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 1915  gennaio 10 Domenica calendario

L’uomo d’altri tempi

Quando Donna Ermanzia Carafa dava la mano da baciare a Giannetto Ivaldi, pensava: – Ecco l’uomo per mia figlia! – E guardava subito, istintivamente, sua figlia che rispondeva con un distratto saluto all’inchino di lui.
Era come se Giannetto Ivaldi non le piacesse; e Donna Ermanzia Carafa ci soffriva, perché a lei piaceva moltissimo quell’uomo di quarantacinque anni, cavalleresco, che si intratteneva di preferenza con le vecchie signore alle quali usava finezze d’altri tempi, d’altra cortesia.
Alto, magro, ancora biondetto, egli aveva nei gesti e nelle pose quell’inimitabile senso della compostezza e della misura che è il segno sicuro della nobiltà di razza; lo stesso abito dal taglio un po’ antiquato, ma di linee perfette, dava alla sua figura diritta quella sobria eleganza che il troppo amor dello sport toglieva – secondo un non avventato giudizio di Donna Ermanzia Carafa – ai nobili d’oggi.
Così, egli poteva fare quasi ogni sera una visita alla sua vecchia amica, che gli offriva il rosolio di Portogallo, un liquore dolciastro ed innocuo che faceva ella stessa.
– Mammà! mammà! – le diceva Lucilla quando egli se n’era andato, – non vede che Ivaldi le fa la corte? non vede che beve il suo rosolio di Portogallo con religione? Nessun nostro amico mai ha voluto saperne del rosolio di Portogallo!
Donna Ermanzia sorrideva con una certa beatitudine e carezzava distrattamente il volto pallido della sua figliuola quasi per dimostrarle che l’adulatrice era lei, ora. Poi sospirava, diceva che aveva sessant’anni, che era grassa, ch’era malata...
– Senti? Senti come respiro, figlia mia? Forse sono i miei soliti dolori: sai? i dolori che mi sono rimasti dopo quella terribile endocardite… Endocardite: si dice così?
Lucilla non rispondeva; né sospirava, né allungava la mano.
La nobile dama soffriva veramente in seguito a certi dolori articolari lasciatile, molti anni addietro, dall’endocardite; e il suo dottore di fiducia non mancava di spiegarle quasi scientificamente la cosa, rifiutando il famoso rosolio: – Le valvole del cuore sono divenute insufficienti… Il sangue circola con minor pressione… Il cuore s’ingrossa per la maggior fatica… – Quando il cuore s’ingrossava per la maggior fatica, Donna Ermanzia aveva delle lunghe crisi di debolezza: le mancava il respiro, restava immobile sul letto sollevata sui guanciali, con le vene del collo turgide, mostruose. Aspettava angosciosamente di poter lamentarsi. Si lamentava:
– Fra poco non potrò più fare le scale… Fra poco dovrete prendere molte preoccupazioni prima di darmi una notizia… Buona o cattiva… E finalmente… morirò, proprio quando non saremo preparate… né tu, né io… Sai il cuore come fa, Lucilla?… Scoppia… E quando è scoppiato, non credi che tutto sia finito?...
Ma la vecchia dama aveva dei lunghi periodi di calma. Allora il suo cuore soffriva per tutt’altra ragione. Allora ella sorrideva con tristezza ansiosa a sua figlia, senza parlarle: s’accontentava tratto tratto di prenderle una mano – era una mano un po’ troppo fredda – per avvicinarla al suo cuore.
– Come batte?
– Come il mio, mammà, – rispondeva calma Lucilla.
– Oh, il tuo! – mormorava enigmaticamente mammà guardando da un’altra parte.
Ella soffriva, in silenzio, per Lucilla che aveva ventinove anni e non era arrendevole e dolce. Certo anche in quel bel viso pallido e lungo c’erano i segni della stirpe: le pieghe del labbro erano incisive, la fronte bella e altera, lo sguardo diritto, le orecchie minuscole, il naso grande ed affilato; ma Donna Ermanzia avrebbe voluto che su questi segni indubbii di nobiltà fosse diffuso quel senso di dolcezza che illumina un volto umano e gli dà grazia di sorrisi e chiarità di sguardi e di pensieri. Parlare del cuore di Lucilla era, per Donna Ermanzia, come parlare del suo proprio cuore. Questo era malato e doveva scoppiare fra breve; l’altro era uno scrigno chiuso di cui nessuno aveva mai saputo il segreto: nemmeno, forse, Lucilla. Era vuoto lo scrigno? Lucilla aveva l’aria di dir ch’era vuoto. Sorrideva dell’amore; faceva capire che lei era una donna forte, che gli uomini s’erano accorti della sua forza e non le si erano avvicinati per non misurarsi con lei; rideva dei consigli, delle paure, delle angoscie di mammà come si ride di un ostacolo che non vale il nostro orgoglio di superarlo.
