L’Illustrazione Italiana, 17 gennaio 1915
Diario sentimentale della guerra
Guerra anche in letteratura.
Alessandro D’Ancona è stato molto commemorato, specialmente nella sua qualità di maestro del così detto metodo storico dal suo discepolo prof. Francesco Novati, il quale è adesso, alla sua volta, insigne maestro del detto metodo: e con speciale menzione fu ricordato come Alessandro D’Ancona il 25 novembre del 1860, occupando la cattedra di Pisa, pronunciava quella sua prolusione in cui era proclamata la scuola novella, della ricerca e dell’esame dei fatti nella Letteratura.
Io ignorava questa data precisa dell’Egira.
Confesso tuttavia che questa scuola novella mi richiamò subito in mente i novelli giochi: il Lawn-Tennis ed il Foot-ball, che viceversa erano antichi giochi italiani sino dal Cinquecento, coi nomi italiani di Pallacorda e del Calcio; poi spediti in Inghilterra e di lì rimandati in Italia.
Avvenne alcun che di simile anche alla scuola novella?
Comunque, è certo che essendo il bando della scuola novella stato fatto il 25 novembre 1860, ed io essendo nato dopo il 1860 ed essendo vivo in questo brutto iglò, tutta la mia migliore vita è caduta sotto l’influsso della scuola novella.
E poi vi sono di quelli che deridono Don Ferrante perché credeva all’influsso delle stelle!
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Ed ecco proprio in quei giorni, mentre io pensavo alla congiunzione degli astri, un altro letterato, Ugo Ojetti, tenere con mia grande consolazione, nelle principali città d’Italia, una conferenza su la Civiltà tedesca e l’Italia, dove fra le altre belle cose, queste disse:
«Dopo il 1870 non soltanto le arti e le lettere, ma le scuole italiane caddero sotto il dominio tedesco. Ed ecco da allora l’erudizione e la scienza sostituirsi all’umanità, ecco la tradizione umanistica, quella di educare insieme ed istruire, spegnersi rapidamente. I professori espongono, non giudicano, e gli scolari escono dalla scuola senza saper giudicare, cioè senza gusto. La cultura è sostituita alla civiltà, l’intellettualismo all’intelligenza, l’erudizione prende il posto della saggezza, la sapienza quello del buon senso e spesso del senso comune».
Ah, caro signor Ugo Ojetti – conceda questa confidenza – che peccato che ella abbia aspettato questo tragico 1914 per fare quella conferenza! Perché se ella, così autorevole, tanto presso le alte sfere come presso il gran pubblico, avesse parlato prima, forse io non sarei vissuto sotto l’influsso della scuola novella!
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Il caso mio personale è meritevole di molta commiserazione: e lo ricordo non per il piacere di essere commiserato, ma perché è molto edificante.
Disgraziate condizioni familiari indussero me ad inscrivermi nella facoltà di lettere, e proprio nell’Università dove insegnava Giosuè Carducci.
Certamente anche Giosuè Carducci seguiva la scuola novella ed era ammiratore ed amico di Alessandro D’Ancona! Aveva fatto anche lui molti bagni, molti tuffi nei gorghi della più fredda erudizione; e ad ogni tuffo, risaliva a galla, non istrimenzito e freddo, ma iperemico e con qualche perla nel pugno, battagliero e gentile. E guai a quelli scolari che si fossero rifiutati di fare tuffi, guai poi a quelli che si fossero distesi al sole, come Belacqua, per fare i liutari e i poeti!
Ma era un benedetto uomo Giosuè, uno dei più singolari uomini che mai mi occorse di conoscere in mio vivente. Era capace, in iscuola, di cominciare con la filologia; ma ad un certo punto non lo si vedeva più! Come San Paolo, era rapito davanti ai nostri occhi esterrefatti: era sino alla sfera del fuoco. Mandava bagliori e lampi. Noi giuravamo in quei momenti di aver sentito presso di noi passare Dante Alighieri; o fremer Farinata, o cavalcare a battaglia ed a morte Manfredi con l’aquila d’argento; o cader la fiorita su la chioma sparsa di Madonna Laura; o fluire Arno, o sorger Firenze inargentata, o so io? apparire rosso Garibaldi al galoppo; o profetar cupamente Mazzini. Gufi, lombrichi, corvi, scimmie, scarafaggi, biscie – intanto – si rintanavano, fuggivano! Mai però l’intendemmo offendere la parola di Dio!
Finalmente l’Uomo tornava giù con un: Già voi non capite niente, e si tornava agli etimi, alle glosse, ed alle varianti.
Per il Carducci, la letteratura, la quale non era vita o interpretazione di vita, era vana ciancia.
