L’Illustrazione Italiana, 24 gennaio 1915
Plenilunio classico
– Mamzelle Alexandre, à huit heures, n’est pas? Monsieur votre Père se fache, si vous retardez.
– Malista, malista, – ella rispose all’istitutrice, parlando in greco, un po’ per vezzo, un po’per farle dispetto; e appena il passo frettoloso e il pennacchio del cappello di Mademoiselle Sbinden furono scomparsi, gli si gettò fra le braccia disperatamente, dicendogli all’orecchio delle minuscole parole insensate, finché non ebbe più voce in gola, stretta come era dall’angoscia; più luce negli occhi, accecata come era dal languore e dalle lacrime che traboccavano dalle ciglia. Egli l’accarezzò colla calma dolcezza delle mani aristocratiche, la baciò in fronte adagio, come una cosa sacra. Al di là del fermaglio d’ambra che le serrava sulla nuca in un nodo le treccie nerissime, egli guardava per l’ultima volta il biancheggiare infinito della città divina, rotto dal profilo di un cipresso secolare, la collina sacra ammantata di oro e di porpora, isole e navi immobili in un lontano mare violaceo; tarde nuvole immobili in un lontano cielo roseo.
– Bada, Alessandra, qualcuno viene.
Ella sciolse dal suo collo il laccio delle lunghe braccia a malincuore. Alcuni ragazzi salivano di corsa l’erta, trascinando al guinzaglio un cagnuolo abbaiante.
Lasciarono passare il turbine di polvere, di gaie voci, di risa, e poi anch’essi ripresero il cammino verso la cima, senza dire parola. La vegetazione del piccolo monte: cipressi, ulivi, agavi, sembrava alla luce del tramonto materiata di metallo: bronzo, argento, ferro; fuso cesellato, battuto. Soltanto i pini conservavano, tra i duri aspetti degli altri alberi, una dolcezza vegetale e morbida nei ciuffi pieni di brividi e di sussurri ad ogni battito di vento. I particolari delle cose minime all’intorno erano disegnati e visibili, mentre sotto il cielo immenso tutte le cose lontane si fondevano in una tonalità di colori incerti e di contorni evanescenti. Era un alterno emergere di lunghe zone di alberi grigi o verdi e di nebbie, uno scintillare di acque e di vetrate; il mare, dietro l’Acropoli che si intagliava col colonnato superstite contro lo specchio delle acque, era tutto sanguigno. Le nuvole creavano una catena di monti fantastici dietro i monti reali dell’Acropoli, di Trezene, della Megaride, di Corinto. L’Inietto, più brullo, più pallido e più dolce degli altri, pareva già invaso dal chiarore lunare. La città non si incoronava, quel giorno, secondo il verso aristofanesco, di violette primaverili, ma appena di foglie morte, di nubi smorte, e di stormi erranti, di allodole moriture. La sua bellezza verginale e candida come la sua origine e il suo nome, languiva pallida e chiara di minuto in minuto.
Si tenevano per mano, ridicolmente, come in una copertina di romanzo inglese; Alessandra sfrondava i cespugli ai lati della viottola colla racchetta da tennis:
– Parti proprio questa sera?
– Sì, col piroscafo del Lloyd. A mezzanotte, dal Pireo.
– Tornerai? Chi sa quando!
– Certo, ritornerò: io ho passato qui le più indimenticabili settimane della mia vita, sopratutto...
– Sopratutto?...
– Per te. Non so separare il fascino della città dal ricordo di te. Devo rimpatriare, perché il mio libro è finito. Parlare coll’editore, correggere le bozze.
– Mi dimenticherai! Parti, riprendi la vita errante, muti cielo ed amore...
– Amore no !
– Vai in Italia, la tua vecchia vita ti afferrerà colle abitudini, con le speranze, coi sogni. Io rimango, e davanti agli occhi ho già lo spettro grigio della mia vita di prima, rallegrata dagli abiti che vengono da Parigi, dai dolci turchi e dalle partite a tennis. In casa io non vivo che tra immagini di pietra cieche e sorde. Tutto questo mondo mi è estraneo, quasi ostile. La bellezza della Grecia e di questa città, coi suoi popoli e i suoi Dei morti e per sempre sepolti è lontana, lontana dal mio spirito che ha ricevuto un’educazione sterile e fluttuante come le mie istitutrici. Io non so più in che cosa credere, e in che cosa sperare. Se la vita mi trasmuta in una continua angoscia...
– Cosa farai?
– Non so. Perché non mi porti in Italia con te?
– Bambina!
– Mi pare di non aver più una ragione di vivere.
– Perché, Alessandra? Non vi è tramonto che non sia seguito da un’alba. Bisogna avere abbastanza fede per passare la notte attendendola.
