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 1915  gennaio 24 Domenica calendario

La nuova sede dell’accademia della crusca

  «Tornare di casa in un posto», secondo l’uso fiorentino che è la norma suprema della Crusca, vuol dire andarci a stare per la prima volta. Come si possa dire di «tornare» in una casa dove non s’è mai messo piede è uno dei tanti misteri imperscrutabili della lingua dell’uso, ma del resto non c’è nulla da ridire, poiché di questo modo abbiamo esempi autorevoli in molti Citati, come il Boccaccio, il Machiavelli, il Salviati, il Cecchi, il Varchi ed altri reputatissimi. Pur tuttavia, dicendo che l’Accademia della Crusca è «tornata» a stare nel Palazzo Riccardi, per l’appunto questa volta s’intende dire che vi ha già dimorato in altri tempi. Infatti vi si insediò nell’aprile del 1817, sei anni dopo che Napoleone la costituì in ufficio di Stato, e vi rimase fino al maggio del i865, ossia fino a quando, venendo la capitale a Firenze, non fu pregata di sloggiare per far posto al Ministero dell’Interno. Le fu promesso, è vero, che sarebbe stata provveduta «d’altra residenza comoda e decente», ma dopo essere stata più d’un anno sulla frasca (modo cruschevole) soltanto nel giugno del 1866 l’Accademia poté raccogliere le sue povere carabattole in un’ala del convento di San Marco, squallida, assiderata, bassa, angusta ed oscura. Quella fu da allora per quasi mezzo secolo la sua residenza «comoda e decente». Ma poteva pretendere di più? II suo modestissimo ufficio era soltanto di custodire e difendere l’integrità del nostro idioma patrio, la sua tradizione era appena tre volte secolare, i suoi componenti non erano nulla più che alcuni vecchi e mal noti pedantucoli, sul genere di Pasquale Villari, di Isidoro del Lungo, di Giovanni Tortoli, di Augusto Alfani, di Ferdinando Martini, di Alessandro d’Ancona, di Francesco d’Ovidio, di Orazio Bacci, di Guido Mazzoni, di Pio Rajna, i quali poi avevano il gran torto d’andare nell’un via un fa uno, di non dare né in tinche né in ceci (modi cruschevoli), infine di non concludere mai nulla, stampando dieci righi ogni cent’anni d’un vocabolario favoloso e inaccessibile, troppo poco per giustificare le ingentissime somme sperperate dallo Stato per il vecchio e polveroso frullone.
Poiché tali o poco dissimili sono state sempre le accuse e le ironiche lepidezze di cui è stata gratificata l’Accademia della Crusca. La quale, con austera e dignitosa nobiltà, ha sempre sdegnato di difendersi e scagionarsi. Gli accademici compilatori e residenti, quelli cioè che lavorano più direttamente all’opera veramente gigantesca del vocabolario, vi hanno sempre dedicato le loro migliori energie con un’abnegazione silenziosa e paziente, con loro sacrificio, più che con disinteresse, stillando ingegnosamente il centesimo del magrissimo sussidio governativo, spendendo con saggia parsimonia quel poco di cui dispongono e riuscendo pure a fare assai più di quanto sarebbe parso appena verosimile. Se l’opera è andata avanti con tanta lentezza, la
ragione va cercata appunto nella mancanza di mezzi puramente materiali, più ancora che nella cautela richiesta dal metodo adottato per la compilazione. Ma l’immenso lavoro compiuto dagli accademici è là, attestato eloquentemente da quello schedario preziosissimo, di oltre trecentomila schede, dove è racchiuso tutto quell’immenso materiale lessicografico raccolto nello spoglio degli autori, durante la necessaria opera di preparazione. Eppure, come dicevamo, gli accademici non hanno mai sprecato né un minuto di tempo né una parola per difendersi dall’assalto di tanti sarcasmi di maligni e d’ignari. Hanno preferito sempre di tacere e lavorare, anzi uno dei loro timori più insistenti è stato sempre quello d’aver l’aria di farsi avanti e di parere postulanti troppo pervicaci e indiscreti.
Per esempio, l’inaugurazione solenne della nuova sede a Palazzo Riccardi, avvenuta alla presenza dei ministri Grippo e Martini e dell’on. Rosadi, sottosegretario all’Istruzione, ha ispirato a molti di quei venerandi e candidi studiosi il timore che ad altri possa esser sembrato un pretesto per ispillar denari in un momento così poco opportuno. E difatti non è mancato chi l’ha detto. Eppure non c’è nulla di più infondato. Il disegno di riforme che l’Accademia ha concordato col Governo risale già ad oltre cinque anni or sono, l’aumento indispensabile del sussidio per attuarle è stato già approvato da tre ministri, segnato in bilancio, accettato dal ministro del Tesoro, annunziato e promesso al Parlamento, e con tutto ciò l’Accademia ha accettato senza proteste e col più premuroso ossequio la necessità di protrarre l’attuazione delle riforme fino a tempi migliori per tutti. E già molto che essa abbia finalmente una sede degna della sua alta e gloriosa tradizione longeva, e giova scorgere in questo già un ottimo e fausto presagio: poiché si direbbe davvero che la sorte dell’Accademia della Crusca e le sue lunghe vicende di decadenza e di lenta