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 1915  gennaio 10 Domenica calendario

L’Adriatico

Se Ippolito Taine potesse leggere il volume edito dai Fratelli Treves e intitolato L’Adriatico, fremerebbe di gioia e di orgoglio: mai la sua teoria dell’influenza dell’ambiente fisico sui fenomeni della vita morale ha avuto, credo, una applicazione più rigorosa e più scientifica di quella che un anonimo autore ne ha fatta alla storia politica dell’Adriatico.
L’autore, ho detto, è anonimo, e si nasconde sotto tre stelle: una nota misteriosa dell’editore avverte che l’opera gli giunse manoscritta da un dalmata, di cui non può fare il nome, prima che scoppiasse la guerra.
Da allora, l’autore chiamato sotto le armi, è andato a combattere chi sa dove, e non ha più dato segno di sé. E vivo? è morto?... Non si sa. Egli era, quando scrisse, giovane e sconosciuto: e tale speriamo che sia ancora, ma che la fortuna lo assista e lo riveli a noi. Il suo nome meriterebbe di essere conosciuto: perché spogliato da qualunque suggestivo fascino di mistero romanzesco l’opera sua è magnifica per dottrina, per rigore di argomentazione, per limpidità di forma, per severa e gagliarda austerità di pensiero. A stento si crede che sia l’opera di un giovane, tanta e tale è la maturità della mente che l’ha pensata: e acuta e assennata e agevole è la sostanza della dissertazione.
L’Adriatico è un libro che ha un’ossatura logica, perfetta: è un ragionamento di quattrocento pagine che fila diritto dalla prima all’ultima, fondato tutto su una tesi di geografia. Questa: che la pianura padana – lo dolce piano – che da Vercelli a Marcabò declina – e il mare Adriatico e la opposta riva stretta e sottile, con le sue innumerevoli isole dalmate fino a Vallona all’incirca, costituiscono un solo corpo geograficamente parlando, un tutto inscindibile – una immensa depressione del suolo, in parte invaso dal mare, fra le Alpi, gli Appennini e i primi blocchi montani dei Balcani...
(Qui segue un’ampia analisi del libro nelle sue varie parti; non possiamo riferire che la conclusione dell’articolo:)
L’autore dello studio esaurientissimo sull’Adriatico, analizza acutamente la storia e la psicologia di tutti i popoli che abitano il bacino dell’Adriatico dalla Lombardia alla Puglia, dalla Venezia all’Istria, alla Dalmazia, al Montenegro, all’Albania. E per necessità di raffronti analizza pure minutamente la storia dei popoli balcanici, nelle sue grandi linee, e specialmente riguardo alle diverse famiglie etniche cui appartengono.
Il risultato di questi esami e dei raffronti relativi conferma pienamente la tesi geografica che sorregge tutto il lavoro, e conduce attraverso l’analisi delle vicende più recenti della storia – da Campoformio a Lissa – e dal 1866 alle guerre balcaniche – a considerare il problema arduo e complesso dell’Adriatico nella politica – che forma la terza ed ultima parte dell’opera. Questa parte è naturalmente polemica, e contiene l’affermazione trionfale della italianità incontestabile dell’Adriatico, come di un golfo italiano. Da questo principio l’autore trae molte conseguenze che potrebbero anche diventare pratiche: ma le svolge con tanta sobrietà, tanta serietà e tanto buon senso che l’affermazione di tutti i diritti storici, etnici, geografici, politici dell’Italia sull’Adriatico assume il tono altissimo di un solenne canto epico. Eppure non un volo rettorico, non una frase enfatica, non un’invettiva: ma solo la logica ferrea di una argomentazione formidabile e la pacata ma secura forza persuasiva di una fede superba.
Questo libro di storia e di politica geografica è un libro di fede: ma della fede di un uomo che sa, che ragiona, che pensa, che vuole: e che affrontando in pagine bellissime la questione dell’urto fra l’italianità, il germanesimo e lo slavismo nell’Adriatico sa trattarlo con equanimità serenissima, dalla quale non si discosta mai, neppure parlando con mal celata amarezza dell’Austria e del buon diritto che le ha dato la sorte della guerra del ’66 a soverchiare l’Italia in Adriatico. Amarezza virile, non basso rancore, freme nell’animo e nelle pagine di questo dalmata ignoto – che forse all’Austria sta sacrificando il suo sangue mentre dà all’Italia, con un’opera insigne, il più puro palpito del suo spirito, consacrato in un documento mirabile per dottrina e per nobilissimi sensi di italianità.