L’Illustrazione Italiana, 17 gennaio 1915
I due gentiluomini
Dopo lo scandalo il marchese Ranieri di Torniello, abbandonata Firenze, s’era ritirato solitario nella maestosa villa d’Alberano, che ha del castello antico. La figlia, in collegio a Siena, lo raggiungeva nel periodo delle vacanze e quelli erano i giorni più animati d’Alberano, perché anche qualche vecchio e trovato amico del marchese vi faceva sosta per partecipare alle caccie nella bandita ancor ricca di caprioli e di fagiani.
Lavinia, che cresceva in bellezza, era fiera del padre e quando usciva attaccata al suo braccio le pareva di raccogliere più ossequioso il saluto dei valligiani. Nel salone centrale della villa spiccava un ritratto cinquecentesco di Ancilla Tornabuoni, dalla cui prosapia era discesa la povera mamma, e Lacinia in quel bel volto ovale dalla fronte sfuggente e dai grandi occhi pensosi dipinti da Ridolfo Ghirlandaio riconosceva i proprii tratti caratteristici.
Invece nella piccola fotografia della mamma, l’unica che possedesse, non ritrovava nulla di sé stessa, né la piega amara del labbro né l’arco profondo delle ciglia né l’espressione soffusa di melanconia. Era morta essendo Lavinia ancor piccina e questa la ricordava appena, dileguata come in un sogno; ma le rimaneva impresso nella memoria un giorno che il marchese l’aveva sollevata dal lettuccio prendendola fra le braccia e le aveva letto: – Ora non siamo che noi due soli, – tringendola e baciandola così forte da farle male.
La mamma l’avevano sepolta ad Antibo e Lavinia non era mai stata sin là. Perché mai il babbo non la conduceva a portar fiori sulla tomba? Eppure non osava di chiedere quasi temendo qualche cosa che la sua piccola anima non riusciva a definire, e si sentiva come sgomenta quando pensava a tutto ciò sotto lo sguardo paterno pur così tenero e affettuoso.
Doveva esser ben grande il dolore anche nel ricordo se il marchese non parlava mai con nessuno della morta ; Lavinia l’aveva ben compreso e taceva anch’essa. Una sera, stando appoggiata al balcone, udì due villani in basso che bisticciavano e vide accorrer gente a separarli; un d’essi mentre lo trascinavan via gridò all’altro:
– Lasciala stare o faccio come il marchese, t’ammazzo.
Lavinia rabbrividì e si mise a piangere disperatamente; quando il marchese la raggiunse sul balcone ebbe paura.
– Che hai? – le chiese questi accarezzandola.
Essa sentì pesare quella mano e si ritrasse; volle mentire ma un groppo alla gola glielo impedì.
– Che hai, che hai? – ripeté il marchese attirandola a sé.
E allora Lavinia, che continuava ad aver paura, non si trattenne:
– È vero che hai ucciso?
Il marchese Ranieri vacillò, le strinse i polsi torcendoli quasi cercasse un appoggio per non cadere e, terreo come la morte di cui lo si accusava, gridò:
– Chi te l’ha detto?
Il passato ch’egli aveva voluto disperdere nel silenzio tornava così improvvisamente, ed era sua figlia, quella che doveva ignorar sempre, che lo rievocava. Ebbene sì, l’offesa era stata atroce ed egli, sul terreno, l’aveva vendicata con un colpo di pistola nel cuore dell’avversario.
Lavinia udì tremando, guardò le mani che essa aveva tanto baciate e che avevan ucciso, e chiuse gli occhi. Una grande ombra di freddo era calata fra quei due esseri che si sentivan soli nel loro amore e il distacco di Lavinia fu uno strazio pel padre.
La fanciulla si sforzò di trovar logico il castigo mortale per chi offende e con la sua innata fierezza giustificò il gesto feroce; ma le parve che il padre fosse d’un tratto diminuito per esser sceso da quell’altezza a cui l’aveva posto tutta la sua ammirazione e la sua devozione e dove non avrebbe dovuto né potuto raggiungerlo nessuna offesa.
Quale offesa?
Lavinia non aveva chiesto, il marchese non disse. Andarono a Roma, svernarono a Palermo, poi l’eremo d’Alberano li richiamò. La fanciulla aveva toccato i dieciott’anni, e una voce timida e sommessa le mormorava la prima parola d’amore.
Ma l’ostacolo fu invincibile: il vecchio conte Martini disse al figlio « Non voglio » e lo condusse via. Quando Lavinia vide così bruscamente troncata la sua prima e dolce trepidazione, languì come un fiore, e nel delirio della febbre il marchese l’udì ripetere:
– E la colpa della mamma andata via, è la colpa del papà che ha ucciso.
Chi aveva rivelato tutto?