fortuna sieno legate, non solo alla sorte e alle vicende del nostro patrimonio linguistico e letterario, ma della stessa nostra coscienza nazionale. Sorta quasi per gioco in un tempo in cui le discipline e attività letterarie erano appunto un trastullo di pochi, tra gli stravizzi e le cicalate della stamperia Giuntina; fiorita col formarsi della nostra coscienza artistica più opulenta; soppressa dal sospettoso arbitrio del granduca Pietro Leopoldo, proprio sul finire di quel triste secolo decimottavo che fu il più ignavo e torbido periodo della nostra storia civile e morale; ravvivata dal genio fulmineo di quel Napoleone che, volere o no, ci diede anche il gusto della libertà; tenuta a vile e ignorata nel suo oscuro e tenace lavorio di preparazione durante tutto il primo cinquantennio della nostra unità; tornata in qualche considerazione in quel fatidico anno 1911 che un giorno ci apparirà di lontano l’alba d’un nuovo tempo per noi, oggi essa attende con ansia e con fiducia, in una sede già più dignitosa e adeguata per lei, che si maturi nel tragico incalzare del presente uragano bellico il destino da cui può sperare anch’essa nuovo lustro e vigore.
Frattanto la sede è veramente magnifica, non destituita d’una certa severa eleganza. Essa occupa due piani del superbo palazzo mediceo quattrocentesco. Al piano terreno un lungo corridoio adorno di statue e di quadri offerti all’Accademia dalle Gallerie fiorentine, unisce gli uffici di segreteria e le stanze della biblioteca. Alla fine del corridoio s’apre la grande sala delle adunanze collegiali, arredata con ricchezza e sobrietà di gusto. Per una scala a chiocciola si sale agli uffici superiori, alla stanza dell’arciconsolo, a varii scrittoi, allo scaffale degli incunaboli e delle edizioni principe più rare e preziose, alla stanza del preziosissimo e meraviglioso schedario, alla cabina (forse non sarà più puro stambugio o bugigattolo ?) del telefono. Anche al pian terreno, corrispondenti a quelle del piano soprastante, s’aprono varie stanze provviste di scaffali, scrivanie, tutte unite da apparecchi telefonici interni. In una di queste stanze c’è uno scaffale con le cinque impressioni del vocabolario, la prima del 1612, un tomo, la seconda del 1623, un tomo, la terza del 1691, tre tomi, la quarta del 1729, sei tomi, e finalmente quella in corso, iniziata nel 1863, dedicata a Vittorio Emanuele II, con la monumentale prefazione di Brunone Bianchi, giunta ora al decimo volume, a un fascicolo dell’undecimo, la lettera enne, e a un fascicolo di glossario, le lettere a e bi. Adesso questa parte del vocabolario, per concessione governativa, è in vendita presso lo stampatore Le Monnier a metà del suo prezzo d’origine. La lettera o sta per essere licenziata alla stampa.
I due piani sono uniti da un piccolo ascensore fatto a uso calapranzi, e vi si calano infatti, oltre i volumi di consultazione, le «portate» degli accademici, che sono appunto le porzioni di compilazione a loro affidate e che occorre sottoporre alla rigorosa discussione critica di tutti i compilatori e residenti nelle adunanze collegiali. Il catalogo e i libri dei Citati e di consultazione ordinaria, i ferri del mestiere che debbono essere più alla mano, sono tutti raccolti in una sola stanza. Il catalogo, tutto nuovo di zecca, è ordinato in maniera perfetta anche agli occhi del bibliotecario più raffinato, moderno e meticoloso. Questa stanza e quella dello schedario sono le più importanti, il sancta sanctorum della Crusca. Ivi si manipola, si vaglia, si raccoglie, si scevera, si ordina la sacra lingua del si con un metodo che non potrebbe essere né più rigoroso né più ingegnoso, metodo che è pura ed antica gloria dell’Accademia e che tutti gli stranieri imitano dal più al meno nella compilazione dei grandi vocabolari.
Un’altra parte del pianterreno è l’appartamento di lusso: v’è il salotto di ricevimento, coi ritratti dei più illustri accademici moderni, il Tommaseo, il Capponi, il Giusti, il Guasti, il Tortoli, il Lambruschini, il Bianchi, Augusto Conti, il Rigutini, e v’è infine un piccolo e graziosissimo museo tutto lustro e civettuolo, che era prima la cappella Medicea. Quivi troneggia il ritratto di San Za- nobi, il patrono dell’Accademia, e alla parete sono appesi altri ritratti e le famosissime pale con le imprese degli accademici. Torno torno sono disposte le sedie caratteristiche, fatte con una gerla da pane rovesciata, con una pala da sfornare per ispalliera, e gli armadi fatti come sacchi ricolmi e legati alla bocca. C’è anche una vetrina con un medagliere e una ricca collezione di autografi.
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Tali, in succinto, le nuove sedi di questa che Isidoro del Lungo, nel suo concitato, ardente, poderoso discorso inaugurale, ebbe bene il diritto di chiamare Accademia per la Lingua d’Italia. Nel quale, con quella concisa e sonora facondia che gli è propria, il venerando arciconsolo accennava brevemente all’opera che l’Accademia si propone:
 
