano in tutti i sensi. Esso è rimasto fermo al suo posto. Speriamo che cosi continui, fino al giorno in cui un mutamento decisivo nella situazione ed il succedersi di fatti nuovi non lo consiglino ad adottare una attitudine diversa. Allora farebbe atto di saviezza, ora no.... E più di una Potenza in guerra – e forse tutte senza distinzione – se oggi lo potessero, sarebbero ben liete di tornare indietro sui loro passi.»
Questa sensazione la dà anche tutto il tramestio diplomatico militare svoltosi in queste due settimane, dopo le dimissioni del conte Berchtold da ministro degli esteri austro-ungarico cedendo il posto al barone Burian. Viaggio in Germania dell’arciduca ereditario austro-ungarico, Francesco Carlo, e sua visita al quartiere generale dell’imperatore Guglielmo; viaggio allo stesso quartiere generale, del nuovo ministro Burian; mutamento in Germania del ministro della guerra, da Falkenhayn, che rimane capo dello stato maggiore generale, a Wild von Hohenborn, che assume le redini del dicastero militare; spostamento di corpi d’armata austriaci dal teatro di guerra austro-russo alle Fiandre, e di corpi d’armata tedeschi dal teatro occidentale alle linee della Galizia, ai campi dell’Ungheria, alle frontiere della Serbia e, persino, si dice della Rumenia!... Tutto insomma un tramestio che prelude a tutte una serie di nuove operazioni che si preparano per la primavera – mentre ora le violenze delle bufere, di pioggia o di neve, di mare o terrestri, si impongono ugualmente alla volontà di chi vorrebbe combattere contro i nemici in guerra, come di chi fatica nei desolati paesi nostri a riparare alle rovine del disastro tellurico.
La stagione, è vero, è nei suoi confini naturali e legittimi, quali li segnano la meteorologia e l’astronomia; ma è anch’essa di una violenza così persistente che pare voglia gareggiare con l’ira belligera degli uomini, ai quali Benedetto XV, con l’allocuzione lor rivolta nell’ultimo concistoro, ben poco di veramente toccante ha potuto dire, paralizzato come lo stesso spirito conciliativo della Chiesa dal furore col quale combattono, gli uni contro gli altri, tanti popoli cristiani!...
La Germania lancia di tratto in tratto i suoi raids aerei contro paesi indifesi ed incolpevoli, facendo vittime innocenti, che non accrescono, certamente, verso di lei le simpatie. L’Inghilterra, spiando lungamente il momento opportuno, spinge le sue formidabili corazzate modernissime contro quelle della rivale implacabile, affermando superbamente il suo incontrastabile dominio dei mari. Cieco, si può dire, da una parte e dall’altra è l’accanimento. Sdegnosamente tutti smentiscono le voci di desiderio di pace che gli uni o gli altri, per arte, mettono in circolazione; l’Austria stessa, che, generalmente, è considerata la meno fortunata sin qui nelle vicende guerresche e la meno fornita degli elementi di resistenza economici e finanziari fra i contendenti, rivela una ripresa di energie, come se voglia risolutamente ribellarsi al fato; e dalla Germania due generali, il Moltke ed il Falkenhayn, succedutisi nella direzione dello Stato Maggiore generale, gridano – l’uno «la Germania finirà col vincere» – e l’altro, quasi completando il ragionamento – «piuttosto periremo fino all’ultimo uomo !»
*
Mentre scrivo queste linee la quinta nevicata dell’inverno, con quella lenta persistenza che caratterizza le nevicate copiose e generali, scende ad imbiancare la terra. Le tribolazioni del Municipio socialista sono aggravate dall’inclemenza dell’inverno. Ogni nevicata non costa meno di centomila lire per lo sgombero delle vie e piazze di una grande città come Milano. Cinque copiose nevicate – mezzo milione, a far poco! Anche quella della neve è una guerra divoratrice di danaro – come tutte le guerre; e dopo averla combattuta, è forse la sola nella quale si è sempre sicuri di rimanere padroni del terreno con mediocre soddisfazione!
La giunta socialista, tra le molte calamità che la perseguitano – un poco dovute alle circostanze, un poco alla vigilanza degli avversari, un poco alle discordie degli amici – invidia forse la sorte dei socialisti di Firenze, che domenica scorsa sono stati completamente battuti, nelle elezioni generali amministrative, grazie alla concordia di tutte le gradazioni costituzionali.
Vi sono situazioni nelle quali una dignitosa sconfitta è la più desiderabile, la più comoda delle soluzioni!
27 gennaio