– E se l’alba è così lontana che non si può nemmeno sperare di veder la luce?
– Come la vergine saggia della parabola, accendere una lampada ed aspettare.
Fra una voce e l’altra si sentiva cigolare la ghiaia sotto i passi lenti; ad ogni svolta l’orizzonte si allargava e la chiesetta di Hagios Georgios posta sulla cima, candida e raccolta come una piccola moschea appariva più prossima. Quando vi giunsero il sole era completamente tramontato, una ventata fredda e violacea correva la pianura, tutta la pianura attica, tutto il mare da Salamina ad Egina, tutti gli uliveti da Colono all’Elisso. Il settembre tardo conduceva sulla città, e muoveva secondo il ritmo di un amplissimo coro, ghirlande di brume purpuree come pampini; la città appariva piatta, schiacciata, tutta terrazze e terrazzette, senza campanili e senza torri: due gazometri alla destra del Thesejon, rossigni e ferruginosi parevano apparecchi di macchine guerresche; un accampamento di soldati accendeva fuochi e squilli ai piedi della collina di Pnyx.
– Atene non è men bella di Roma, ugualmente sacra !
– Ma meno solenne, intaccata come è e corrotta da una certa lussuria levantina.
– Ed è assai più difficile amarla e capirla. Io vivo qui da sei anni oramai, e il mio sangue è forse più greco che italiano, e pure qualcosa di lei mi resta ignoto e mi sfugge.
Il custode della chiesetta di Hagios Georgios andava accendendo nella minuscola navata i ceri e le lampade innanzi alle iconi bizantine. L’odore molle della cera rigocciolante, dell’olio purissimo e dell’incenso usciva dalla piccola porta della chiesa, quando il vento taceva, e profumava il sagrato.
Sedettero sul muricciuolo ancora tepido di sole; la città avventava rumori confusi e folate calde.
– Qualcuno sale, – disse Alessandra.
– Ancora ?
– Sì; il Baedeker consiglia di salire il Licabetto all’ora del tramonto, e tutti gli stranieri seguono pedestremente i dettami del libro rosso.
Si avvicinava un gracidare disarmonico di parole tedesche e il raspare pesante di otto scarpe ferrate. Alessandra riconobbe nella penombra la piccola compagnia che saliva:
– Sono gli Holtze: se mi acciuffano, non mi lasciano più !
– Chi sono?
– Gli Holtze. Una curiosa famiglia di droghieri di Annover, che fa il giro classico della Grecia coi quattrini dello zucchero, del tamarindo e del caffè. Hanno una simpatia ostinata per mio padre e per me. Li abbiamo conosciuti ad un ricevimento dell’Ambasciata tedesca.
I quattro spuntarono uno dietro l’altro sul sagrato, e colla caparbietà invadente propria della loro razza, si affrettarono ad occupare l’unica panchina offèrta alla stanchezza dei viaggiatori. Portavano tutti e quattro dei piccoli zucchetti conici acquistati con un ribasso assai forte in una volta sola. Il padre vestiva una vajanetta professorale nerazzurra; teneva una borsetta d’incerato a tracolla col distintivo di non so che verein all’occhiello. La madre conteneva a fatica in un abito ritinto l’opulenza di un corpo da Gambrinus. Il figliolo, in costume di alpinista, ostentava una barbetta rossiccia ed una pipa di radica. La figliuola, tonda, grassa come la madre, era sopratutto preoccupata di un panierino misterioso che teneva sotto il braccio.
Chiamarono il sagrestano, e si fecero portare del vino.
– Krassì, krassì.
E solo quando ebbero consumato le provviste unticcie e bevuto il vino, ripresero a lodare ad alta voce, colla povertà del loro spirito e del loro vocabolario, la visione della città che avrebbero dovuto adorare in silenzio. Il giovanotto nominava ad una ad una le cime, la signorina si sforzava, malgrado il buio, a notare su un libriccino le spese della giornata.
L’ombra pareva volesse soffocarli, montava a fiotti coll’ informe vocìo della città che si addormentava. Gli stridori dei trams laminavano crudelmente il silenzio che si stendeva man mano, ampio come una marea.
– E ora di scendere. Devo tornare all’Hòtel per i bagagli.
– Di già?
– Sì; sono le sette e mezzo.
– Baciami ancora !
Egli la strinse adagio, la baciò in fronte fra le ammirabili sopracciglia curvate secondo la linea di un’ala e gli parve di baciare in lei lo spirito eterno della città.
