L’Illustrazione Italiana , 24 gennaio 1915
Corriere. Il disastro terribile nell’Abruzzo, nel Lazio, nella Campania. - Berchtold sostituito da Burian in Austria. – Il bulgaro Ghenadieff a Roma
Dolori, lacrime, lutti senza guerra. Cioè– senza guerra?... Ma quale più terribile guerra che quella di un nemico che non si può né prevedere, né prevenire, né affrontare, né colpire, e che irrompe con improvvisa violenza, e distrugge, abbatte, uccide con tanta fulminea crudeltà irresistibile?... Quali colpe ha l’Italia da espiare, per meritarsi questo nuovo, imprevedibile flagello, che ha desolate tanto ridenti, tanto fiorenti contrade, e nella incontrastata battaglia di un minuto ha fatte più vittime e più infelici che un mese, che due mesi di inutile guerra barbarica ?... Avezzano!... Settanta anni addietro, le descrizioni geografiche lo chiamavano un borgo. Trenta anni più tardi, il compimento – dovuto al magnifico principe don Alessandro Torlonia – di quell’opera grandiosa che fu il definitivo prosciugamento del lago Fucino, fece di quel «borgo» una città sempre più bella, sempre più fiorente, che il terribile fenomeno del 13 gennaio ha ridotta un desolante cimitero!...
Narrano la tradizione e la storia che al grande emissario scaricatore del lago, iniziato da Cesare, furono adibiti da Claudio trentamila uomini per il seguito di undici anni. E in meno di un minuto la violenza tellurica, che nessun genio umano riuscirà mai ad incatenare, attorno alla conca, oggi verdeggiante e ridente, dell’antichissimo lago, ha uccise trentamila innocenti creature!...
Quale terribile strage, quali strazianti rovine di vite, di cose, di energie!...
Da Avezzano, a Sora, a Celano, ad Isola del Liri, a Veroli è tutta una successione di terre popolate da gente buona, forte, geniale, laboriosa, industriosa : la terra dei Marsi, che vide in Alba Fucentia i re prigionieri di guerra confinati là dai romani – Siface re di Numidia, Perseo re di Macedonia col suo figliuolo Alessandro, e Bituito re degli Alverni – la terra dei Marsi è una delle più fertili, più deliziose di tutto l’Abruzzo. I terremoti l’hanno percossa nei secoli – come hanno percossa tutta l’Italia meridionale – ma in nessun tempo mai così terribilmente fu colpita, come ora.
Non è possibile ancora una valutazione positiva delle vittime; poi, costringendo il cuore a non gemere, gli occhi a non piangere, la mente smarrita a ragionare; imponendo a noi stessi per i morti innumerevoli la commiserazione che si rassegna, rimane il terribile disastro di città completamente e visibilmente distrutte, come Avezzano, o di città apparentemente in piedi come Sora, i muri esteriori delle cui case, dalle persiane chiuse – ché non erano ancora le 8 del mattino quando avvenne il disastro – dissimulano la vita, mentre dentro ogni casa, fra i piani sfondati, gli appartamenti sprofondati, travolti, inabissati, è la morte e la distruzione!... In ogni casa è un piccolo cimitero impenetrabile. La sola chiesa di Sora ha dentro sé cento vittime, che l’ora mattutina aveva ingenuamente spinte alla gioia dolce della prima preghiera propiziatrice!... E come di Sora, è di Avezzano, dove la morte non ha avute predilezioni ed ha travolti insieme, con tutti i funzionari della sotto-prefettura e coi carabinieri, i carcerati criminali. Una città maledetta, destinata da Dio alla distruzione totale, come narra la Bibbia che fossero Sodoma e Gomorra sul triste lago di Asfaltide, non avrebbe potuto finire diversamente dal come ha finito Avezzano innocente e buona sulla conca ridente del prosciugato Iago di Fucino!... Cosa avevano mai fatto i bambini di Avezzano riuniti, già a quell’ora, nella scuola, rovinata seppellendoli, e la ricerca dei cui piccoli cadaveri è una delle ardue fatiche dei generosi soccorritori?...
