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 1915  gennaio 31 Domenica calendario

I “bianchi” i “neri” in un libro di Fausto Salvatori

Fino a pochi anni or sono, Fausto Salvatori era più specialmente uno squisito cesellatore di versi. Dotato di grande facoltà di assimilazione, egli aveva molto studiato la Bibbia, i classici e la filosofia, formandosi una precoce esperienza del mondo, una coltura vasta, multiforme. Arrigo Boito aveva predetto a lui, giovanissimo, un brillante avvenire e la profezia del Maestro si avverò. Salvatori, che già erasi creata rinomanza con le Eumenidi, vinse, nel 1906, il concorso Sonzogno per un libretto d’opera, superando non solo valorosi, giovani letterati, ma anche illustri poeti. Seguirono: Terra promessa, La furia dormiente,ed ora appaiono queste Storie di parte nera e storie di parte bianca di sapore finissimo e delicato.
Lo scrittore si andò così elevando, a poco a poco, per la sua personalità artistica, per il suo gusto, per il suo stile. Poiché, e nell’opera poetica e nelle argute novelle, egli non segue forse nessuna delle tendenze letterarie, spesso artificiose, dell’epoca nostra. In lui, ad esempio, l’idealismo non è distrutto dalla critica negativa; il verismo, non è spento dal classicismo, che troviamo, invece, rivestito della più fine modernità. Per questo suo indirizzo fra il classico e il reale Salvatori si tiene, con giusto senso di misura, lontano dalle esagerazioni e dalle astruserie, nelle quali francesi e popoli nordici si rivelano maestri.
Si potrà osservare che l’autore tende a dare a ogni episodio le linee ampie di un quadro, che nei suoi scritti apparisce una certa esuberanza di concetti. Ma questi son pregi, che danno all’opera sua un valore all’amente letterario.
Ho detto più sopra che Salvatori è poeta d’istinto, d’inclinazione; aggiungerò che egli è poeta di tutte le sensazioni più raffinate, acute, sottili: poeta nel concetto e nello stile. E appunto in queste Storie di parte nera e storie di parte bianca, che ritraggono episodi della vita intima del patriziato romano, lo stile erompe facilmente, fluidamente. Anche senza la cadenza del ritmo, nel periodo è come una continua armonia; si direbbe che un’eco misteriosa vi sussurri all’orecchio ricordi di cose lontane…
La lingua, ricca, duttile, ha talora frasi delicate, vive, pittoresche, con le quali l’autore sa renderci tutte le sfumature possibili; talora espressioni semplici, gentili, ma senza enfasi, senza ricerca di raffinate parole, di neologismi impossibili. Il novelliere pone il lettore in grado di interpretare pienamente lo spirito dei suoi personaggi, di intendere la portata delle sue descrizioni; le parole del suo vocabolario sono attinte alle buone fonti classiche italiane.
Queste precipue qualità fanno sì che Salvatori riesca maestro nell’arte della descrizione, abilissimo nel rendere la psicologia dei suoi personaggi. Descrivendo egli sa animare, trasfigurare, mettere in luce, in rilievo ogni cosa. L’intensità del colorito lo trae perfino a descrizioni troppo minute; egli non lascia passare inosservato niun tratto significativo, che valga a lumeggiare uno sfondo, un quadro di paesaggio, un ambiente, una figura.
Nelle novelle, di cui ora ci occupiamo, è riprodotta mirabilmente l’anima del paesaggio; sono espresse, con molta plasticità, luci ed ombre, scorci e vedute d’assieme.
