Illustrazione Italiana, 10 gennaio 1915
Diario di guerra della settimana di natale
24 decembre
Vigilia di Natale. I vetri imbiancano appena. Ricami di gelo ai vetri.
Titì si è destata.
Sento il suo grido, dal mio studio: – Viva l’Italia!
Perché, poi, questo grido?
– Ciao, Titì, dormi che è notte.
– Viva la bandiera bianca rossa e verde, la più bella di tutte.
– Dormi, Titì.
– L’allegria si alza! C’è la neve? – Ha sognato l’albero del Natale che è di là.
Vigilia di Natale. I vetri imbiancano appena. Ricami di gelo ai vetri.
Titì si è destata.
Sento il suo grido, dal mio studio: – Viva l’Italia!
Perché, poi, questo grido?
– Ciao, Titì, dormi che è notte.
– Viva la bandiera bianca rossa e verde, la più bella di tutte.
– Dormi, Titì.
– L’allegria si alza! C’è la neve? – Ha sognato l’albero del Natale che è di là.
*
A quest’ora, anche in Germania, bambini e bambine si desteranno prima del tempo. O, du fröhliche Zeit!
Anche in Francia, anche in Inghilterra avverrà lo stesso. Viva la Francia, viva l’Inghilterra! Viva la nostra bandiera che è la più bella di tutte.
Ah, pini di Turingia! Come le mortelle nella selva dove Polidoro fu trucidato, gemevano sangue, così voi, pini di Turingia, così voi, alberi del santo Natale, poteste parlare agli uomini col terrore del miracolo.
Auri sacra fames! Ed è per questa ragione, appunto è per la insaziata sete dell’oro che Polinestore trucidò Polidoro.
E per quale ragione gli antichi favoleggiavano i portenti, come le voci misteriose e grandi udite nei mari e nelle selve, come il sangue che piove, come i fantasmi?
Per trattenere un po’ la ferocia dell’uomo dal mal fare, col mezzo dello spavento. Ma la scienza ha fatto volatilizzare lo spavento. È rimasto il mal fare e l’auri sacra fames!
Noi credevamo bella e buona cosa estrarre dai poeti questi precetti; esprimere dalle loro finzioni queste verità; ma noi abbiamo consumato invano la età nostra; e le nostre mani piene di mosche sono qui per dimostrare.
E poi che dico? Mal fare? Auri sacra fames? Vecchie litanie. Sono semplici propulsori della vita.
Però, in tal caso, al diavolo anche i poeti ed un po’ anche la vita!
– No, cara, dormi. E ancora notte profonda.
– Mi sembra – dice Titì – di vedere il sole.
– Ma non esiste più sole.
È ben terribile! Ma anche una fra le cose più care e pure del mondo, come vedere l’aspetto dei propri figli, non interessa più.
A quest’ora, anche in Germania, bambini e bambine si desteranno prima del tempo. O, du fröhliche Zeit!
Anche in Francia, anche in Inghilterra avverrà lo stesso. Viva la Francia, viva l’Inghilterra! Viva la nostra bandiera che è la più bella di tutte.
Ah, pini di Turingia! Come le mortelle nella selva dove Polidoro fu trucidato, gemevano sangue, così voi, pini di Turingia, così voi, alberi del santo Natale, poteste parlare agli uomini col terrore del miracolo.
Auri sacra fames! Ed è per questa ragione, appunto è per la insaziata sete dell’oro che Polinestore trucidò Polidoro.
E per quale ragione gli antichi favoleggiavano i portenti, come le voci misteriose e grandi udite nei mari e nelle selve, come il sangue che piove, come i fantasmi?
Per trattenere un po’ la ferocia dell’uomo dal mal fare, col mezzo dello spavento. Ma la scienza ha fatto volatilizzare lo spavento. È rimasto il mal fare e l’auri sacra fames!
Noi credevamo bella e buona cosa estrarre dai poeti questi precetti; esprimere dalle loro finzioni queste verità; ma noi abbiamo consumato invano la età nostra; e le nostre mani piene di mosche sono qui per dimostrare.
E poi che dico? Mal fare? Auri sacra fames? Vecchie litanie. Sono semplici propulsori della vita.
Però, in tal caso, al diavolo anche i poeti ed un po’ anche la vita!
– No, cara, dormi. E ancora notte profonda.
– Mi sembra – dice Titì – di vedere il sole.
– Ma non esiste più sole.
È ben terribile! Ma anche una fra le cose più care e pure del mondo, come vedere l’aspetto dei propri figli, non interessa più.
*
25 decembre
Cesarino è un bambolino tutto roseo e ben sveglio: vicino di casa. Ha tre anni e mezzo. Egli ai dì passati ha dato le botte alla Titì ed anche i morseghi; sotto questo ragionevole pretesto, come ebbe a dichiararmi con la maggior serietà, – ché è un uomo e gli uomini vanno a pestar le donne. Ma adesso più, perché adesso sono già grande come un metro.