E quando io non ci sarò più, figlia mia? Vuoi restar sola? Possibile, possibile che tu debba restar sola? Possibile che tu non debba avere al tuo fianco un uomo che ti apprezzi, un uomo che ti valga? Bada, Lucilla, non dico mica un giovinetto, un ragazzo frivolo, uno di quelli che han la mente ai cavalli, alle automobili, al foot-ball… Un uomo, un vero uomo, un uomo di una certa età...
Donna Ermanzia pensava a Giannetto Ivaldi. Ma il volto di Lucilia si scuriva; quella frase: un uomo di una certa età detta quasi con intenzione dalla mamma la feriva nel suo orgoglio, improvvisamente, la inaspriva, fors’anche l’addolorava… Ah che il suo cuore non era uno scrigno vuoto!
Ma Donna Ermanzia, ingenua, continuava:
Anche tu non sei più una bambina. A te un ragazzo frivolo non converrebbe neppure. E non ti converrebbe nemmeno un uomo che non avesse quella distinzione… diciamo pure, quelle qualità nobiliari che ci fanno ancora così estranei ai grossi mercanti e agli ultimi arricchiti. Ma se guardi bene, figliuola, anche la nostra classe sta traversando una crisi. Tu sai che cosa io pensi ormai degli eredi delle casate più illustri. Guàrdati intorno e non vedrai che dei gentiluomini mascherati, impolverati, con una trombetta in mano, salire sulle carrozze senza cavalli e spingere le carrozze senza cavalli nel polverone – Ah, io vorrei per te un vero gentiluomo! Serio, riservato, servizievole, di una certa età…
Lucilla alzava la testa con fierezza. E non si poté trattenere, un giorno, dal chiedere a sua madre:
– Sentiamo: quanti anni vuol dare, mammà, a questo ipotetico gentiluomo?
Donna Ermanzia rimase interdetta perché sentì l’ironia ch’era nella domanda: guardò con trepidazione sua figlia, e non rispose.
– Gli anni di Giannetto Ivaldi, mammà?

*

Pareva quasi ch’ella avesse deciso Lucilla ad accettare per fidanzato il compitissimo Giannetto per bearsene lei. Quando lo considerava estasiata, non rifiutava di dire a sé stessa ch’egli era ormai l’ultimo campione, ancor giovane, d’una società riservatissima e un pochino tiranna che in una certa epoca aveva avuto fasti non propriamente patriottici. Lo chiamava:
– Giannetto!
– Giannetto era dinanzi a lei, alto, ossequioso, attento al comando, pronto alla lode breve, al sorriso parco.
– Giannetto, vi prego, datemi quel libro… Vi prego, ditemi il vostro parere sulla marchesina Varzotti… Pregate Lucilla che vi faccia vedere la sua collezione di merletti… Accettate un bicchierino di rosolio di Portogallo, vi prego...
Egli s’inchinava, invariabilmente. S’inchinava davanti alla nobile dama, s’inchinava davanti a Lucilla. Lucilla lo guardava appena, ma poi gli faceva cenno di sedersi vicino a lei; e quel cenno era atteso ansiosamente da Donna Ermanzia ch’era la prima a vederlo e a gioirne.
– Ecco, ecco! Che bella coppia! Come stanno bene insieme! Come sta bene lei bruna vicino a lui biondo! E come sembrano giovani ancora! Giannetto non dimostra più di trentasei, trentasette anni… Che figura distinta! E lei, anche lei, com’è dignitosa, com’è bella nella sua riservatezza! È una Carafa! Un Ivaldi e una Carafa! Che bei nomi! – Si premeva a lungo il cuore che batteva troppo forte: il suo povero cuore malato che avrebbe pur dovuto arrestarsi, fra breve...