Con la stessa facilità – per esempio – l’autore sa renderci il meraviglioso parco seicentesco dei Borghese e il quadro suggestivo della campagna romana, con le sue linee grandiose, nobili e calme; con i suoi piani vasti; con le sagome svelte dei pini; con le sue tombe, i suoi acquedotti, la corona ondulata delle colline, la linea lontana del mare! Egli ci fa sfilare sotto gli occhi, con altrettanta maestria, l’intricato dedalo delle vie di Roma nel mistero della notte e l’interno di un palazzo patrizio, nei più minuti dettagli; egli sa descriverci, con pochi tratti, il capolavoro di un artista barocco e la statua classica di squisita fattura greca. Qui è lo squallore desolato di una casa deserta; là è la gaiezza spensierata della gioventù. E poi le sue creature non sono ideali; ma di carne e d’ossa, di nervi e di polpa. E l’artista, col suo tagliente, sottile scalpello d’anatomista, sviscera l’anima umana, ne scruta i misteri più profondi e non si perita di sollevare talvolta perfino il velo pudico, dietro il quale più di una romantica gentildonna tenta – novella Iside – celarsi gelosamente…
Anche ci sembra abilità non comune quella di saper descrivere, con garbo, ma pure con sottile ironia, la frivola spensierata gaiezza delle dame in una festa di beneficenza, o i pettegolezzi d’un salotto mondano dei nostri tempi; la solenne udienza che in talune occasioni il pontefice soleva accordare alla nobiltà romana e le minute particolarità del corredo nuziale di una giovane patrizia, con relativa camicia… bifora; le sontuose feste in costume delle antiche case romane e le tendenze sportive dei moderni gentlemen; gli amori senili degli incorruttibili, venerandi patrizi e la vita libertina dei giovani…
Indubbiamente la pittura dell’ambiente aristocratico romano è qui ritratta con fedeltà scrupolosa. Talune figure di monsignori, grassocci e paffutelli, o di omaccioni sensuali sono addirittura scolpite; cesellate altre di deliziose e raffinate eroine del sesso gentile; i tipi e le macchiette riescono di una verità sorprendente.
Quella società che, in varie epoche, ci hanno descritto così genialmente il Lalande, lo Stendhal, il Briffault, l’About, il D’Haussonville, Ippolito Taine e recentemente il De Cesare, rinchiusa ab antiquo in vuoti convenzionalismi e in isterilì etichette, era senza dubbio assai caratteristica. Eppure quelle case, ove una folla di familiare e di cortigiani viveva quasi allo scrocco; quei principi, che, oziando e sbadigliando da mane a sera, ereditavano senza sapere il perché vistosi patrimoni, per menare poi una vita di godimenti materiali, senza corredo di studi e senza ideali di patria, assomigliano stranamente a talune famiglie e a taluni patrizi, di data assai più recente, dei quali ci parlano la contessa Hugo, il Vasili, il Pesci e tanti altri.
Anche in costoro, come nei loro orgogliosi antenati – piccoli sovrani senza responsabilità, che avevano Corte e cortigiani, gallerie ed archivi – si rispecchiava, e forse in alcuno si rispecchia ancor oggi, l’indole dei loro educatori e pedagoghi ecclesiastici, invasa da pregiudizi di ogni genere. Cresciuti fra adulatori, abituati a non trovare mai ostacoli alla volontà, imparentati con famiglie regnanti, non deve arrecar meraviglia se alcuni fra i protagonisti di queste novelle si mostrino superbamente sprezzanti e si tengano appartati dal popolo e dalla borghesia. Forse nessun’altra nobiltà ha origini e tradizioni illustri come la romana; è difficile trovar nella storia molti esempi di patrizi, che come i nostri, abbiano profuso tesori nel creare edifici, ville, gallerie, musei.
Questa nobiltà che pretende derivare da Valerio Publicola o da Fabio il Cunctator; fiorita, con alterna vicenda, quasi sempre all’ombra del trono papale o al suo contatto; è però sempre la stessa.
Come è noto, l’aristocrazia nera, dopo il XX Settembre, avversò accanitamente i bianchi e chiuse loro le porte dei salotti. Non era difficile il caso che due famiglie, che si trovavano in ottimi rapporti, divise soltanto dalle idee politiche, si frequentassero… fino a mezzogiorno, al déjeuner, e poi si dichiarassero completamente estranee l’una all’altra per tutto il resto della giornata.
