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 1915  gennaio 03 Domenica calendario

L’ultimo libro di Alfredo Panzini

Per le vie bianche di Atene, luminoso centro dell’Ellade «giovinezza del mondo», Alfredo Panzini ha veramente incontrato Socrate, il buon Sileno, l’ha seguito nel suo diurno errare, l’ha ascoltato nei piani discorsi coi suoi cari cittadini, e via via l’ha accompagnato fino all’ultima ora, nella prigione delle parole eterne. Brutto e mal vestito, in una meravigliosa città di gente tutta bella (bellissimi erano i suoi pensieri, che però fuori non si vedevano), oggetto più spesso di allegra meraviglia passava tra gli uomini festosi e leggieri, che appena lo udivano, e lo lasciavano alla sua poco pratica saggezza. Solamente lo seguivano i giovani, «la eterna purità della vita», che vedevano fulgere la sua bellezza attraverso lo sgraziato involucro corporale, e l’amavano di sì mirabile amore, che alle sue parole il cuore balzava loro nel petto come a’ Coribanti. Egli rivelava ad Iscomake il dovere della vita, al vecchio Assioco la bontà della morte, e ai giovani banchettanti la santità dell’amore, e a noi tutti il destino immortale. Parole antiche e nuove che sembrano fatte della sostanza stessa dell’anima, sì che non ci turba il rileggerle, dedotte dalla veneranda prosa di Platone nel libretto moderno. In cui non sempre lieto è il buon vecchio Socrate, se anche sempre sicuro della sua piccola verità così grande. La folla corre più volentieri ad apprendere l’utile saggezza di Protagora, che in fine alla sua fortunata lezione di pratica mondana ha una parola di lode benigna anche pel povero Socrate, umile, sperduto fra gli uditori. Finita la conferenza, dice il buon Sileno congratulandosi al sofista: – «Voi commerciate splendidamente al minuto nei commestibili dell’anima. – E voi, disse di rimando graziosamente Protagora, commerciate un po’ troppo all’ingrosso. Sono partite colossali. Scusate, chi volete che le comperi?... Agli uomini – bistigliò a pena, l’insigne Protagora – occorre vendere bagatelle, possibilmente piacevoli» – Così disse l’accorto Protagora, tuttora vivo anche lui, come Socrate, e sempre di lui tanto più fortunato. Sì che se tornasse il vecchio Sileno a chiedere coi suoi grandi occhi: – «Che c’è di nuovo? Gli uomini sono diventati belli e buoni? – Si attende ancora, figlio di Sofronisco. Gli uomini stan diventando meccanici...» si dovrebbe pure rispondergli. E se anche sia certo che ora la cicuta gli sarebbe risparmiata, non è perché manchino nelle nuove democrazie gli Aniti, ma perché prevale il giudizio di Meleto, l’arconte basileo, che affatto insussistente sia il pericolo socratico, essendo gli uomini ancora ben lontani dal divenire kaloikagatoi. Così, moderna, viva non è solo la poesia della morale socratica, sì anche la vicenda dell’uomo spinto dal demone interiore a parlare di Areté e di Eleuteria agli uomini affrettantisi ai loro troppo cari negozi. Triste vicenda, perché dietro Socrate c’è una figura che noi ricordavamo solo per ingiuriarla, ed era il vincolo che univa dolorosamente il Saggio alla vita: Santippe. Sia ringraziato lo spirito buono di Alfredo Panzini, che dietro la testa del Sileno ha scorto la rossa figura di Santippe. Non per ingiuriarla, ma per benedire ancora l’Ellade prodigiosa, che insieme con Elena, Aspasia, Penelope, Clitennestra, Antigone, ci ha dato anche il tipo immortale della moglie bisbetica. Povera Santippe! Lasciamo stare ch’ella fosse la tormentatrice del filosofo: dopo tutto non se ne doleva egli, che anzi se ne giovava per apprendere a sopportare le seccature fuori di casa. Ma alla moglie in che cosa giovava il marito? Ell’era la vita, povera, dura, aspra ma irriducibile, davanti all’ideale raggiante, proteso all’eternità, dimentico del presente: di fronte al marito che va, lacero, quasi ridicolo, per la città bella, tra i giovani amici eleganti come cinedi, a dir sue vane parole ai cittadini incuranti, immemore della casa povera e dei figliuoli, ella non può che essere così, rauca e proterva, Santippe. Essa è la vita quotidiana che non vede l’eterno, ma sa l’oggi e il più vicino domani: così la moglie prevede l’ultima sciagura, e quando giunge, ne soffre come colei che pur conosce il suo uomo: «Reo di che? Disoccupato, scioperato, mentecato, ma reo di che?... Ha rubato? ha ammazzato? No! Diceva delle cose senza capo né coda perché aveva come una fissazione...». Tanto è lontana dal respirare di sollievo alla morte del marito: e gli scolari, la mattina ultima, entrando nella prigione trovarono Santippe che già v’era. Pure il filosofo la fa allontanare a forza dai giovani, e noi comprendiamo l’atto di Socrate, che egli doveva parlare grandi parole sull’anima immortale, e i pianti femminei l’avrebbero disturbato, o anche egli era già per dono di Dionisio oltre la vita, lontano dalle cose del mondo; ma quella povera Santippe che se ne va, cacciata col bimbetto, a piangere in qualche corridoio della prigione, è davvero una assai calunniata figura. Veramente, se dopo il trapasso il buon Socrate ripensò alla vita terrena, come in questa guardava all’altra, egli deve essere tornato, la notte, a consolare col soffio d’un bacio la deserta Santippe, come si legge nel libretto di Alfredo Panzini.