Lucilla aveva accettato in silenzio, dignitosamente. Sapeva che Giannetto non avrebbe preteso nulla da lei, nemmeno quel po’ d’affetto che si sbriciola in parole, in monosillabi; sapeva ch’egli non l’avrebbe resa troppo ridicola, per cavalleria, e che sarebbe stato prudente e compito con la fidanzata come con Donna Ermanzia. Era convinta ch’egli non l’amasse, che la sposasse per far piacere a mammà (per cavalleria); o anche le pareva che Giannetto si sentisse troppo solo e che gli convenisse di sposare la figliuola non vecchia e non brutta di una nobile dama come Donna Ermanzia Carafa. – Sì, sì, – pensava Lucilla quando era col fidanzato, – anche lui tiene molto alla nobiltà. Vuole imparentarsi coi Carafa che sono parenti coi Carafa d’Arco. Vuole sentirsi più sicuro nel salotto di Donna Maria Annunziata. Sciocco! – E quando era sola e poteva togliersi dalla mente l’imagine di lui così goffa nella sua secchezza e compitezza, si torceva le mani disperatamente e chiedeva allo specchio, che la rifletteva pallidissima, qualche cosa che non fosse il suo viso, chiedeva alla vita qualche cosa che somigliasse a un desiderio soddisfatto, o non interamente soddisfatto...
Ella trascorreva lunghe ore nella sua stanza e in una loggia fiorita dalla quale si scendeva per una scaletta nel triste giardino. La sua stanza, la loggia, il triste giardino: la sua esistenza era chiusa fra quelle pareti di mattoni e di mortella. Tutti avevano creduto che ella potesse sfiorire così, fra quei muri e quella mortella, senza aver nulla dal mondo, decisa a non chiedere, a non abbassare il capo, a nutrirsi dell’orgoglio dei Carafa per il disprezzo degli altri, dei mercanti, degli arricchiti; tutti credevano ch’ella fosse quale si era mostrata a chi non l’avrebbe compresa, a sua madre, a Giannetto Ivaldi: una donna forte, una donna fiera, un cuore vuoto, un cuore chiuso. Invece, no: c’era’chi la conosceva, Lucilla Carafa: quella stanza, quella loggia. La stanza e la loggia sapevano ch’ella era giunta sulla soglia dei trent’anni soffrendo, chiamando un ignoto che venisse a liberarla dalla sua solitudine e dal dramma della sua giovinezza, chiamando un uomo qualsiasi che la portasse lontano: e a quest’uomo ella aveva dato nel tormento diverse imagini, anche quelle degli uomini che vedeva passar per la via volgendole uno sguardo indifferente.
Dacché era fidanzata con Giannetto Ivaldi, ella soffriva maggiormente. Giannetto Ivaldi e la mamma la vedevano calma e fredda nelle poche ore ch’ella si mostrava a loro; ma quella calma e freddezza suggellavano lunghe ore di martirio ardentissimo che non riusciva a spossarla, che le preparava altre ore ardenti d’insonnia e di lacrime.
Passarono i mesi. Donna Ermanzia ebbe improvvisamente una delle sue più terribili crisi di debolezza e di prostrazione. Giannetto Ivaldi pensava vicina la catastrofe, ma non si scomponeva, quasi per la tema di mostrarsi scorretto. La vecchia dama restava sempre immobile sul letto, sollevata sui guanciali, senza respiro, con le vene del collo mostruose, le labbra bluastre, il polso piccolo; e il suo povero cuore batteva in fretta e fioco. – Ho sete d’aria, – dicevano i poveri occhi ingrossati dall’ansia e dalla pena continua, e si volgevano di preferenza al cavaliere che le stava dinanzi, senza appoggiarsi al letto, alto, ossequioso, attento ancora al sorriso e al comando.
Giannetto Ivaldi era sempre agli ordini della nobile dama.
E la pena di lei si alleviava, gli occhi davan qualche lacrima (qualche lacrima di gioia), la tosse diminuiva, diminuiva il dolore al torace sinistro, spariva perfino dalle membra inerti quel rigido senso d’algore… Non era tutto merito di lui, di Giannetto? La malata guardava con dolcezza Lucilla e la ringraziava: ma la ringraziava non dell’assistenza, ma di lasciarle Giannetto lì, presso il letto, ossequioso, vigile, cavalleresco anche dinanzi al pericolo.