E quanto ai professori, che lui preparava, mi pare proprio che egli li concepisse come una specie di ordine religioso-guerriero. Per un certo tempo chiusi nelle biblioteche, negli archivi a imparar propedeutica: poi fuori, al caldo, al gelo, alla buona battaglia.
-Non disse Cristo al suo primo convento
-Andate e predicate al mondo ciance.
Ma se uno scolaro scriveva molto male in lingua italiana e dimostrava più vanità che pensiero, Giosuè impallidiva e faceva impallidire; e se anche il quaderno dello scolaro era scritto secondo la scuola novella, gli faceva un brutto trattamento. Io ne ho visto qualcuno volare.
Oggi che ci ripenso, io credo che Carducci fosse un grandissimo ingenuo.
Pigliava sul serio i miti, le parabole, i detti degli eroi, le sentenze dei poeti: come cose vere, e non come fanfaluche decorative.
Oh, ammirabile uomo! Quante volte lo vedemmo arrestarsi abbassare il capo potente: un breve scuotere delle chiome....
Noi allora non comprendevamo che cosa volesse significare codesto. Certo l’uomo soffriva. Povero Carducci! Se fosse stato più filosofo e conoscitore delle filosofie, come dopo morto gli hanno insegnato i giovani filosofi che vennero di poi, avrebbe sofferto meno, e preso meno sul serio i miti e le parabole e la patria.
Ma si ripigliava subito, e sorrideva del suo sorriso paterno, e diceva: «Su coraggio, a lei!» cioè lei legga o chiosi, e sorrideva allegro e comicamente benigno anche al più Belacqua de’suoi scolari.
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Dopo di che noi siamo vissuti nel metodo storico, positivista. La propedeutica – mezzo divenne fine a sè stessa: un pochino come gli esercizi della nostra cosidetta educazione fisica, metodica, nelle chiuse palestre scolastiche, fu scambiata per la grande ginnastica, a corpo nudo, al caldo, al gelo! Studiar l’idiozia di Bertoldino o la gran follìa di Torquato Tasso ebbe lo stesso valore culturale. Il Dittamondo ebbe per la Kultur letteraria Io stesso valore della Commedia, come per lo scienziato studiare l’uomo o l’isòpodo, volgarmente chiamato porcellino di Sant’Antonio, è sempre scienza.
Tutto ciò che è bello, profondo, umano costituisce superfetazione individualistica.
– E cosa fa lei? – mi domandava un giorno un grande seguace del metodo storico il quale sorprese me a leggere il Decameron.
Prepara forse qualche studio critico sul Boccacio?
– Mai più.
– Dicevo bene, perché la letteratura sul Boccaccio può dirsi completa. E che fa allora?
– Allora leggo il Decameron, unicamente perché mi diverto. Lei stupisce?
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Per carità, signor Ugo Ojetti, non diciamo che la Germania ci ha conquistati! Caso mai una piccola Germania, made in Italy, non la grande Germania, la quale è pur sempre grande!
Ella vorrebbe ora, signor Ugo Ojetti, rinnovare scuola e metodi?
Lasci stare, signor Ugo Ojetti.
Dove la occuperebbe lei tanta brava gente che fruga, rode, compulsa, collaziona?
Perché vuol ella rattristare tanta brava gente felice di aver trovato un a invece di un e in un codice di Dante? tanto felice che non pensa, che non ricorda nemmeno più perché Dante è vissuto!
Pensi: se lei volesse obbligare tutti i buoni pretini, così contenti in sagrestia nei loro riti, liturgie, abitudini, a meditare sull’Evan- gelo, non ne farebbe degli infelici?
E poi anche tutto codesto è profondamente filosofico: è un mezzo per non vedere le grandi verità lampeggianti nelle grandi pagine.
La paura della verità!
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Ma lei, signor Ojetti, dirà: E la scuola?
La scuola va molto bene così.
Il salamino misto delle attuali refezioni scolastiche, mi pare ancora molto indicato.
Del resto chi ha fame di più nobile cibo, se lo procuri in casa, per conto proprio.
La paura della verità!
Ho detto ad un signore che so come la pensa: «Legga, prego!»
Erano le parole di re Pietro ai Serbi: Soldati eroi, il vostro vecchio Re è venuto a morire con voi per la patria.
Per Bacco! Si parlava ieri dei Serbi a voce bassa come nelle camere dei morenti. Ed eccoli vincitori, di così tremendo nemico – almeno così si legge – ed in grande battaglia! Noi non sappiamo come la cosa andrà a finire. Forse l’Austria riuscirà a schiacciare la Serbia. Ma se i Serbi non saranno schiacciati, chi non vede come a questo popolo, svenato da tre guerre, e che ha ancora tanto sangue, è riserbato uno splendido avvenire? e che cosa importa che sia un popolo di montanari ed allevatori di porci, e sia rivestito da pelli ircine? Io credo che sarà anche più libero del Comune di Greco Milanese, le cui vie portano i nomi di Via Libertà, Piazza Libertà, Via del Libero Pensiero laico: più emancipato del Comune di Milano il quale afferma coi nomi di Bruto e di Ferrer alle vie, la sua indipendenza.