Perché, in verità, alla fulminea grande sciagura ha risposto immediato l’immancabile slancio italiano, dall’umanissimo Re al nobile Pontefice, dalle Banche poderose ai più modesti cittadini, dall’esercito sempre in prima linea alle istituzioni filantropiche, dai pompieri dei più lontani Municipi! alle squadre multicolori di ogni Pubblica Assistenza; e uomini, e suore, e deputati, e pubblicisti, e ministri accompagnanti la sollecitudine del Sovrano, tutti i rappresentanti di ogni più eletta energia morale e fisica sono accorsi per rendere, fin dove fosse possibile, meno crudele la sciagura, meno tragica la rovina, meno infelici gl’infelicissimi superstiti!...
Non mancano, tuttavia, in quest’ora di così pungente dolore, gli uomini meschini, tormentati sempre dalla loro egoistica animosità partigiana. «Il governo non ha fatto – il governo non ha pensato – il governo non ha provveduto!...» O come è facile, a parecchie centinaia di chilometri dal centro politico ed amministrativo dove si accentrano e si accavallano tutte le ripercussioni di una
sciagura consimile, sentenziare, criticare! Chi può prevederlo il terremoto?... Chi può percorrere immediatamente una zona colpita così spaventevolmente dove il diametro del circuito disastroso non è certamente inferiore ai centocinquanta chilometri?... Chi può arrivare da per tutto simultaneamente in una regione caratteristicamente montuosa, dove la distruzione, la morte sono apparse fulmineamente, nel medesimo attimo, colpendo, uccidendo, seppellendo senza predilezioni o con una sola predilezione – distruggere inesorabilmente?...
Coloro che oggi sono facilmente tanto prodighi di censure e di recriminazioni, quando Reggio e Messina furono alla loro volta desolate, sei anni sono, cosa risposero a coloro che avventavano uguali rimproveri contro il nume di allora, Giolitti?... Non vi sono, né mentalità d’uomo, né preveggenza di governo che possano opporre l’immediata assistenza di fronte agli assalti terribili dell’imprevedibile ed irreparabile. Questa delle violenze telluriche è una guerra di fronte alla quale non sono né possibili, né sufficienti la lenta preparazione, la calcolata mobilitazione, le preordinate formazioni.
Quando, in meno di un minuto, cadono gli apparecchi telegrafici e telefonici, crollano le stazioni ferroviarie, precipitano i viadotti e i ponti, sobbalzano e si spaccano le strade carrozzabili; quando vengono sepolti i funzionari, gli agenti, i soldati che nei luoghi colpiti rappresentano le prime garanzie dell’organizzazione sociale; quando in un ampio territorio sul quale ferve la vita, mezzo milione almeno di abitanti sono fatti piroettare con le loro case su sè stessi, come è capitato nel centro di Roma alla statua dell’apostolo Pietro sul pinnacolo della Colonna Antonina – non v’ha genio governante che possa apparire immediatamente adeguato al compito, né vi ha prosopopea di censore che possa pretendere di giudicare!...
Anche questa, e specialmente questa, è ora di solidarietà, di concordia, non di critiche partigiane – miranti, forse, ben al di là dalle vittime da soccorrere e dalle regioni devastate da far rivivere. Col Re, esempio di ogni sollecitudine, tutti, dal primo ministro Sa- landra, al ministro dei lavori pubblici, Ciuffelli, al suo sottosegretario, Visocchi, che è nativo dei luoghi colpiti – tutti hanno fatto, non possono non aver fatto il loro dovere, anche quei soliti sei o sette deputati che sono dappertutto, che vanno dappertutto, che si sbracciano dappertutto, che fanno passare, in ogni luogo, in ogni occasione, tra i patrii confini e fuori, in seconda linea la famosa «presenza di Dio» e che il primo ministro Salandra ha avuto ieri l’altro a Roma il torto di non ricevere immediatamente, come le loro onorevoli signorie pretendevano, e li ha fatti ricevere, pel momento, dal suo capo di gabinetto– apriti Cielo!... – mentre egli, il primo ministro, era in ben più gravi doveri assorto, fra altri uomini politici e funzionari che riferivangli ed ascoltavano per provvedimenti altrettanto urgenti ed invocati!...
Nessuno nega che quegli onorevoli, universali soccorritori, abbiano fatto bene a prestare solleciti l’opera loro; ma è onesto pretendere che Salandra, non potendo riceverli sul tamburo, abbia voluto mancare di riguardo a loro e al Parlamento?!...