Egli allontanò ogni persona, volle rimaner solo al capezzale di sua figlia. E lì rivisse la terribile tragedia di quindici anni avanti: un furore cieco l’aveva travolto di fronte alla prova del tradimento, si era strappato dai cuore l’amore e l’amicizia diventate ignobili cose, aveva scacciato la donna in presenza dei servi, aveva schiaffeggiato e ucciso il suo amante. Non era stata giustizia questa? E ora doveva soffrirne la creatura incontaminata cresciuta al suo fianco, la piccola innocente che gli aveva sorriso quand’egli credeva d’essere per morire d’angoscia? Perché messa al bando la madre non era degna la figlia? Questo doveva pur esser stato il giudizio del vecchio conte; ma oggi qui non c’era che la figlia del marchese di Torniello, nulla di comune con l’altra scomparsa nell’oblio, nemmeno nei lineamenti, nemmeno nel sentimento, nulla; a Lavinia nessuno, poteva togliere il sacro diritto all’amore, alla gioia, alla famiglia. Egli doveva difenderla come aveva difeso il proprio onore. Ah, forse se non avesse cacciata colei che aveva infangato la casa, se avesse sofferto l’oltraggio come tanti altri, la vergogna sarebbe stata compatita e tollerata? Perché per taluni non è colpa il tradire una fede e darsi nascostamente in braccio a un amante, la colpa comincia solo quando l’ingannato vendica la dignità e l’illibatezza del proprio nome. No, egli aveva agito secondo coscienza, d’un sol colpo aveva punita l’offesa, aveva agito così per la tutela di sé stesso e di sua figlia, per toglierla, per preservarla da ogni contatto con colei che si era resa veramente indegna.
Quindici anni non eran dunque bastati a soffocare lo scandalo; non era bastato un colpo di pistola ad annientare un mascalzone, se costui doveva ancora balzar fuori dalla sua fossa per gridare: – Sono stato l’amante della marchesa di Torniello, sono morto per lei –? E ancora un’altra voce doveva rispondere di lontano, dal cimitero di Antibo: – Per te sono stata respinta dal mondo, nella mia disperazione. Urliamo ancora in faccia al mondo la nostra miserabile passione, urliamo in faccia al nostro giustiziere che noi rimaniamo sempre vivi nella memoria di tutti e che egli non riuscirà a distruggerci mai più –?
Il marchese teneva la mano sulla fronte di Lavinia bruciata dalla febbre e ripassava sulle labbra riarse la piccola spugna imbevuta d’essenze, quasi tentasse di spegnervi il lamento che lo feriva come una maledizione.
Passò la notte e al primo sole Lavinia si assopì in un po’di calma; di tratto in tratto un sussulto le scuoteva il petto come il cessar di pianto d’un bambino.
Il marchese, alzandosi, scorse nello specchio l’improvvisa sua vecchiezza; andò a tuffarsi nel bagno, quindi scese nel giardino con un imperioso bisogno d’aria e di moto.
La sua decisione era già presa; avrebbe affrontato il conte Martini e, vecchio contro vecchio, gli avrebbe chiesto ragione... E rideva d’un riso spasmodico, feroce, stringendo, martoriando le dita incrociate fra loro, e rivedeva in quell’ora mattutina l’altro, il ladro della sua felicità, allargar le braccia e cader boccone nell’erba.
Ordinò che gli sellassero il cavallo; mentre attendeva percorrendo i viali giunse al cancello della villa. Al pilastro esterno s’appoggiava un individuo in misero stato.
– Che fai qui? – lo interpellò bruscamente il marchese.
L’individuo si ritrasse timoroso e, levandosi il cappello, disse sommessamente:
– Nulla, ero stanco... – e fece per avviarsi.
– Prendi, – gli gridò dietro il marchese facendo l’atto di buttare una moneta; ma l’individuo stese il braccio in segno di protesta e borbottò confuse parole.
– Non vuoi? – fece il marchese un po’ stupito.
– Non ho mai chiesto l’elemosina, – fece l’individuo con tutta umiltà.
L’aspetto macilento, la figura incurvata mostravano tutti i segni di una lunga sofferenza e di una grande sfinitezza.
– Vuoi riposarti, entra, – gli impose il marchese spalancando il cancello. Era un capriccio o forse il dolore di Lavinia lo rendeva d’un tratto misericordioso.
L’individuo, dopo una breve esitazione, entrò.
– Donde vieni?
– Da Ricorboli, signore.
– E dove devi andare?
– Vo cercando lavoro, signore.
– Non ne trovi?
Non ancora, signore.
Che mestiere è il tuo?
M’adatterei a tutto, signore. Ma nessuno mi vuole.– L’individuo disse questo con le lacrime in gola, con lo sforzo di chi è oppresso da un senso di vergogna.
Il marchese lo guardava, vedeva tutta quella miseria:
– Eppure non devi esser vecchio.
– Quarantacinque anni, signore, ma è come fossero cento.
E cento parevano gravare su quelle spalle curve, contro quel petto incavato.
Quando furono nel cortile dove il cavallo era già pronto , il marchese disse allo staffiere:
– Fa portar da mangiare a quest’uomo.
Lo staffiere, scorto il disgraziato, atteggiò il volto a stupore e, avvicinatosi al padrone, gli mormorò rispettosamente: – Il signor marchese sa?
– Che cosa?
– I carabinieri gli han bollato il foglio di via; è uno che è uscito di galera.
