L’Illustrazione Italiana, 24 gennaio 1915
Ella non rispose
Quando, or sono venticinque o trentanni, i saloni del Corriere di Napoli erano, più che una redazione di giornale, un brillante e mondano convegno di gentiluomini e di letterati, nulla era più piacevole di quelle argute conversazioni scoppiettanti di spirito. Edoardo Scarfoglio lanciava i suoi paradossi rapidi e bruschi; Emilio Capomazza di Campolattaro portava gli echi dell’ultimo pettegolezzo di salotto con la sua arte di gran signore della conversazione; Matteo Schilizzi metteva il suo pallido sorriso sul pentagramma della garbata gaiezza; Mario Giobbe regalava la primizia di una sua strofe; Roberto Bracco «diceva» con squisito sapore un articolo che poi dimenticava di scrivere, ed Adolfo Scalerà parodiava il Duca di Sandonato o Matteo Renato Imbriani.
Ma il fascino vero di quelle causeries era costituito da Matilde Serao, che, pur attraverso la sua fama gloriosa e le tolette sgargianti, – poi che tornava o da un ricevimento del quale fra breve avrebbe scritto il resoconto smagliante, o da una première al San Carlo od al Sannazaro ove aveva notato le grandi dame onde fra breve avrebbe descritto le eleganze, – non smetteva quella sua loquacità vivace intermezzata da scoppii argentini di riso squillante. La grande scrittrice, la giornalista popolare scomparivano, ed appariva a nudo, in tutta la sua simpatia, l’anima della Serao, rimasta, attraverso il successo e la mondanità, quella d’una cara passionale napoletana, tutta fremente di sentimentalità. Aveva un bel punteggiare questo sostrato con aforismi deliziosi di Sthendal (Stendhal, ndc) o di Balzac, ma M. Serao era rimasta la vibrante normalista innamorata del suo professore di storia, e la clorotica telegrafista che al ritmo della macchina Morse, scandiva il suo romanzo d’amore con lo studente dirimpettaio.
Quante notti, invero, deposta la penna colorita di gibus, Matilde Serao amava di rientrare a casa a piedi, seguita da pochi intimi, per continuare, mentre le ultime fiammelle del gas si spegnevano e l’alba spuntava, la discussione interrotta in redazione su un qualche caso sentimentale?
E che tal sia l’essenza della sua anima di donna e di scrittrice lo prova tutta la sua magnifica produzione, da «Cuore infermo» a «Castigo», da «Fantasia» ad «Addio, amore», nella quale, per quanto ricca e varia, nulla è bello come la dipintura di certe tenere anime femminili languenti d’amore. Ripensate le eroine della piccola borghesia tratteggiate dalla Serao in «Telefoni dello Stato», nel «Romanzo della fanciulla», in «Fior di passione», e vedrete che tutta la letteratura contemporanea non ha nulla di così vero, così vibrante, così bene osservato.
Leggendo quest’ ultimo romanzo della nostra grande scrittrice, «Ella non rispose», edito signorilmente dal Treves, si ritrova la Serao di trentanni or sono, senza che il tempo e la vita l’abbiano mutata radicalmente. Ancora per la Matilde Serao d’oggi, dai capelli sui quali è caduta la neve, l’amore è il più grave problema della esistenza umana; tuttora a lei nulla pare più interessante a studiarsi d’una complicazione sentimentale. Ella crede, e vi comunica la sua fiducia attraverso il magistero della propria arte, che vi siano uomini quali Paolo Ruffo, capaci d’innamorarsi d’una donna di cui non sanno che il canto, come Jauffré Rudel di Melisenda: ella ha tanta fede nell’amore quanta basti a farle ritenere possibile che Diana Sforza, per questo amante appena intravisto, possa perire di mal sottile, come le eroine dei romanzi di Feuillet o di Ohnet.
E tutto ciò, che in un altro scrittore v’indignerebbe o vi farebbe sorridere, in Matilde Serao vi commuove o vi piace perfino, tant’è la fiamma di sincerità che pervade ed anima un così logoro tessuto romantico. Questa singolare scrittrice ha ancora le idealità e la visione psicologica dei suoi vent’anni, e questa fede che la vita ed i disinganni, il tempo e la realtà non son riusciti a distruggere ha qualcosa di commovente, come il riso d’un inconscio bimbo accanto alla spoglia esanime della madre.
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Ma se il contenuto di «Ella non rispose», non è punto dissimile, per concezione, a quello di tante altre novelle della Serao o di chi vorrete, il meccanismo formale e la tecnica sono di molto mutati. In meglio od in peggio?