È drammaticamente singolare – se si pensi – il fato di questo primo ministro Salandra, la cui presenza alla testa del governo non ha ancora compiuto l’anno, e si è visto rovesciare addosso, di giorno in giorno, quanto di più grave nell’evolversi di un lungo periodo può mai capitare a chi governi: sciopero generale tumultuario – una rivoluzione «rossa» in mezza Italia – sciopero ferroviario – guerra europea – lotta diplomatica e politica per la neutralità provvidenziale – rifacimento urgentissimo della difesa nazionale – necessità di affermarsi in Albania – ed ora la spaventevole sciagura dell’Abruzzo, del Lazio e della Campania!...
L’uomo – comunque egli si chiami, da qualunque punto cardinale della rosa politica dei venti egli provenga – l’uomo che fa fronte con serenità, con fermezza, con tutta la sollecitudine compatibile coll’inverosimiglianza delle circostanze incalzantisi – a tanto succedersi di difficoltà e di problemi, merita di essere incoraggiato, sorretto, non ostacolato, tanto meno poi in nome di quelle pettegole e fastidiose convenienze parlamentari verso le quali lo spirito sano del paese non può avere né propensioni né riguardi.
L’Italia attraversava già un periodo di gravi responsabilità e di alti doveri – ora si sono aggiunte dolorose urgenze, alle quali il paese corrisponde con un sentimento di così generosa e illuminata carità, che lo rivela, ancora una volta, di gran lunga migliore di certi ro- morosi volgarizzatori della politica spicciola. L’Italia, in mezzo alle angoscie di questo nuovo, grande, immeritato dolore mostra a tutti, specie a certi amici troppo smaniosi di profferirsi, la bella energia delle sue risorse e delle sue iniziative, la volontà ferma di bastare a sé stessa – e ben l’hanno compreso prontamente Salandra e Sonnino, che con cortesia pari alla dignità, hanno declinate tutte le amabili offerte straniere, in un’ora in cui non sarebbe certo né delicato, né opportuno accettare da altri il compimento di sagrifici.
L’Italia è in buone mani; non pare questa l’ora di riaprire il periodo, che fu già lungo, delle piccole macchinazioni e delle molte incertezze. Ha ben detto Salandra a quei deputati poi ricevuti : la «diligenza» del potere non teme assalti: è protetta, è blindata!...
I pratici dei profondi misteri tellurici, vanno profetizzando che la faccia della terra va cambiando, attraverso periodiche scosse, e che questa che noi fin da fanciulli crediamo una palla, va assumendo la forma di una trottola, o, meglio, di una piramide triangolare, schiacciata al polo nord, accuminata al polo sud, e piegata su tre coste nella sua lunghezza. E questo lento graduale lavoro secolare di piegatura che determina, dentro le viscere, spostamenti e successioni di assettamenti, che producono le spaventevoli catastrofi che dianzi chiamavamo di Reggio e di Messina, ed ora chiamiamo di Avezzano, di Pescina, di Sora. Se l’Italia, questa magnifica penisola, posta, dalle Alpi nevose alla estrema Sila e alle più lontane Madonìe, su una irta stratificazione geologica immutabilmente vulcanica, è destinata a provare, coi lunghi beneficii delle sue origini, anche le tragiche conseguenze ricorrenti, ragione di più perché ci educhiamo tutti alla scuola del pericolo e del dolore, creando anche, per l’eventualità dei pericoli più remoti ed oscuri, e non meno probabili, la medesima resistenza morale, la stessa organizzazione di energie, che andiamo dicendo di volere opporre alle minaccie degli uomini, più facilmente prevedibili.
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Sulla grande scena, spaventevole essa pure, ed oramai quasi immutabile, della guerra, è avvenuto, negli aspetti politici, un cambiamento di persona, che ha suscitati generali commenti. Il conte di Berchtold, il ministro per gli affari esteri dell’impero austro-ungarico, il cui nome è associato, nella storia, al brutale ultimatum intimato sul finire di luglio alla Serbia, ed alle dichiarazioni di guerra onde furono poi lanciati gli uni contro gli altri gli eserciti austro-ungarici e gli eserciti serbi e russi e montenegrini, e le navi francesi e britanniche contro le austriache – il conte di Berchtold ha ottenute – dice il rescritto imperiale – le dimissioni ripetutamente domandate, ed è stato sostituito da un altro ungherese, il barone Stefano Burian. Tale mutamento di personaggio, in così alto posto, e così determinativo, ha suscitato universali commenti interminabili.