Poi, dopo tre settimane di letto e di latte, Donna Ermanzia si rimise. Ma non poté più salire le scale, né camminare, né parlare a lungo: quando s’alzò per la prima volta e ritornò a sedere sul suo seggiolone nel salottino da lavoro, ella non pareva più che un mostruoso corpo inerte, parassitario, uno di quei corpi che non si sa perché si ostinino a vivere senza vita. La sua gran faccia gialla, floscia, solcata da rughe profonde come da orribili segni di bistro si ripiegava pesantemente su la spalliera della poltrona; i suoi grossi occhi senza luce guardavano gli oggetti della stanza quasi con stupore, e specialmente l’oriolo di porcellana di Sassonia sull’architrave del caminetto, innanzi allo specchio fra i due candelabri (e allora ascoltava con dolcezza il suono del pendolo isocrono e lieve), oppure si fissava su una statuetta in diaspro di Volterra che Giannetto Ivaldi le aveva lodata come opera di gran pregio; poi la sua faccia s’illuminava tutta d’un lungo sorriso: il cavaliere era lì che attendeva i suoi ordini.
– Oh, Giannetto!… Datemi quel panchettino, vi prego… Vi prego, leggetemi le ultime notizie del Conservatore… Vi prego, ditemi il vostro parere sull’ultimo abito di Lucilla… Accettate un bicchierino di rosolio di Portogallo, vi prego...
Egli s’inchinava, invariabilmente; e la nobile dama dimenticava il suo cuore malato, si estasiava, diceva a sé stessa chiudendo gli occhi:
– Oh, Lucilla, Lucilla! Come sarai felice!
E non s’accorgeva che gli occhi di Lucilla erano più belli, più dolci, più umili; non s’accorgeva che Lucilla era più buona, quasi timorosa e sensibile, la vecchia dama che s’interessava più del cavaliere che della sua figliuola. Ma Giannetto – gentile, cavalleresco, ossequioso – vedeva, vagliava. Che cosa aveva pensato della sua fidanzata? Che cosa pensava? Quali sentimenti provava per lei? Come aveva soddisfatto il desiderio della vecchia nobile amica? Quale affetto pensava gli riserbasse Lucilla? Egli non chiedeva mai nulla a sé stesso. Pareva solo preoccupato d’esser corretto con le due dame; ma osservava, vagliava assai più che le dame non pensassero, assai più che non pensasse – ora – Lucilla. Sospettoso, egli la circuiva, l’avvolgeva delle sue mute domande che non volevano risposta. Quando usciva dalle due dame, la sera, girava intorno alla loro casa, ore e ore, fino a notte avanzata; entrava nel vicoletto semibuio sul quale s’alzava la muraglia del vecchio giardino, spiava la muraglia chiomata d’ellera e un cancelletto nascosto……Ah, quel cancelletto, quel vuoto nero! Non era stato aperto fra il verde e le pietre per un tradimento?
E una sera, spiando appunto il cancelletto nascosto, nel vicolo semibuio, egli distinse un frusciar di passi, un mormorio di voci. Poi, non visto, vide. Poi, non visto, seguì uno sconosciuto per un buon tratto di strada.
*

Donna Ermanzia si meravigliò quando la sua cameriera le disse che Lucilla e Giannetto si eran fermati a parlare fra loro guardandosi, nel vano di una finestra. Era la prima volta, dacché veniva in casa Carafa, che Giannetto commetteva una sconvenienza. Ma la vecchia sorrise, compatì. – Ah, finalmente! Si amano! – pensò tra sé, e volle guardarli, di nascosto, i due fidanzati che si parlavano guardandosi, nel vano di una finestra.
Giannetto aveva pregato, molto cerimoniosamente, Lucilla di concedergli un colloquio. Lucilla aveva fatto un lieve cenno del capo avvicinandosi, appunto, a quella finestra. Ora ascoltava pallidissima.
Egli parlava: e i suoi gesti erano, come sempre, corretti e la sua voce calma, triste, monotona. Con quella voce, con quei gesti, accusava. Nessun velo di rancore o d’amore era nÈ suoi occhi chiari che brillavano, a tratti, come un cielo grigio, senza svelare pensieri, propositi, minacce. Era come se egli le raccontasse, senza passione, senza interesse, i particolari di una festa da ballo in casa Orengo o in casa d’Antino, oppure che le parlasse indiffentemente di sé, di un’altra sua vita, un po’ lontana, un po’ goffa, un po’ fuori del mondo.