Cominciarono a scendere, lentamente, perché la strada era oscurissima. La battaglia fra le luci del giorno e la notte invadente era consumata; appena un rotto bagliore sopra Trezene segnava una croce luminosa ad indicare ove il sole era stato sepolto. Il faro del Pireo brillava entro un’aureola di opale, ed intorno ad esso andavano accendendosi i lumi della città mercantesca fondendosi con quelli del Falero, città di danze, di eleganza e di ozi. Entrambe si attaccavano ad Atene che si ampliava di minuto in minuto, abbracciava più terra e più tempo, occupava di sè sola tutto l’orizzonte. Espero, emergendo da una zona di nebbie violette, brillò sopra
Stadio, scoperchiato e calcinato come una immensa necropoli. Due o tre cipressi dei Giardini Reali si disegnavano netti contro le facciate lattee delle case nella via di Kefissia, tutte illuminate.
Incontrarono presso la «Via di Esculapio» un omiciattolo che offriva semi salati, nocciole e mandorle toste, «i passatempo», come si chiamano anche là con vocabolo italiano.
– Comperamene un soldo, – disse Alessandra, in un tono di voce nuovo. Ella sfoggiò un seguito di risate e di motti gai, come altrettante collane, rise di tutto e di tutti, si stordì, fece tacere tra i frastuoni della via e il suono della propria voce il triste grido di disperazione che veniva di lontano e che si approssimava, rombando come un treno nella notte.
Egli si accorse del mutamento e le chiese con voce accorata:
– Cos’ hai ?
– Niente. Il plenilunio mi invade come una pazzia e gli Holtze mi hanno messa di buon umore.
Egli stupì della sua mutevolezza, e ne fu più triste che felice. Ella voleva dirgli: «Non vedi che mi spezzo per te? Non capisci che il mio cuore spasima? Sono come una danzatrice che ho visto a Corfù: stava per stramazzare, colpita d’apoplessia, e pure seguitava a danzare, a danzare, nel vortice dei suoni, dei canti e degli incensi. Se stramazzo morta, non lasciarmi in istrada». Disse invece indifferentemente:
– Non sapevo che la Marta Loubier giocasse così bene; oggi ha vinto due games, ma aveva dalla sua Giorgio Varini e la mia cecità.
Egli voleva dirle: «Perché parliamo di queste cose inutili e lontane?» Disse invece:
– Ha un Servicemagnifico: si vede che è stata in Inghilterra.
Alessandra continuava a parlare; un impreciso ronzìo le impediva di ascoltare le proprie parole. Parlava come un automa, senza ben raccogliere né il suono né il significato; rammentò pettegolezzi tanto vecchi oramai da essere stinti e vani; nominò persone indifferenti ed innocue; parlò senza accento di commozione di Kefissia, dove pure si erano conosciuti: ed egli le rispondeva con una voce calma, velata di molto rimpianto ed anche da qualche tristezza. Giunsero alla porta di casa; egli stava per dirle: «Tornerò,tornerò, ti scriverò», ma ella tagliò corto ed il mento le tremava un poco:
– Addio! E inutile che tu mi scriva ad Atene: io sarò lontana. Non voglio che tu mi veda piangere.
Rimasto solo, per la «Via dello Stadio», egli scese fino alla Maison Dorée, dove la gaia ed elegante società ateniese seduta ai tavolini di marmo, sorbiva il gelato o masticava il locum di Sira, chiacchierando dolcemente e numerando colle dita oziose i grani dei rosari di madreperla e d’ambra. Egli sorrise melanconicamente al pensiero di averla fatta piangere, e crollò il capo, colla crudeltà inconsapevole che è la forza della gioventù. Passava un reggimento, reduce dalla guerra balcanica: strascicava sul selciato rovente un urlo di fame di ferocia e di vittoria; bandiere come ali peste, uniformi stracciate, scarpe polverose e rotte, braccia fasciate, fronti bendate, squilli di tromba laceranti.