Il conte di Berchtold, si dice, era stanco, molto stanco. Egli non era stato veramente fortunato succedendo al barone di Aehrenthal dopo la famosa annessione della Bosnia e dell’Erzegovina. L’Austria-Ungheria non aveva visto riuscire nessuno dei suoi progetti caldeggiati : la guerra balcanica le aveva procurate amare disillusioni; altre amare disillusioni la questione albanese; codeste amarezze, adriatiche e non adriatiche, avevano culminato nella tragedia di Serajevo e nella guerra di castigo e di vendetta mutatasi – è oramai evidente – per secolare impero degli Absburgo un giuoco pericoloso.
Reggere ad una situazione simile non è,
non può essere di tutti i temperamenti. Il conte Berchtold è, prima di tutto, un gran signore, un milionario «magnate» ungherese: entrò nella politica seguendo nobili tradizioni, che possono determinare una carriera, ma non mutare né creare un temperamento. L’ora che volge è difficile per 1’Austria-Ungheria : è difficile, se si deve continuare l’aspra guerra, mentre i russi minacciano gli sbocchi dei Carpazi e le vie della Bucovina ed i serbi hanno distrutta, almeno per ora, ogni speranza austro-ungarica di ridurli in umiltà; è difficile, se si debba cominciare a trattar di una pace, la cui conclusione sarà ben più ardua del proseguimento delle operazioni strategiche. Dunque – ha detto il conte di Berchtold, pare, – ci vuole un’energia nuova – ed ha ottenuto di ritornare alle sue predilezioni, i suoi grandi possedimenti, i suoi allevamenti di cavalli, le sue magnifiche collezioni artistiche, la musica.
La nuova energia è stata trovata – e già ne ho detto il nome : il barone Stefano Burian de Rajécz. Egli faceva già parte del Ministero ungherese presieduto dal conte Tisza, fu ministro per le finanze imperiali, e per ciò ministro di Bosnia ed Erzegovina, e, prima ancora, ministro plenipotenziario in Atene. Nel gabinetto ungherese ha figurato sin qui come ministro a latere; come l’alter-ego di Tisza; e come alter-ego di lui, dicono, terrà il Ministero della casa imperiale e degli affari esteri austro-ungarici. Il suo avvento segna l’accrescimento dell’influenza ungherese nella duplice Monarchia. Ed allora, perché non nominare il conte Tisza addirittura? – No, il conte Tisza, l’autore vero – dicono – della nota di ultimatum alla Serbia, il propulsore della guerra, sta bene dove sta, alla presidenza del Ministero ungherese: di là egli influisce su tutta la politica dell’impero; egli ha l’affiatamento col Kaiser tedesco e con la cancelleria germanica. Burian, che è veramente cresciuto nella politica militante, e che ha nel sangue – assai più che non il conte Berchtold – la passione della politica, farà bene, ma lavorerà in continuo contatto con Tisza, e sarà l’interprete dell’anima di lui consonante con la sua.
E cosa vogliono queste due anime di «magnati» ungheresi?... La guerra ancora, pare, la guerra tenacemente contro la Russia, il gran nemico; e la preparazione all’Austria- Ungheria di nuove amicizie e di nuove alleanze!... Dove?... Quali?... Dell’Italia, nevvero, non c’è gran che da fidarsi ?... Ma dove troveranno alleanze, che possano essere senza corrispettivo di legittime soddisfazioni e di naturali pretese?... Sono tutte incognite; come pare sia un’incognita il movente della visita ufficiale a Roma dell’ex-ministro bulgaro, Ghenadieff, il quale della sua missione non fa mistero, pur tacendone coi giornalisti il vero scopo. Si procede dunque per induzioni: l’Italia dovrebbe aiutare la Bulgaria ad ottenere, a momento opportuno, la revisione di quel trattato di pace di Bucarest dell’altro anno, pel quale la Bulgaria, dopo l’aspra guerra coi suoi già alleati, perdette a beneficio della Serbia e della Grecia l’ambita e dianzi quasi interamente conquistata Macedonia. Il compito non pare facile, a tutta prima. Però se l’Italia volesse, se l’Italia si decidesse, se l’Italia, grande potenza, agevolasse la formazione ancora della gran Lega Balcanica
Rumenia, Bulgaria, Grecia, Serbia e Montenegro – o quale avvenire di concordia e di pacifico assestamento nei balcani!...
Il cielo europeo è fosco, senza dubbio, molto fosco ancora; ma non mancano bagliori di luce tra le nubi, come non mancano illusioni nei cervelli! Vi sono illusioni che sorgono da generose, legittime speranze, e che meritano l’augurio dell’esaudimento!
20 gennaio