Lucilla, pallidissima, ascoltava senza battere ciglio. Quando egli ebbe finito e fu tra loro un silenzio gelido – il silenzio di gelo e d’oppressione che il tempo misura meticolosamente negli attimi d’angoscia –, le labbra di lei tremavano, ma tremavano appena. Troppo orgogliosa per cercare in sé, affrettatamente, la menzogna, Lucilla Carafa abbassò gli occhi, si mostrò vinta, debole. Poi alzò la testa, guardò il suo fidanzato negli occhi – in quegli occhi chiari, calmi, che non dicevano nulla, che non attendevano nulla, che non disprezzavano e non soffrivano, – disse solamente, con fermezza:
– È vero.
Giannetto non si mosse.
– Che cosa contate di fare? – chiese egli dopo una pausa.
– Sta a voi decidere.
– Grazie. Infatti, ho deciso.
Ella trasalì. Le sue labbra tremavano ancora, leggerissimamente. Inconscia, ella si protese – leggerissimamente – verso di lui, quasi ad ascoltar meglio quella voce, quasi a scrutar meglio quelli occhi.
– Che cosa avete deciso, Giannetto?
– Ho molto pensato a vostra madre. Vostra madre è una nobile dama di sentimenti elevatissimi. In più, è malata; ha uno di quei mali che un nulla basta a rendere pericolosissimi… (Perdonate se io debbo essere crudele con voi...) Bisogna ch’ella non sappia nulla, ch’ella non sospetti di nulla, ch’ella creda sempre in voi e in me: bisogna, dunque, sacrificarsi. Volete?
Ella chinò ancora la testa, senza rispondere.
– Io continuerò a venire qui, tutti i giorni, tutte le sere. Farò il mio dovere con vostra madre. Poi mi siederò vicino a voi. Noi resteremo vicini tutte le sere, mezz’ora, un’ora, senza parlarci. Non abbiamo nulla da dirci, non è vero? Ma resteremo vicini perché vostra madre ci veda.
Tacque. Ella alzò la testa.
– Volete? – egli chiese.
– Sì.
– Ecco quanto ho deciso.
Ella fece segno di voler parlare, un piccolo gesto istintivo che restò a mezzo e rivelò in lei – per la prima volta – timidezza, incertezza, sconforto.
– Dite, dite!
– Voi avete deciso, Giannetto?… No, non avete deciso tutto… E poi? E poi?
– Poi?… Aspettiamo. Tutto dipende dalla malattia di vostra madre.
– Ho capito, – disse Lucilla Carafa con la sua voce. – Vi ringrazio.
– Siete d’accordo con me?
– Sono d’accordo con voi. Vi ringrazio.
Si scostarono dalla finestra. Si separarono. Si divisero. E nulla mutò in casa Carafa. Donna Ermanzia migliorò: potè trattenere il suo cuore e sentirlo calmo nella calma della sua vita; potè passeggiare in giardino appoggiandosi al braccio di Giannetto, compiacendosi dell’amabilità del cavaliere e godendo a occhi socchiusi il tepor luminoso dell’aria.
La primavera era dolcissima. Un sole mite, blando, un po’ velato, avvolgeva i solitarii pomeriggi della piccola città, imbiancando le soglie, facendo brillare iridescenti i cocci che erano sulle muraglie alle difesa degli orti, fiorendo i vecchi loggiati che sapevan di bergamotto. L’erba nuova scintillava tenera nelle piccole piazze e nei vicoli, e la vecchia casa Carafa rideva con quelle sue finestre a balconetto che s’inverdivano di musco negli interstizii. In qualche pomeriggio il sole spariva e allora l’aria era più tepida e si respirava con affanno, con un desiderio di cose nuove, di sensazioni lontane, e le donne non sapevano il perché di questo desiderio e si stupivano; ma poi scoppiava la pioggia, la giovane pioggia attraversata da uno sprazzo di sole, e l’odore dell’acqua, della terra abbeverata, dell’ erba, delle cose restava nell’aria fino a sera.
La vecchia dama volle cominciare ad uscire in carrozza per respirare con ingordigia gli effluvi primaverili. Poi fu ardita: andò a piedi a far visita a Donna Maria Annunziata Carafa d’Arco. E con Donna Maria Annunziata non parlò che di Giannetto Ivaldi e di Lucilla; e fu felice di sentirsi approvare quel matrimonio da una dama rigida come sua cugina.