*
Il padre di Alessandra era professore soltanto nel concetto del volgo, nei suoi sogni più paurosi e nei momenti di cattivo umore: in realtà, era un banchiere divenuto archeologo per passione come avrebbe potuto diventare pittore, o musicista. Dopo aver lavorato per anni colle cifre nelle banche ed alla borsa, dopo aver fatto e disfatto fortune, assunte imprese volta a volta teatrali, minerarie, ferroviarie, coll’unica mira del guadagno, in un lavoro ostinato, improbo e tenace, aveva accumulato una grande fortuna ed era divenuto archeologo colla stessa caparbietà e colla stessa fede. Aveva pensato così di nobilitare il proprio denaro sull’esempio di un altro barbaro: lo Schliemann. Aveva chiesto al Governo italiano il permesso di disseppellire le rovine di Ercolano. Le Commissioni apposite nominate dalla Minerva si erano levate ringhiose contro di lui. I professori ornati {bollati, diceva lui) di un titolo accademico, sulle prime lo avevano deriso; poi, davanti ai suoi progetti chiari e precisi come bilanci, nutriti di date e di cifre e non di fronzoli letterari e di retoriche, animati dalla sua genialità moderna e calcolatrice, si erano opposti al progetto grandioso. Allora egli si era recato in Grecia, si era accampato nell’isola di Itaca, fra i pastori, i gabbiani, le capre e le aquile, deciso a ritrovare il palazzo di Odisseo. Aveva continuato le ricerche del 1900 di William Geli; frugato vigne, scavato campagne, saggiato terre e roccie. La sua tenacia per poco non gli costò la vita: nel disseppellire il frontone di un tempio a Stauròs (tempio che venne poi completamente messo in luce nel 1904) aveva avute le gambe sotterrate da una frana: era rimasto otto ore stretto come in una tagliuola. Liberato a gran fatica, colle gambe sfracellate, era stato trasportato a Corfù e nella beatissima isola degli ulivi aveva trascorso due mesi fra la vita e la morte; nei sei mesi di convalescenza si era innamorato della figlia di un vasaio e l’aveva sposata; perché era bellissima, perché portava il nome della reginetta dei Feaci, e perché era analfabeta. Ma Nausicaa era morta dando alla luce Alessandra; e il professore aveva ripreso la sua randagia vita, scavando, dissotterrando, frugando. Storpio e claudicante come Efesto, portato a spalla o a dorso di mulo, sempre poggiato alle gruccie era stato a Micene, a Tirinto, a Delfo, ad Efeso, a Pergamo, a Troja.
Uscita Alessandra di collegio, si era stabilito in Atene, irato contro tutti e contro tutto, burbero, ma bonario; grande cuore e grande mente chiusi in uno sdegno un po’stoico; nemico di ogni accademia, di ogni scuola, di ogni legge, sordo ed ostile ad ogni voce che non fosse quella di Omero, di Sofocle, di Euripide, di Senofonte e di Platone.
Stava leggendo il terzo mimo di Eroda:
«Il maestro di scuola», quando sentì la voce di Alessandra scherzosamente contraffatta:
E permesso, signor professore?
Nessuno rispondeva: ella alzò di botto la
portiera, ed entrò. Il volto del professore era corrugato ed arcigno; la sua ampia fronte era segnata di rughe profonde. Egli alzò lo sguardo già rasserenato in volto alia figliuola e, masticando pianamente tutte le sillabe, disse:
Alla signora professoressa devo dire che quando si hanno per amici dei seccatori, quando si ricevono in casa e si invitano aprendere il thè certi bestioni d’ambo i sessi piovuti ad Atene per dirozzare una barbarie secolare, quando si hanno per amici dei droghieri di Annover, si sopportano come un castigo di Dio, ma non si infliggono al proprio genitore !
– Sono stati qui gli Holtze?
– Sì; sono venuti a chiedere di te, e di me naturalmente, der Peste Cicero, ecc., per andare questa sera:
– Dove?
– All’Acropoli. E notte di plenilunio; hanno ottenuto il permesso aX Ipnrgeia fes Paidias. E Io spettacolo sarebbe degno e riescirebbe più eroico che romantico senza codesta fioritura di gonnelle e di chiacchiere che farà rannuvolare la luna.
– E così?... Andiamo?
– Per forza. Andremo; non voglio lasciarti con loro, da sola: la gente ti potrebbe scambiare per una tedesca. E questo non mi onora.
– Non c’è pericolo. Basta guardarmi in volto.
Ma il professore non la guardò, altrimenti avrebbe capito tutta la sua disperazione, avrebbe rilevato una smorfia dolorosa che le piegava le labbra e le incideva la fronte fra ciglio e ciglio.
– La notte deve essere meravigliosamente serena. – Ella riprese. – Dall’Acropoli si scorgono le navi che salpano dal Pireo?
– Chi parte?
Volse il capo per non tradirsi, levò le braccia per togliersi il cappello, e tenendo fra i denti uno spillo, disse:
– Rammenti quel giovanotto italiano che conoscemmo a Kefissia? Preparava un libro sulla «Grecia senza gli dei».
– Era un seccatore intelligente. Anche più pericoloso degli altri. Faceva la corte a te per arrivare a me, ovvero a me per arrivare a te?
Il tono scherzoso l’offendeva:
– Non so!
– Ora parte? Uno di meno.
– Questa sera dal Pireo, col Llovd.
– Vedremo il piroscafo salpare. E un po’ poco, ma per consolare una ragazza dovrebbe bastare.
Le sembrò di ricevere uno schiaffo in pieno volto e che le torcessero il cuore a due mani come un cencio lavato per spremerne il sangue a goccia a goccia. Con voce e con volto di agonizzante, disse:
– Credi ?
– Sì.
Con un motto solo egli disse la propria condanna, brutalmente: se l’avesse fissata in volto, se l’avesse vista pallida ed ammutolita, le labbra serrate, le mani alle tempia, avrebbe indovinato il suo disegno di disperazione, ed invece riprese la lettura del terzo Mimo di Eroda, «Il maestro di scuola».