Due o tre case di antica nobiltà romana giunsero a serrare, nel 1870, le finestre dei loro palazzi, per non più riaprirle. I neri sprezzavano poi la nobiltà buzzurra; la Corte di Savoia fu un gran centro di riconciliazione. Ma la prima volta che si vide un ufficiale italiano in un salotto clericale si gridò allo scandalo.
Quando, a poco a poco, i neri si furono adattati al nuovo ordine di cose, i primi incontri delle due fazioni avvennero presso i diplomatici e il marchese De Moulins si adoperò, con ogni mezzo, a favorire queste riconciliazioni. Allora talune signore ripresero, anche d’inverno, la passeggiata al Corso, che prima facevano soltanto quando la Corte era fuori di Roma; alcuni nobili clericali si fecero vedere nella società bianca; altri varcarono il Rubicone e giunsero fino al Quirinale!
Più tardi però una lenta e continua trasformazione si andò operando; alcuni giovani patrizi, colti, studiosi, di spirito elevato e veramente superiore, si interessarono di politica, di questioni economiche, di viaggi, di letteratura.
Comunque, è certo che questa società non rassomiglia, né punto, né poco, a quella delle altre città d’Italia o d’Europa; la vita dei salotti è qui assai differente da quella di Parigi, ove esiste una scienza delicata di rapporti sociali, un’arte della buona compagnia. Le signore, salvo talune eccezioni, si sono mantenute un po’all’antica; mostrano spirito mediocre, gusto limitato, cultura inferiore, (parlano francese, ma non sempre… correttamente), fanno all’amore macchinalmente ed hanno avventure stereotipate, decalcate sullo stampo delle loro madri, delle loro ave…
In mezzo a questo ambiente strano, unico, ci fa rivivere Fausto Salvatori, con le sue Storie di parte nera e storie di parte bianca, piccoli poemetti in prosa, ove si cantano soavi idillii d’amore, si narrano strane avventure di matrimoni disgraziati, aneddoti gustosissimi e talvolta di sapore boccaccevole.
E tutto ciò è veramente vita vissuta, per quanto gli episodi siano espressi sotto il velame de/li versi strani. Ma un velame trasparente, una trama sottilissima, che permette di vedere…. al di là. Non ci sembra difficile, per esempio, stabilire l’identità di don Pietro Margani, principe di Santa Romana Chiesa; o quella di Claudio Metelli, duca d’Ostia. né occorre essere dotati di chiaroveggenza per indovinare chi siano quei due nobili signori che, appena morto il padre, fanno a pugni per il possesso di una statua famosa; quel sacerdote astuto che indica a una principessa il mezzo di riscaldare un po’il freddo e riservatissimo consorte; gli eroi di quello strano dramma passionale, che si svolge in un palazzo principesco alla vigilia di un matrimonio!
Molti, se non tutti, comprenderanno chi sia il simpatico principe romano affetto da vivo amore idilliaco per una bella signora ebrea; chi il nobile signore, cui tocca, insieme con la consorte, una strana avventura di viaggio in automobile; chi il protagonista del piccante episodio che si svolge alla trattoria della Rosetta…
L’ironia e, non di rado, il sarcasmo sono in questo libro così sobriamente distribuiti, che – oso dire – non possono offendere nessuno; le indiscrezioni, le piccole malignità, le stesse immagini licenziose sono espresse senza urtare il o morale. Invogliano, anzi, il lettore di conoscere dell’altro, dell’altro ancora… Ed io credo che il volume geniale del Salvatori, edito dal Treves in elegante veste tipografica, avrà un grande successo di curiosità, soprattutto presso il gentil sesso. Non dice forse il proverbio: Curiosità sei femmina?