«Tra l’antico e il moderno» l’ha detto l’autore; ma io non so quale parte sia l’antica e quale la nuova, perché quella Atene è cosi moderna con la sua leggerezza e la sua libertà e coi danni che si portan seco quei doni divini, che non ci pare d’essere tornati addietro per ventiquattro secoli, ma piuttosto che il tempo, prodigiosamente, non sia trascorso. Né potete pensare che il nuovo sia nelle riflessioni dell’autore, in quello che egli appone come in margine della vecchia storia. Egli parla, sì, della vita moderna, delle nostre meravigliose invenzioni e dei nostri guai, della sovranità popolare e delle donne scrittrici, ma è strano come tutte queste cose si convengano con Atene e con Socrate, sì che 1’autore può dire, con lo stesso animo e nello stesso tono, dei Greci d’allora e di noi uomini del ventesimo secolo. Sempre così. Dopo la morte del marito, Santippe va per soccorso ed Eritreo, professore del Lyceum, che abita in una bella casa, provveduta a spese dello Stato, «faccia ossuta, glabra, color limone, sorriso acido, volontà di macigno, erudizione spaventosa, ma senza demone». Ed è naturale che egli, sollevandosi dai libri, chieda, come un grave e noiato signore della scienza universitaria o dell’alta burocrazia: «Lei è?» – Eritreo è il filosofo ufficiale, positivista, che dice ingenuità grande vivere la propria filosofia, perché la filosofia si professa, non si vive. E i discepoli fidi, nascosti dietro i codici, fanno eco, rispettosamente al maestro.
Del resto in questa scrittura tutta moderna, sensibilissima, trovate di tanto in tanto una veneranda parola arcaica, e non vi urta, vi piace anzi, senza che ne sappiate il perché. O lo sapete: perché questa prosa, lavorata con arte tanto sottile, è quella che può rendere ogni vibrazione dell’animo dello scrittore, il quale sente cantare in cuore nei modi più nuovi una sua musica interiore fatta anche di note antiche. Nel rotto discorso dei moderni la grave e riposata parola arcaica si colloca armoniosamente, e l’uno e l’altra si uniscono con grazia decorosa, come l’antica vita e la nuova nello spirito del poeta. «Ora Santippe all’angolo del dikasterio, faceva insieme coi figliuoli gran corrotto, e tutti quei suoi cappellacci rossi e quelle sue strida mettevano paura anche ai signori giurati.» Poeta, un po’schivo e come timido, che mette innanzi le sue impressioni modestamente, quasi nude, appena vibranti dell’intima, nascosta commozione.
La nota del sentimento pare rattenuta, fin che deve pur uscire, ma è ancora come smorzata, tanto più a lungo risonante. Così, dopo la figurazione di alcune moderne Santippe, più degne del nome che non l’antica: «Da ciò avviene che qualche volta uomo e donna si dividano senza voltarsi indietro; ma ciò avviene più di rado del necessario, perché la sagace natura ha provveduto in modo che le voci dei bimbi che dicono: – Babbo, mamma, perché ci abbandonate? – abbiano tali vibrazioni che il cuore umano difficilmente vi regge». E altrove, poi che Socrate in casa di Callia, e con Apollodoro sulla riva del mare, ha consumato la notte sino all’alba a parlare dell’amore, finalmente tratto a forza da Santippe alla misera abitazione, entrando «un visetto, un po’camuso anche lui, si levò dagli stracci della sua cuna, due occhietti luccicarono, due manine batterono a palma a palma: File Pappos, papà mio!» E vi pensate che veramente Socrate ebbe un torto, quello di sposarsi. Ma non può essere questa la morale del libro. Ché se Socrate non avesse sposato, non avremmo Santippe, e senza di lei non sarebbe completa l’Ellade meravigliosa, e anche Socrate apparirebbe meno intiero nella sua significazione. Tormentato da una moglie disgraziata, che non aveva torto di lagnarsi del marito, egli realizza ancora nella contradizione l’eterna verità della vita.