Ella andò ad acconciarsi per il pranzo.
Fu un pranzo triste, quasi lugubre. Mademoiselle Sbinden si assunse il compito ingrato di rallegrare la conversazione. Cominciò a raccontare dei pettegolezzi amenissimi di un architetto italiano, che si innamorava di tutte le donne e scriveva d’arte con un vocabolario più dannunziano della prosa del D’Annunzio.
Est-il vraiment italioti ?
Otti, da Faubourg des Ortolani, – rispose il professore.
Anche Alessandra sorrise. Dopo le parve che un velo nero e spesso si andasse avvolgendo davanti ai suoi occhi. Come ebbe deciso di uccidersi, si ritrovò leggera e rischiarata, persino lieta e sopratutto calma e incosciente, quasi avesse fumato dell’oppio.
Si ritrovò nella propria camera in atto di abbigliarsi per uscire, senza saperlo. Il mondo le sembrava già lontano e perduto per sempre. La camera ingombra di calchi di statue greche, era un poco mortuaria. Ai lati del letto aveva due stele funebri del Ceramico, due figurazioni di morte dolci come un tramonto autunnale, melanconiche, ma non disperate; una donna nell’atto di andar verso l’al di là, con una mano levata, quasi a battere la porta dell’eternità e l’altra reggente un’idria; un uomo appoggiato ad un bastone ed accompagnato da un cagnolino. In faccia al letto, la «Vittoria che si slaccia un sandalo» del Museo dell’Acropoli.
Quale stato nella vita può essere più desiderabile di un sonno senza sogni ? Il suicidio le appariva colla fatalità’di una cosa necessaria: il gran buio che si era fatto intorno alla sua anima forse con quel gesto estremo si sarebbe dissipato. Preferiva non vivere oltre, piuttosto che trascinare la vita senza uno scopo. Ella non discuteva più; non pensava più: ossia s’indugiava sulle minuscole preoccupazioni della vita perché l’ultimo ge- j sto oramai le appariva ineluttabile, messo come una pietra rozzamente sbloccata in mezzo al suo cammino. Compiva i gesti di tutti i giorni a quell’ora, senza rendersene conto. Sentiva il cuore frantumato da una macina ed intanto lasciava cadere una dietro l’altra le sottovesti, slacciava il corsetto, scioglieva le treccie. Sentiva un battito sordo alle tempie ed intanto traeva con occhio esperto gli abiti serali dal guardaroba; non le veniva alle labbra che un nome quasiché tutta la vita convergesse lì; pure chiamò la cameriera perché le riannodasse le treccie meravigliose che col giuoco e col pianto si erano un po’ rilassate e scomposte.
– Lisabèta, Lisabèta.
Indossò l’accappatoio candido, sedette davanti allo specchio. La Lisabèta era una giovane di vent’anni, nativa di Corinto, matura e dolce come le uve della sua terra; non faceva che cantarellare. Ora le intrecciava i capelli.
– Bada, Lisabèta, mi fai male !
– Signorina, tutti i nodi vengono al pettine, tutte le acque ai ponti e tutti i dolori al cuore.
– Bada, è caduta una forcina. Dove dicono questo proverbio?
– E una canzone di Examilia che dice:
Madre, madre, egli è partito, e la rondine...
– Basta, non stringere più; ora le puoi annodare.
La fiamma della lucerna a petrolio oscillava per il vento di una finestra lontana; un brivido d’ombra animava di un brivido di vita le figure immobili dei calchi. I suoi occhi si posarono sulla «Vittoria». Leali sembravano fremere penna a penna pur essendo concave e liscie come una valva di conchiglia.
– Questa sera, – pensò, – un’altra vittoria si allaccerà i sandali per volare.
Riflesso dallo specchio vide il proprio volto stranamente brillante ed incisivo, bellissimo malgrado l’ombra calata sugli occhi come una visiera. Disse a sè stessa:
– La «Vittoria del Museo dell’Acropoli» (N. 973) non ha volto, come le sue sorelle di Samotracia e d’Olimpia. Non ne avrò più neppure io.
La fantesca, rassettata la camera, era sul limitare dell’uscio. Alessandra la richiamò:
– Come dice la canzone di Examilia?
«Tutti i nodi vengono al pettine».
L’interruppe:
– Lo so, lo so. Dammi l’OdoI. Grazie. Puoi andare.
– Calinicta, Kyrta!
– Calinicta, Lisabèta.
Aprì la finestra, avventò la faccia nel buio del giardino sottostante, cantava un assiuolo entro la profumata ombra di un melograno; colse un ramoscello di basilico verde da un testo che teneva sul davanzale secondo l’uso greco.