L’assiduità puntualissima di Giannetto la commuoveva e la inorgogliva. Ella lo aspettava la sera come si aspetta un amante, premendosi il cuore, guardando l’orologio, prevenendo il suo passo, sobbalzando al suono della sua voce che salutava Costanza in anticamera. Poi desiderava d’esser servita da lui, d’esser lodata ed inchinata, d’esser sorrisa fra un inchino e l’altro, e quando ella rispondeva con un sorriso benevole al sorriso cerimonioso, doveva premerselo forte, il suo povero cuore, quasi dovesse scoppiarle per la troppa gioia.
– Oh, Giannetto!… Favoritemi quello specchietto, vi prego… Pregate Lucilla che vi faccia vedere la collezione dei suoi ritratti… Leggetemi le ultime notizie del Conservatore, vi prego Accettate un bicchierino di rosolio di Portogallo, vi prego….
Lucilla guardava sua madre senza dir nulla, incapace d’un sorriso, d’un gesto. Muta, senza vita, senz’anima, aspettava che l’uomo muto, senza vita, senz’anima, le sedesse vicino. Pareva non soffrisse. Pareva vedesse appena le cose che la circondavano, il lume che le rifletteva sui muri che chiudono le esistenze nel cerchio inesorabile della consuetudine. Pareva vedesse appena lui. Anzi, non lo vedeva: lo sentiva vicino, sentiva il suo alito ghiaccio sfiorarle la pelle, il suo respiro sommesso frugarla nel cuore, il suo cuore affiochito vegliarla inesorabile, dirle: – Qui, qui, devi star qui, accanto a me! – Non si muoveva. E anch’egli non si muoveva. Restava al suo posto, impassibile, corretto, pronto a un comando di Donna Ermanzia, muto come un’ombra di morte.
Donna Ermanzia guardava a tratti la coppia, premendosi il cuore, e pensava:
– Si amano! Si amano!
Finché una sera Giannetto chinò elegantemente la testa verso la sua fidanzata, mosse appena le labbra per chiamarla a nome.
Ella si volse e lo guardò negli occhi.
– Ho da parlarvi.
– Dite, Giannetto
– Io… io ho bisogno di partire. Voi non dovete sapere perché parto. Non so ancora quale scusa troverò per vostra madre. Ma è certo che io parto e che starò fuori per qualche tempo. E meglio anche per voi, credo.
Ella batté le palpebre e non rispose.
– Non so ancora dove andrò. Ma non importa. Importa che io vi scriva, non è vero? che io vi scriva quasi tutti i giorni. Ebbene, lo farò. Forse vostra madre vi consegnerà le mie lettere e sarà contenta. Va bene?
Va bene.
Non importa che voi le leggiate le mie lettere, naturalmente. Ve le mando solo perché vostra madre veda il vostro nome sulla busta scritto da me
Un lampo d’orgoglio passò negli occhi di lei che s’erano velati di commozione. Ella disse:
– Va bene, non aprirò le vostre lettere.
E Giannetto Ivaldi non parlò più.
*

Da quante sere non s’apriva il cancelletto del giardino che dava sul vicolo semibuio? Da quante sere ella s’era imposta di non cedere più a lusinghe e a martiri ? Che cosa pensava di sé stessa ? S’era purificata o sacrificata ? Aveva avuto pietà di sua madre o di Giannetto? Aveva avuto orrore degli altri o di sé stessa? Aveva temuto il dolore o la gioia?
Lucilla ascoltava inerte sua madre, che le parlava del corredo, della nuova casa, dei doni di nozze e fissava il gran giorno sorridendo al pensiero di Giannetto in tuba e redingote… Poi Lucilla saliva nella sua stanza, vi si chiudeva, apriva il cassetto d’un piccolo mobile e guardava a lungo, come con altri occhi, le lettere che Giannetto Ivaldi le aveva scritto in quegli ultimi due mesi. Le lettere riempivano il cassettino a metà. Erano molte; erano già più di cinquanta. Intatte. Lucilla le aveva lasciate intatte: non ne aveva aperta nessuna. Sapeva ch’esse non potevano dirle nulla, ch’esse non potevano nemmeno appagare una curiosità, una piccola cattiva curiosità. Le aveva tutte gettate lì dentro. Ogni giorno il cassettino doveva ingoiarne una, intatta...
