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 1915  gennaio 17 Domenica calendario

L’esercito dormente

 La guerra – l’orrenda tragedia che milioni di uomini sono oggi trascinati a vivere ed altri milioni di uomini seguono con ansia irrefrenabile– sembra avere assorbito e spento nella sua grande ombra ogni bagliore di pensiero, d’immaginazione, di sentimenti che ad essa siano estranei.
Essa appare l’unica realtà immanente dell’oggi, alla quale è inesorabilmente incatenata la vita dei popoli, dentro e fuori la sua orrenda cerchia di ferro e di sangue.
Libri nuovi, estranei al tremendo argomento sembrano oggi l’eco di una fantastica, superflua vita – mentre vecchi libri, concepiti forse senza speranza d’immortalità, sono spolverati e ripresentati in nuova luce coll’ impreveduto cachet dell’attualità.
E così che Péladan ha lanciato un vecchio libro del 600, che pare contenga una profezia non del tutto inesatta sugli avvenimenti odierni : è così che si è tentato un nuovo successo librario con un vecchio romanzo di Marcel Prévost, in cui agiscono delle spie tedesche in veste di bonnes.
Può darsi che, più di questi libri, meriti oggi di essere rievocato un libro, un romanzo di Clara Viebig: L’armata dormente (Das schlofende Heer).
E un libro che non contiene alcuna profezia sul destino dell’umanità combattente e che non rivela alcun documento inedito sulla grande guerra.
Ma è un libro, in cui il riflesso degli avvenimenti della grande guerra concentra oggi una nuova, prodigiosa luce: un libro, le cui pagine assumono oggi un misterioso significato di simbolo, esprimono una profonda parola rivelatrice.
Nel romanzo della Viebig è studiata la vita della Polonia tedesca sotto il tenace sforzo germanizzatore, al quale si contrappone la sognante e irriducibilmente ribelle anima polacca.
Il barone Doleschal, la più significativa figura del romanzo, è un tedesco grande colonizzatore delle terre espropriate dal governo tedesco: uomo di prodigiosa attività ed iniziativa, egli ha concentrata la sua intera esistenza nel suo ideale di germanizzare: tuttavia è così maldestro che i suoi sforzi sembra che abbiano l’effetto di moltiplicare, anziché superare gli ostacoli. E così che questi suoi sforzi dapprima sono accolti con indifferenza, poi suscitano una reazione dispettosa e finalmente sono sommersi dal ridicolo e dalle aggressioni volgari.
Ma Doleschal ha fatto del suo ideale pangermanista la carne della sua carne e il giorno in cui la più completa disillusione tronca la sua tenace, entusiastica volontà, non gli è più possibile sostenere la vita – e si ammazza.
Si estinguerà dunque con lui l’ideale e l’opera sua?
Ah no! – conclude l’autrice – essa sarà ripresa con rinnovato vigore dal figlio di Doleschal.
Di fronte a questa tragica volontà – l’anima polacca, più complessa, contorta, sentimentale, traspare dagli innumerevoli episodi del libro. Il vecchio pastore polacco Dudech è fanatico, superstizioso, duro fino alla crudeltà quando si tratta di agire contro gli oppressori e ad esso si contrappone la moglie, con la sua servilità di cagna. Ma tutte le più varie creature della razza polacca sono unite dal medesimo odio concorde contro il popolo dominatore, dallo stesso sentimento di ribellione, latente e tuttavia profondo ed inestinguibile.
Le loro parole rievocano misteriosamente la leggenda della grande armata polacca dormente. Vuole la leggenda che un esercito di 3oo mila guerrieri polacchi dorma a Lissa Gora, aspettando l’ora decisiva: quando questa scoccherà, il fantastico esercito si risveglierà per rinnovare gli eroismi e la gloria dell’esercito di Kosciutsko, per la libertà della Polonia.
Ma cosa aspetti dunque? – chiede qualcuno al vecchio Dudeck. – Perché dici sempre : «io aspetto»....
– Ah, voi stessi non sapete cosa aspettate anche voi ! Voi siete divenuti sordi ed ottusi : ecco l’opera dei diavoli tedeschi !
– Iddio salvi la Polonia – ripetono i polacchi, quasi sognando.
– lo son vecchio – riprende Dudeck – e forse non potrò più percepire il suono delle armi dell’esercito di Lissa Gora. Eppure io «aspetto» e tutta la mia vita è in ascolto....
*
La storia della Polonia, così colma di tragici eroismi, di dolore e di sangue, sembra avere oggi raggiunta la sua più tragica ora.
Il manifesto dei polacchi espatriati lo ha ben ricordato: tutto il mondo compiange il crudele destino del Belgio; ma il destino della Polonia è ben più tremendo. I giovani polacchi, trascinati sotto le bandiere russe o austro-tedesche, sono oggi lanciati gli uni contro gli altri, a dare il loro sangue per le mire dei loro stessi oppressori. Se la coscienza di dar la vita per la difesa della loro propria patria può raddolcire la crudeltà della morte – l’esser costretto a dar la vita contro la libertà della propria terra dev’essere il veleno più orrendo che possa attossicare un essere umano.
Ebbene, anche in ciò i polacchi non sono soli in questa tragica ora. Essi hanno ben ragione di rivolgersi agli italiani: simili ai polacchi, i trentini, i triestini, i dalmati italiani ingrossano oggi le file degli eserciti di Asburgo, per una causa che non è la loro.
É mai possibile che il grido degli oppressi si perda oggi nel fragore della guerra immane ?
Se appena un bagliore di verità è nell’affermare che di fronte al superbo sogno pangermanico forse il più profondo ideale che sia mai divenuto coscienza, istinto di tutta una razza – lotta un più superbo e santo ideale, quello della libertà e della indipendenza dei popoli: se qualcosa di vero è in ciò, col tramonto del sogno germanico, il mondo dovrebbe pur veder rivivere ed affermarsi le speranze della libera Polonia, le speranze di tutti i popoli oppressi.
I trecentomila guerrieri polacchi esistono solo nella leggenda e nel sogno del vecchio Dudeck, che è in ascolto a cogliere il suono delle armi liberatrici: ma vi sono bene degli eserciti che aspettano l’ora decisiva : eserciti ancora dormenti, ma con le armi ben salde per la salvezza degli oppressi.
E, dietro di essi, in un’ansia irrefrenabile, i popoli sono in ascolto…