– Chi verrà ad abitare la mia camera? Mi riporteranno qui ? Figli avrà la notizia sul mare? O appena arrivato in Italia? A Brindisi o a Venezia? Se guardasse verso l’Acropoli salpando, mi vedrebbe cadere come una stella filante.
Spense la lucerna. Nel buio ebbe la vertigine del terribile salto di duecento metri che ella era decisa di fare dalle mura di Cimone sulle rovine del Teatro di Dioniso.
– Chi era, – si chiese, – quella poetessa che si è lanciata in mare? Saffo dalle chiome di viola.
*
– Schifosissima luna romantica, complice di amori banali e di versi imbecilli, qui sei nobilitata anche tu, sei la stessa fredda pupilla senza ciglia che contemplò l’incendio di Troja ! – declamava a voce alta il professore.
La porta Beulè di una bianchezza nivea somigliava all’ingresso della tomba di Cliten- nestra in Micene; il biancheggiare argenteo dei marmi oltre la scalinata, entro le mura di cerchia, assumeva un’inviolabilità glaciale e fatata.
– I morti, capisci Alessandra, solo i morti hanno un valore nella vita, pesano sul no-
V ILLUSTRAZIONE ITALIANA
8’
stro destino. Noi avremo un significato quando saremo al di là. Alessandra, guarda un po’ se i tuoi barbari sono arrivati.
Ella rispose meccanicamente di no, immersa come era in una sonnolenza calma ed incosciente.
Ci potrebbero scambiare per Re Lear e Cordelia; io forse non sono pazzo e certo non fui re, ma tu hai proprio la tragica aria di colei che lo difese. Perché, Alessandra? Perché?
Ebbe l’impressione di essere violentemente scossa ad un braccio e destata:
Io? – disse. – Questo silenzio mi opprime. Mi par di varcare la soglia di un cimitero.
Si sedettero un momento ad attendere, sopra un gradino del tempietto della Vittoria, Apteros. Il gioiello jonico era luminoso e sonoro come un alabastro: il sottile fregio dell’architrave inondato dalla luce lunare lasciava intravedere l’accolta dei numi sedenti: Giove e Nettuno presso Pallade Athena, Afrodite che regge nella destra il minuscolo Eros dominatore del mondo, e i minori Dei resi irriconoscibili dal tempo. Salivano dalla città dormente latrati di cani e fischi di treni, poveri rumori che subito si scioglievano, riassorbiti e consunti dal dilagare del silenzio. Dai giardini del Palazzo Reale in cui allori, palmeti e roseti e cipressi sognavano estatici immersi in un mare d’azzurro, senza
pianto e senza frescura d’acque, vaporava un profumo amaro e dolce come le lacrime.
Dalla Taverna del filosofo Socrate, ai piedi dell’Acropoli, salivano gli accordi di una nenia amorosa, triste ed un po’ chiesastica come tutte le canzoni greche; il porto del nuovo Falero nella lontananza con verdastri bagliori di gemma, il porto del Pireo lontanissimo, formava un’indecisa corona di luci; scorgere un piroscafo in partenza, come ella aveva pensato, sarebbe stato impossibile.
Gli zoccoli del cavallo di Agrippa sembravano risonare e coronarsi di scintille sul marmo grigio del piedestallo quadrangolare donde la statua del Proconsole fu da secoli avulsa. Fra il pronao dei Propilei e la Porta Beulé, il muto vano era pieno di quel galoppo, spiccato come una freccia verso la città; si aveva l’illusa visione della forma equestre sparita, che occupava ancora la notte come la statua occupa la fossa donde fu tratta. Dietro, i Propilei, ingabbiati in un’armatura di abete assumevano per contrasto colla leggerezza solida del legname, una robustezza terribile. Qualche visitatore, entrando, restava dubbioso ed incerto quasi si fosse trovato sulla soglia di un tempio, timoroso di spezzarne l’incantesimo.
Ma solo le stelle, altissime, sembravano degne di incoronare il Partenone. Bisognava conoscerlo a mente come un canto, averlo visto prima, per poterlo adorare. Il professore lo ricomponeva mentalmente coi frammenti che giacciono sulla terra per uno spazio più vasto della sua ombra, colle rapaci dilapidazioni che hanno arricchito i musei del mondo; fra colonna e colonna la sua immaginazione andava ricollocando gli uomini e i numi, le vergini e i cavalli che si sgretolano e impallidiscono lontano dal loro cielo, classificati e rinchiusi come belve, nelle melanconiche sale del Museo Britannico a Londra.
Gli Inglesi? Tutti gli inglesi dovrebbero venir cacciati dall’Acropoli come i mercanti del Tempio in memoria del brigantaggio di Lord Elgin. E tu, Alessandra, che ne dici, che sei più greca di me?