– Bando alle celie, – disse quel signore. – Re Pietro è un’odiosissima persona. Lei non ricorda quando congiurava contro quel disgraziato Obrenovic? Re, imperatori, ciambellani, generali, pubblicani, affaristi, via, via! Non ne voglio sentire a parlare. Sono loro i mostri, la causa di tutta questa spaventosa guerra.
– Va bene. Allora incarichiamo Ercole, che ha uccisi tanti mostri antichi, di liberare il mondo di questi mostri moderni. Ma Ercole è morto. Allora armiamoci noi e partiamo....
Ma quel signore non ammette scherzi. Tutta la colpa è dei re.
In questo pensiero semplice trova la pace del pensiero, poi la digestione, poi il sonno.
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Anche un altro signore cattolico ha trovato un pensiero semplice in cui riposa; e perciò si trova relativamente tranquillo. Flagellum iracundiae! La presente guerra è il flagello dell’iracondia del Signore contro i peccati degli uomini. Dunque una cosa prestabilita.
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Ma anche un altro signore, il quale non è cattolico, non crede nel Signore, tuttavia crede che questa guerra corrisponda ad un «prestabilito storico»; ad una «ragione della civiltà».
– Senta, – mi diceva, – delle due, una. Vincono i Germani? E avremo una perfetta organizzazione marxista feudale in tutto il mondo. Vincono i Russi? E avremo il dominio del popolo più formidabile per numero, più giovane, più ardente, benché viva nel gelo del Nord, più permeabile cristianamente, ed in cui gli altri popoli si fonderanno....
– Come biscotti nello zabaione, – dico io proseguendo. – Ed è per questo forse che gli Slavi tendono al Sud, al caldo mediterraneo dal loro gelato mar Bianco, appunto come il bricco dello zabaione si mette sul fornello affinché la crema gonfi, faccia quella bella spuma.
Ma anche questo terzo signore non ammette scherzi. L’ora infatti è troppo tragica. – Ma come? lei non crede ad una profonda ragione storica?
–– Proprio, no!
–– Ma e allora, se non crediamo, che cosa stiamo a fare al mondo?
–– È quello che mi domando anch’io, – risposi. – Però, senta: se noi facevamo questa domanda «che cosa stiamo a fare al mondo», ad un signore col quale sono venuto a colloquio stamane, ella si sarebbe sentito rispondere: «A filare!», cioè spedire ordinazioni di filati, tende da campo, tessuti per la Germania, per la Turchia, per la Bulgaria, cioè, – parliamo bene – franco a Chiasso, franco a Genova, perché noi siamo neutrali. L’Italia col beneficio della neutralità, è la sola nazione che lavori e produca. Che cosa, dunque, stiamo a fare al mondo? A filare come le antiche Parche. Capisce lei? e buona sera.
E ci siamo lasciati perché lì fermi, sull’angolo di via Rastrelli, vibrava una nebbia glaciale.
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In terra combattono gli uomini: in cielo corrono le nubi a battaglia; si ingoiano, si compenetrano, ne escono figure deformi di nubi nuove: ma non uno spiraglio di sereno! Mai il mondo vide tale guerra di armi: mai vedrà tale urto delle nubi: delle idee.
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Puri eroi od insensati?
Un signore, molto dotto nella storia del Risorgimento d’Italia, fugge inorridito dalla vista delle odierne battaglie: si mette in salvo tra i puri eroi che combattendo e morendo diedero a noi una Patria: Mazzini, Garibaldi, Cattaneo, e poi Villa Spada, il Vascello, e Belfiore, «ara di martiri», Tito Speri, Pier Fortunato Calvi; poi Vallon di Rovito. «Chi per la patria muore, vissuto è assai»; poi prora romantica del naviglio dei Mille; orifiamma rosso garibaldino; Giorgio Manin, Nino Bixio, Ippolito Nievo; poi.... «ah, quelli eran tempi, quando tutto il popolo d’Italia era cavaliere», ecc., ecc.
(Puri eroi? Tutto il popolo d’Italia cavaliere? Ma quelli, ai loro tempi, passavano per insensati. Questa cruda parola insensati, fu adoperata dal Borgese in una sua recente conferenza qui a Milano: parola brutale, ma pur vera per significare che furono quegli insensati a fare l’Italia).
Quel signore mentre mi ricordava i puri eroi, il popolo d’Italia tutto cavaliere, ecc., sorbiva, al caffè, una tazza di caffè e latte con burro e un po’di miele.
Quel miele e quel burro nel latte caldo furono disastrosi.