«Condurre a fine, per questo terzo di via che sola rimane, lo storico Vocabolario legatoci dai nostri antecessori: dare alla nuova Italia, sanzionato dal consenso idiomatico, il lessico manuale della lingua che viva risuona, lungo le prode del doppio mare nostro, dalle sacre Alpi all’isola che prospetta le coste nostre Affricane, promuovere nelle singole regioni, che l’unità della patria ha finalmente affamigliate, dizionari dialettali disciplinati da unità di criterj, e fedelmente risponditori, col vocabolo non delle vecchie Crusche ma della lingua parlata italiana, al vocabolo del dialetto e del vernacolo; tutto questo, se Governo e Parlamento aiuteranno le invocate Riforme, l’Accademia promette all’Italia».
 
Quando dunque il lavoro della Crusca sarà materialmente agevolato con l’adibirvi un maggior numero di compilatori e con l’impiegarvi mezzi finanziari un po’ più larghi e generosi, vocabolario e glossario saranno condotti a termine molto rapidamente, poiché il materiale linguistico è già tutto raccolto e vagliato, e si potrà allora in tempo brevissimo intraprendere e terminare il vocabolorio dell’uso, di piccolo formato e di prezzo modesto, che si desidera molto e che soltanto la Crusca può essere in grado di compilare presto e bene. E intanto potrà essere sviluppata l’opera dei dizionari dialettali, a cui
Pasquale Villari diede un impulso così energico in un suo discorso assai recente.
Dell’Accademia della Crusca si possono ancora discutere e criticare alcuni criterii, che del resto i suoi componenti attuali hanno ereditato e debbono proseguire per fare del vocabolario un’opera omogenea, ma quel che è indiscutibile è la sua prodigiosa preparazione e la sua mirabile disciplina di lavoro. Quanto al fervore e alla nobiltà dei suoi intenti, ne sono un indice bastevole le magnanime parole con cui Isidoro del Lungo conchiudeva il suo discorso del 3 gennaio. Dopo aver detto che ogni sforzo deve essere rivolto ad un unico e supremo ideale, la grandezza della patria italiana, così chiudeva il suo dire:
 
«Ed è questo ideale, o Signori, che ci ha sempre accompagnati anche solamente come compilatori del Vocabolario di nostra lingua: è questo ideale che ci tien fedeli al lavoro, anche in questi giorni quando le menti e i cuori fastidirebbero, se non fosse freno il dovere, ogni altra cura che non sia di immediata e diretta partecipazione alla vita pubblica; in questi giorni, nei quali l’alba di sangue tra i cui vapori sorge il nuovo anno, auguriamo sia preparatrice al meriggio d’una civiltà meglio assicurata sul diritto delle nazioni ad essere ciascuna ciò che Dio col suggello dell’idioma in ciascuna di esse impresse, e decretò che ciascuna fosse. Al che, lavorando per la lingua, è bello e doveroso pensare, e trarne, o Signori, auspicio per l’avvenire. Pensare che questa lingua nostra, per secoli gloriosi, per secoli dolorosi, fu di nostra gente improvvida, di nostra gente dispersa, il segreto vincolo, l’indice non cancellabile, non removibile; ed oggi, nella nazione rivendicata, è insegna vittoriosa sulla quale alita l’anima italiana, come sulle bandiere dell’esercito e dell’armata il sole bacia e carezza i nostri tre santi colori. Pensare, o Signori, – anche a questo corre il pensiero e palpita il cuore, – pensare che essa la lingua è tuttora bandiera di combattimento in plaghe di terra italiana, dove le Leghe Nazionali sostengono eroicamente la preservazione di questo simbolo del focolare domestico, simbolo di quella famiglia alla quale, nella maturità dei tempi e della giustizia, Roma, la grande madre latina, ha richiamato e ancora richiama i suoi figli».
A queste parole non c’è nulla da aggiungere, se non l’augurio che esse trovino un’eco potente in tutti i cuori italiani.