Ella non rispose colla voce, ma con un cenno; non aveva nemmeno sentito, e scorreva cogli occhi la roccia calcarea che emerge dalla terra fra i Propilei e il Partenone, una roccia rosicchiata dalle intemperie, cosparsa di una lebbra vegetale che la rende simile ad un mare in bonaccia dopo una tempesta. Si sentì chiamare più forte, mentre salivano al Partenone, da una voce straniera: erano gli Holtze.
Ecco i Barbari!
Guten A bendi Herr Professor, – disse il buon signor Holtze, che pur di fregiarsi di
un titolo accademico avrebbe ceduto la sua azienda di Prinz Regent Strasse.
il professore rispose con un grugnito.
Signorina Alessandra, – chiese il giovanotto di Annover, – quante volte è lei al Partenone stata?
– Una, due, tre... Non ricordo bene.
Egli la guardò con due occhi imbambolati e teneri, domandando al professore:
Quanto siamo alti sul livello del mare? – e notò in un libercolo il numero che il professore rispose a caso.
Poi si avviarono. Il professore poggiato alle gruccie, simile ad un frammento vivo di statua, sorretto dalla volontà rabbiosa e violenta; i coniugi Holtze ai suoi fianchi, umili ed ossequiosi, intenti a raccogliere le frasi con cui egli si scagliava contro i barbari, contro i professori, contro gli accademici, contro i filistei di tutto il mondo. Gente che misura le bellezze col compasso e col metro!
Erano giunti alle mura di Cimone: «Ecco l’Olimpiejon». Si indovinava nel basso del piano l’avanzo colossale del tempio adrianico: le quindici colonne sembravano tagliate in un solo blocco e dominavano un ampio spazio rettangolare, mentre i cipressi allineati dal lato dell’Odòs Macré davano l’idea di giganteschi sacerdoti presso un altare enorme. A piombo sotto le mura di Cimone si scorgevano i due teatri: «Il Teatro di Dioniso e l’Odeon».
Alessandra sentì un brivido correrle la nuca e si ritrasse presa dalla vertigine; voleva esser sola a compiere l’atto ed aspettava che gli altri si allontanassero, ma il giovanotto di Annover domandò:
Quanti metri d’altezza saranno?
Il professore gli rispose masticando una bestemmia napoletana. Il teatro di Dioniso in marmo bianco, squallido, interrotto nella curva armonica dalle frane e dai saccheggi, si sarebbe detto un istromento musicale lavorato in avorio e bizzarramente spezzato: i cupi voltini dell’Odeon, massiccio e brutale, sembravano trattenere l’eco eroica di una musica romana. Il giovanotto riprese l’interrogatorio;
Quanti posti sono quelli dell’Odeon? In che anno fu fondato? Quale è il diametro trasversale del teatro di Dioniso?
Il professore, furente, barcollante sulle grucce, tirò via verso il Museo dell’Acropoli, seguito da un piccolo stuolo di visitatori che lo avevano riconosciuto.
Alessandra approfittò di una pausa e di un’ombra per rimanere sola, e si trovò immersa, quasi a tradimento, nella luce lunare, candida ed azzurra, diafana ed immateriale. La chiarità calma vaporava all’intorno e sembrava un impalpabile liquido fosforescente che seguitasse a piovere dal cielo sereno ed avvolgesse i contorni delle piccole cose e delle grandi per fare le une più grandi, e le altre immense.
Ella era attaccata alla vita od alla morte soltanto per un gesto, leggero come un filo, e sentiva man mano il proprio dolore uguagliarsi in quella divina pace in cui l’armonia delle cose eterne aveva la stessa misura dell’armonia delle cose umane. Il suo dolore aveva una voce troppo debole per potersi esprimere davanti a quell’eternità muta ed enigmatica come la Sfinge. La sua tristezza era come una fiamma resa invisibile da una fiamma più vasta. Le appariva la vanità sterile ed inutile della propria disperazione. Davanti allo sforzo della vita contro la morte, davanti allo sforzo di quel popolo che sepolto da secoli, rapinato e corrotto, sporgeva ancora una mano dal sepolcro per mostrare un segno di vitalità e di bellezza, il minuscolo gesto con cui Ella voleva troncare la propria esistenza assumeva la fragilità di un vetro. Il bizzarro suicidio dall’ alto dell’Acropoli si deformava, confrontato coll’armonia semplice e musicale dell’architettura dorica, ed assumeva un aspetto grottesco come una caricatura. Ora aveva compassione di sè stessa. L’irn -lietezza superficiale, né gaia né triste della propria anima moderna allevata secondo i canoni di un’educazione anglosassone per nulla spirituale, tramontava innanzi al sorgere di un’altra anima intatta che in lei dormiva sepolta, e che usciva, liberata dalle scorie, come una statua da un involucro di ossidi e di sali marini.