Mi pareva che quel signore volesse dire:
«Ma compiuto il sacrificio dei puri eroi una volta, basta! Dai puri eroi noi ricaviamo adesso utili studii di archivio, temi per esami, stornelli, poesie che dimostrano come l’Italia si è formata anche con l’aiuto della poesia».
Certo è un effetto del nervosismo in cui tutti noi viviamo; ma io per effetto di quel latte e miele, sentivo la tromba epica d’Italia mutarsi nella fistula arcadica.
Sentivo anche dalle Memorie di Garibaldi venir su questa fremente rampogna contro gli imbelli ed effeminati suoi concittadini incapaci di tenere un mese la campagna senza la cittadina consuetudine di tre pasti al giorno.
Quello del signore era il lunch, o primo pasto.
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Non so poi come mi avvenne di esclamare: – Bisogna tutto rifare e più virilmente quasi militarmente l’educazione della nostra gioventù. Ah, se è vero – come da alcuno oramai si sospetta – che Bismarck insegnò ai suoi il socialismo armato, ed a noi il socialismo disarmato e pacifista, fu bene accorto, ben mefistofelico. Vecchia storia, del resto. Chi non ricorda la favola della volpe che disse a quello semplice dell’istrice: «Perché vuoi andare tu a letto con la corazza or che la guerra è finita?». Il consiglio era razionale. L’istrice si levò la corazza, e quando venne la notte, la volpe se la mangiò.
Ma non la vuol capire lei che tutto quello che oggi succede, è un fenomeno transitorio, e che noi viviamo in un periodo di fratellanza?
Già, – dissi io, – come questo giugno, quando, in Romagna, gli scioperanti dicevano ai soldati: «Non sparate. Siamo tutti fratelli. Dateci le cartucce!». Sì, ma per sparar poi loro contro i tremanti borghesi.
Non avessi mai proferito simili parole!
E chi le dice che codesto – e quasi rovesciò la tazza del caffè e latte – non rappresenti una forma superiore di civiltà?
E inutile: la verità non la si vuol vedere in faccia. È paurosa come il volto della Gorgone, specialmente nell’ora del lunch.
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Allora mi è venuta in mente l’immagine di Gesù Cristo, quale io vidi un giorno in una casa aristocratica, a capo del letto laccato e candido di un signorino.
Non era il Cristo salvatico e triste del Sacrificio! Non era il Cristo dai piè sanguinanti e dalle labbra amare. Quel Cristo ha fatto sacrificio di sé, una volta – come i puri eroi – e basta.
Era un Cristo ben pasciuto, ben composto, ben lavato, bei sandali, bel manto: senza sangue. Un Cristo inglese, Christmas day, con un sorriso pieno di indulgenze, un Cristo che pareva nutricato con caffè lattee burro.
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Che cosa è avvenuto?
Il sacrificio si rinnova nella famiglia degli eroi.
Bruno e Costante Garibaldi morti in guerra, là nelle Argonne, dove già andavano i cavalieri erranti.
Chi erano?
Nepoti dell’Eroe. Bruno e Costante Garibaldi, ignoti nomi all’Italia, noti soltanto il giorno della loro giovine morte.
Eroico è vero, signore, è tutto questo? Perché se Garibaldi disse che l’Internazionale è il sole deli Avvenire, disse anche: Finché ci saranno nel mondo oppressi ed oppressori, avrò sempre un culto per te, santa carabina!
Eroici, è vero, signore? Ma forse anch’essi un poco insensati e con iscarso senso del valore della vita.
Ed il povero giornalista Alziator, certo era un insensato! e quel garibaldino che corse all’assalto scoprendo la camicia rossa, certissimamente era un altro insensato. C’erano operai e contadini, evoluti e coscienti del valore-uomo fra questi insensati?
Io temo, signore, che a furia di rispetto per il valore della vita, la vita finisca col perdere il suo valore!
Ed un altro timore mi affligge, che verrà giorno in cui la storia di questi ultimi insensati d’Italia servirà per temi veramente insensati delle dormienti nostre scuole.
Però....
Ultime di Cronaca, Milano 9 gennaio 1915.
Una riunione di socialisti contro la neutralità assoluta.
In via Circo, adunanza di socialisti, con partecipazione di alcuni assessori del Comune di Milano.
Fu presentato ed approvato quest’ordine del giorno:
«Molti soci del Partito riuniti per discutere sull’atteggiamento del Partito di fronte alla situazione internazionale ed alla eventualità di un conflitto, riaffermano la loro avversione alla guerra;
convinti però che il principio di nazionalità non debba essere rinnegato.....».
Tutte le opinioni sono rispettabili; tutte le variazioni di opinioni sono giustificabili.
Ma quel però arriva in ritardo.
Come farà il popolo – per quanto evoluto, cosciente e tesserato – a fare subito questa voltata, però?