L’individuo, dal brusco movimento che aveva fatto il marchese parve comprendere quel che era stato susurrato,
perché abbassò il capo, impallidendo e tremando come un colpevole sorpreso.
– Fagli portar da mangiare, – replicò il marchese, superando il primo istinto di repulsione – è uno che ha fame.
E mentre lo staffiere eseguiva accennò all’individuo di sedere sulla panchina di pietra, infissa nel muro, per tenerlo sotto il suo sguardo. Lo vide mangiare avidamente , vincendo alla fine una naturale riservatezza; la barba grigia e corta seguiva diradandosi e infoltendosi il movimento delle mascelle magre ed asciutte. Eppure in quel viso consumato dai disagi rimaneva una traccia di fierezza, che traspariva anche dagli occhi per quanto si movessero timidi e supplichevoli.
Più volte il marchese s’era avvicinato al cavallo per montarlo e partire, ma una strana curiosità lo tratteneva. E quando l’individuo parve sazio, gli chiese: – Perché dunque non ti vogliono?
Costui, senza far motto, trasse di tasca alcuni fogli e li porse. La sua condanna era lì scritta, lo perseguitava implacabile anche dopo espiata.
– Hai ucciso?
– Sissignore, – rispose l’uomo a voce bassa e ferma, in cui non c’era né rimpianto né pentimento. Confessava il delitto senza una scossa, con l’inerzia del vinto che non si ribella più alla sorte; stava là seduto con le braccia ciondoloni fra le ginocchia come in attesa d’una nuova sentenza.
– Perché?
Quanti altri gli avevan rivolta la stessa domanda, piena d’orrore, prima di cacciarlo fuori dalle case e dai campi dove aveva umilmente reclamato il suo diritto al lavoro! Invece la legge degli uomini che non conosce pietà glielo toglieva, lo rimetteva sulla strada, non accettava nessuna sua giustificazione; era un assassino, nient’altro. A che dunque ripetere la tragedia della sua anima che era stata più sanguinosa dell’atto?
– Perché? – ripeté il marchese.
L’individuo si alzò, i suoi occhi per la prima volta ebbero un lampo d’odio, forse di rivolta: – Signore, disse, avevo ragione, ma oramai è inutile.
Il marchese credette di comprendere e una nube gli passò sulla fronte. L’odio che aveva lampeggiato in quegli occhi non era stato anche il suo?
– Per una donna?
– Sì.
– La tua amante?
– Mia moglie.
Il marchese trattenne un grido, morse il sigaro che teneva fra i denti, sputò, lo buttò via.
– Ti tradiva?
– Me l’han presa. – E l’infelice narrò la trista avventura. Un capo della fabbrica, in cui egli lavorava, s’era introdotto in casa sua ed aveva ottenuto con la violenza quanto non era riuscito ad avere con le lusinghe; così gli aveva giurato la donna ed egli, affrontato il vigliacco, che s’era messo sulla difesa, con un colpo di coltello l’aveva disteso ai suoi piedi.
– Corsi a casa, dissi a mia moglie « l’ho ammazzato », essa vacillò, divenne pallida come quell’altro. Ebbi il dubbio che avesse mentito, ma la nostra bambina era lì tra noi, mi abbracciava le ginocchia. Perdeva il padre: bisognava non toglierle anche la madre, l’onore di sua madre; mi arrestarono, pretestai un antico rancore per ragioni di mestiere, mi condannarono. Ecco tutto, ed è la verità, signore.
L’individuo, che aveva parlato affannosamente, senza una lacrima per averle già versate tutte, ricadde sul sedile di pietra, affranto.
Il marchese era rimasto immobile, solo una gamba s’agitava nervosamente; vi picchiò sopra con lo scudiscio.
– E non hai rivelato ai giudici la causa vera?
– Era mettere in piazza la mia vergogna; non l’ho voluto per mia figlia.
La guancia del marchese divenne di fiamma come avesse ricevuto uno schiaffo.
– E tua figlia adesso?
– É morta.
– No – proruppe il marchese con un urlo di terrore, volgendosi verso la finestra chiusa di Lavinia.
– E morta, son tutti morti mentre io ero laggiù... e forse è stato meglio.
– Resta qui – gli disse a un tratto il marchese. Di fronte a quello sciagurato egli sentiva montare verso di sé un’onda di disprezzo; egli, il gentiluomo, s’era vendicato clamorosamente per il mondo e l’onta materna ora minacciava l’avvenire di sua figlia, quest’altro aveva sacrificato sé stesso perché la figlia non avesse ad arrossire della madre. Quale era stato il più nobile e il più generoso?
E davanti a quell’umile individuo che lo guardava smarrito, senza speranza, il marchese piegò la fronte e ripeté: – Rimarrai nella mia casa e avrai pace.
Lavinia, distesa sul lettuccio dalle tende color di rosa come il sogno che le aveva sorriso al primo nascere dell’amore, dormiva ancora e pareva tranquilla. Il marchese si avvicinò lentamente al capezzale, mise un ginocchio a terra e, portatasi alle labbra la fredda manina, mormorò: – Perdonami.