Era uno di quei momenti in cui la vita si spalanca miracolosamente come la porta di un tempio. La disperazione che in lei aveva gridate le piccole imprecazioni di una delusione amorosa andava dispersa dal canto fermo del gigantesco organo di marmo pentelico candido e scintillante nel chiarore del plenilunio sereno. Un milione di uomini, ella pensava, si sarebbe potuto uccidere sotto le mura dell’Acropoli, e il tempio sarebbe rimasto impassibile e candido come la sua Dea. Nessuna scuola e nessun libro avevano mai dettato più sublimi parole, nessuna fede le aveva mostrato una più completa armonia. Comporre la vita di moralità e di bellezza, adorarla in sé stessa come una cosa divina, colle sue gioie e i suoi dolori, assumere in ogni pensiero e in ogni gesto una linea tranquilla e perfetta, atteggiarsi anche nel dolore senza rassegnazione, ma sorridendo come le figure scolpite dagli artefici anonimi nelle stele funebri del Ceramico. Ecco il nuovo vangelo. Ella lo leggeva come trasognata nella notte chiarissima; ritrovava una fratellanza spirituale fra il proprio spirito e quello che aleggia fra colonna e colonna nel Partenone. Qualche stella tramontava ai confini dell’orizzonte nella zona violacea vaporata dal mare: i cavalli del Sole e quelli di Selene negli angoli del frontone occidentale tramontavano nell’ombra; alzandosi la luna, l’ombra ingoiava le contorsioni titaniche dei giganti, dei Lapiti e dei centauri sulle metope superstiti. Quel moto di cose eterne: stelle, ombra, visioni, nuvole, era tanto più meraviglioso perché si compiva in silenzio. Le tristezze fuggivano e si sparpagliavano come foglie morte, la vita si denudava di ogni involucro materiale ed appariva lucida e scintillante come i blocchi di marmo disseminati intorno ai gradini del tempio. Alessandra accarezzò colla mano la scanalatura di una colonna, profonda come un seno, ma gelida; fece nel suo piccolo cuore il giuramento di vivere.
Il professore, seguito dai suoi accoliti, si avvicinava; poggiato alle gruccie, imbarbarito dal cappellaccio floscio, dalla barba nerissima, un po’ incolta, sembrava una caricatura tanagrense di Vulcano.
Giungevano frasi staccate:
«Quanto sarà alta una di queste colonne? «Se si sapesse la proporzione... Bisognerebbe conoscere la forinola...»
E la voce del professore tonò: «Che formole? Che formole? Trovate Fidia e Iktinos nel vostro popolo di birrai e di meccanici. Dopo ne riparleremo. Colle vostre formole a Vienna hanno costruito una miserabile contraffazione del Tesejon ed un «Parlamento in stile greco che fa accapponare la pelle». Una folata di vento portò lontano le ultime parole e riportò poco dopo il suo nome: «Alessandra, Alessandra!»
La voce si perdeva e riusciva tediosa come se qualche cosa si spezzasse. Ella si sentì richiamata alla realtà e rispose come ad un appello: «Eccomi!». Niente altro, e le semplici parole le uscirono dalla bocca colla facilità e la leggerezza di un canto; le parvero parole di resurrezione incise in bianco sullo sfondo del cielo come nella vernice di un’anfora cretese. Ella discese a passo rapido fino all’Erektejon passando fra i tamburi delle colonne abbattute; una civetta di non sacri sonni fuggì impaurita segnando qualcosa come una screpolatura nell’aria azzurra. Ebbe istintivamente paura, e poi si rallegrò, come di un buon presagio.
Eccomi ! – ripeté a suo padre; – son qui. Pareva più giovane, più sicura, sorella in verginità e in bellezza delle sei cariatidi che reggono con visibile gioia il peso dell’architrave nel porticato dell’Eretteo. La sapienza della vita doveva rispondere ad un’armonia come quella soluzione architettonica.
Scendevano tutti verso la Porta Beulé perché era quasi mezzanotte. Frau Holtze diede un guizzo ed un urlo: aveva visto qualche cosa di viscido muoversi fra le erbe rase e bruciate, ed urlò, ritraendosi:
Herr Professor ! Herr Professor: Pine Krote.
La viscida bestia orrenda e bavosa procedeva a piccoli salti sciatti di radura in radura, somigliando, al chiarore opalino della luna, una giada indiana scolpita.
Il professore sorrise gagliardamente di quel terrore femminile e disse:
Presso il Partenone non fioriscono roseti ed oleandri, e non cantano capinere ed usignuoli, ma intristiscono le erbe sterili e saltellano i rospi. Ciò, per chi sappia intendere, è significativo quanto una pagina del Fedone.