Anche per questo soffriva. Soffriva anche per quella lettera quotidiana che mammà o Costanza le davano con un dolce sorriso e ch’era fredda alla sua mano come una piccola cosa morta. Soffriva quotidianamente per la menzogna di quella lettera che non doveva dirle nulla, che non doveva chiederle nulla, che non era una lettera, ma un indirizzo. – Alla N. D. Lucilla Carafa …..– E ripensava le triste sere solitarie in cui lei e Giannetto avevano dovuto fingere di amarsi elegantemente dinanzi a mammà; risentiva il sospiro sommesso di luì, il suo alito ghiaccio, il suo silenzio vigile: lo rivedeva alto, senza vita, senz’anima, in attesa…..
–Ah! – gridava a sé stessa, – meglio, meglio ch’egli mi scriva di queste lettere! Ch’egli non torni mai più!
 Invece Giannetto Ivaldi tornò quando le due dame non lo aspettavano, stanco, malato.
 Egli si presentò pallido e macro, con gli occhi spenti, con un sorriso straziante fra i buffetti biondi e grigi. Pareva facesse sforzi inauditi per sorridere, per non tremare, per soffrire con dignità, per apparire sempre alto, diritto, ossequioso dinanzi a Donna Ermanzia Carafa, correttissimo dinanzi alla sua fidanzata.
Giannetto! Giannetto! Ma come vi siete ridotto così? – esclamò Donna Ermanzia dispensandolo dagli inchini.
– Sì, infatti Sto poco bene Ho bisogno d’un po’ di riposo...
– Dovete curarvi, assolutamente, Giannetto. Domani state a letto: vi manderò il mio dottore.
– Grazie, Donna Ermanzia… Cara Donna Ermanzia...
– Dico bene? Eh, Lucilla? Dico bene?
– Dice bene, mammà.
– Consiglia tu il tuo fidanzato, Lucilla!
– Sì, Giannetto, dice bene mammà...
Egli sorrideva sempre, debolmente, malinconicamente, quasi per il tepore di quella luce, per la dolcezza di quelle parole. Era come s’egli fosse venuto di molto lontano, da un paese straniero, da un paese d’ombre, dopo aver camminato su strade aspre ed erte, nel polverone, nel fango, fra erbe alte e pungenti, mentre i piedi gli dolevano e gli si piegavano i ginocchi. Era come s’egli fosse passato inosservato come un mendico tra una lucida folla d’uomini e di donne in molte città d’ eleganza e di piacere, e ora serbasse nel suo cuore il disgusto di quella umanità azzimata. Era come s’egli avesse molto sofferto, aridamente, di piccole cose, di contrattempi, di noie, e constatava con amarezza l’inutilità della sua pena e del suo cammino.
Ma forse ora il pensiero di ritrovarsi nel salotto amico, fra le due nobili dame, fra gli oggetti noti, quasi cari – la caminiera, i candelabri, l’oriolo di Sassonia, la statuetta in diaspro di Volterra – gli empiva il cuore di gioia e d’orgoglio, gli dava la forza di dire a sé stesso: – Ecco, sto già un po’meglio… sto molto meglio… sono guarito – e d’inchinarsi nello stesso tempo, per cortesia, per gratitudine, alla vecchia amica indulgente e sorridente.
L’inchino era profondo. Donna Ermanzia avrebbe voluto dire: – Accettate un bicchierino di rosolio di Portogallo, vi prego –, ma Giannetto le faceva ancora compassione, e non osò.
– Consiglia tu il tuo fidanzato, Lucilla.
– Sì, amico mio, dice bene mammà.
– Riposo, riposo assoluto! Cominciare da questa sera! Vi mandiamo via subito!
– Ritiratevi, Giannetto, ritiratevi...
Egli s’inchinò ed uscì.
E non rivide più il salotto ove la luce della lampada voleva avvolgere i poveri cuori in un tepore di sogno, in un’illusione d’amore; e non s’inchinò più – per galanteria, per gratitudine – a Donna Ermanzia Carafa.
Morì. Morì senza lasciar detto nulla alla sua fidanzata, senza lasciarle uno scritto.
Quando ritornò il silenzio – il silenzio infinito che ci rende possibile il pensiero di una vita soppressa – Lucilla si convinse che Giannetto Ivaldi le aveva lasciato scritto qualcosa. E si chiuse nella sua stanza e aperse febbrilmente le lettere che giacevano intatte nel cassettino del piccolo mobile.
No: egli non s’era svelato, l’uomo d’altri tempi, l’uomo che poteva aver amato. Le sue lettere non dicevano nulla. Erano bianche, erano tutte bianche.