La risposta dipende dal modo di considerare la domanda. Lo stile dell’autrice, in tanti anni di così assiduo lavoro, s’è affinato; il diuturno esercizio della prosa giornalistica, quando non distrugge le facoltà d’uno scrittore, ne rende più agile il periodo, più ricco il vocabolario, più facili le snodature sintattiche. Quindi, Ma- tilde Serao scrive incomparabilmente meglio oggi di ieri. Perfino certe preziosità dannunziesche, onde erano esperti i suoi ultimi romanzi, – come «Suor Giovanna della Croce» e «La ballerina» – sono scomparse, se non tutte in gran parte; e la prosa di questo epistolario è presso che impeccabile.
Senonché è accaduto all’arte di questa nostra grande feconda autrice quello che avviene ad una fanciulla della borghesia improvvisamente arricchita ed affidata, come le ragazze nobili, ad un’ istitutrice inglese: questa, a furia di volerla troppo stilizzare, le fa perdere la grazia e la naturalezza che prima ne formavano il fascino.
La prosa odierna della Serao è, sì, agghindata, ma vi cerchereste invano quel calore, quella spontaneità che erano tutto l’incanto delle sue indimenticabili novelle napoletane. Ma la critica l’ha tanto annoiata, un tempo, con le sue mutrie di pedagogo che ricerca per entro un compito d’alunno solecismi e provincialismi, che ben ha fatto Matilde Serao ad immolare, purché non le facciano la lezione, tante doti di simpatica naturalezza.
Come tecnica anche un profano intende di leggieri il mirabile tour de force compiuto da Matilde Serao nel rinunziare alla sua eccellenza descrittiva e nell’intessere un racconto di quattrocento pagine costituito unicamente dalle lettere di Paolo Ruffo a Diana Sforza, che «non rispose». Ed il più notevole si è che l’uomo, così tenace ed abbondante scrittore, appare meno evidente e comprensibile della donna muta ed assente. Per cui questo romanzo ha l’originalità di offrirti una protagonista tutta nell’ ombra, della quale non sai né il profilo né un gesto né la voce, e che pure è lì viva e presente più del personaggio ingombrante che leggi di continuo.
Ed io son sicuro che Matilde Serao ha scritto per questa assente, e che a lei convergono tutte le sue simpatie d’autrice.
Senonché – lasciate alla mia piccola vanità di critico in trentaduesimo l’audacia di un’ osservazione, pur col rispetto dovuto ad una narratrice illustre – crede proprio l’autrice di «Ella non rispose» che il romanzo avrebbe perduto in venustà ed in efficacia se si fosse chiuso sull’ultima lettera di Paolo, con una sola pagina; ad esempio, la nota mondana d’un gran giornale parigino o londinese, il Figaro o il Times, annunziante la morte di lady Montagu?
O io m’inganno, o questa fine avrebbe, in sua suggestiva concisione, dato al lettore un più vivo senso di rimpianto per il grande amore di Paolo e Diana così ostacolato dal destino. Quell’ultimo capitolo, oltre interrompere l’austerità dell’epistolario, nulla aggiunge di peregrino alla favola o alla figura della bella italiana che Matilde Serao era riuscita, con così abile artificio, a disegnare innanzi agli occhi del nostro spirito, pur materiandola solo di ombre.
Ma queste sono malinconie della critica, che non per nulla è rappresentata come una vecchia brontolona; ciò che prova sicuramente «Ella non rispose» si è che Matilde Serao conserva ancora miracolosamente il suo cuore di vent’anni ed una così giovanile concezione della vita e dell’amore; e, miracolo anche più insueto, che il rude e febbrile lavoro giornalistico, che ella quotidianamente compie con tanta e costante umiltà di buona operaia della penna non è valso a spegnere le sue così cospicue e così mirabili qualità d’artista.
Rallegriamocene per la sua rappresentativa personalità di scrittrice italiana, fra le poche quotate in patria e sopratutto oltre le Alpi.
Morti il De Amicis, il Barrili e il Fogazzaro, ed immerso in così lungo silenzio il Verga, è consolante vedere ancora così vibrante per l’arte sua questa simpatica scrittrice, che, col venerando Capuana e col geniale e grande D’Annunzio, è quanto di meglio abbia espresso, in fatto di letteratura narrativa, la terza Italia.
(Dal Don Marzio).
A. Pappalardo.