Egli è dunque venuto (ore dieci) a trovare Titì ed a mostrare i doni che gli ha portato, la notte di Natale, Bambin Gesù: un bambin Gesù molto bellicoso, Perché Cesarino risultava di una comicità irresistibile: la sua testolina tonda è sottratta per metà da un piumato cappello alla bersaglierà: zaino con la tenda affardellata che gli fa sporgere la pancia ritondetta; gavetta, tromba, fucile; e tutta questa armatura sopra un grembiule bianco bianco, da cui escono due pantofoline rosse.
Ha dato spiegazioni sui doni del Bambin Gesù, e poi si è seduto in una seggiolina di vimini sotto l’albero di Natale e guarda in su le melarance appese, i torroncini, i fondants.
– Cesarino, tu, dunque, vuoi andare alla guerra?
– Sì, sont preparaa, ghe manca nient; – ma è distratto Perché guarda in su, l’albero di Natale.
Sua mamma non solo lo ha armato, ma lo ha lavato così bene che colorito e fresco come è, pare un fondant di rosa.
Hai anche la gavetta, Cesarino?
Sì, per la pasta sutta.
(un’impressione dal vero. Sotto le nostre finestre stanno schiere di miserabili con gamelle, bidoni, in attesa della pasta asciutta che i soldati della caserma dànno a loro con una disgustevole generosità; Perché o i soldati sono irragionevolmente pretensiosi o la pasta è immangiabile: due cose che non dovrebbero essere).
– Ma tu hai anche lo schioppo, Cesarino!
– Adess sont minga bon de sparà. Ma impararoo.
Cesarino è un bambolino tutto roseo e ben sveglio: vicino di casa. Ha tre anni e mezzo. Egli ai dì passati ha dato le botte alla Titì ed anche i morseghi; sotto questo ragionevole pretesto, come ebbe a dichiararmi con la maggior serietà, – ché è un uomo e gli uomini vanno a pestar le donne. Ma adesso più, perché adesso sono già grande come un metro.
Egli è dunque venuto (ore dieci) a trovare Titì ed a mostrare i doni che gli ha portato, la notte di Natale, Bambin Gesù: un bambin Gesù molto bellicoso, Perché Cesarino risultava di una comicità irresistibile: la sua testolina tonda è sottratta per metà da un piumato cappello alla bersaglierà: zaino con la tenda affardellata che gli fa sporgere la pancia ritondetta; gavetta, tromba, fucile; e tutta questa armatura sopra un grembiule bianco bianco, da cui escono due pantofoline rosse.
Ha dato spiegazioni sui doni del Bambin Gesù, e poi si è seduto in una seggiolina di vimini sotto l’albero di Natale e guarda in su le melarance appese, i torroncini, i fondants.
– Cesarino, tu, dunque, vuoi andare alla guerra?
– Sì, sont preparaa, ghe manca nient; – ma è distratto Perché guarda in su, l’albero di Natale.
Sua mamma non solo lo ha armato, ma lo ha lavato così bene che colorito e fresco come è, pare un fondant di rosa.
Hai anche la gavetta, Cesarino?
Sì, per la pasta sutta.
(un’impressione dal vero. Sotto le nostre finestre stanno schiere di miserabili con gamelle, bidoni, in attesa della pasta asciutta che i soldati della caserma dànno a loro con una disgustevole generosità; Perché o i soldati sono irragionevolmente pretensiosi o la pasta è immangiabile: due cose che non dovrebbero essere).
– Ma tu hai anche lo schioppo, Cesarino!
– Adess sont minga bon de sparà. Ma impararoo.
*
– Cesarino, Cesarino, se tu dovessi sul serio esser chiamato sotto le armi, la madre tua non ti avrebbe certo fatto trovare questi doni del Santo Natale.
Eppure la tua buona mamma è saggia e cosciente.
Cesarino, Cesarino con le pantofoline rosse, per non sentir freddo, nei campi gelidi dove i figli non vedranno più i vecchi padri, e i padri non vedranno più i piccoli figli, si semina nel sangue anche per te, Cesarino, nato appena.
Si semina pei nascituri, e voi raccoglierete la messe.
Mettiamo le cose a posto, Cesarino! Cesarino, non guardare le melarance, gli aurei pomi del giardino delle Esperidi. Senti! Sai tu la poesia di Natale?
– Sì, la so:
Per la notte di Natale
È venuto un bel bambino....
– No, Cesarino, questa è una falsa poesia del Natale. Senti quella vera, che pure è di un poeta cristiano-cattolico come Alessandro Manzoni:
……………………….Una feroce
Forza il inondo possiede e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l’ingiustizia: i padri l’hanno
Coltivata col sangue; e omai la terra
Altra messe non dà.
Cesarino mi guarda con occhi imbambolati.
Caro Cesarino, anche molti uomini che si dicono saggi e grandi, la capiscono come te questa cantilena.
– Cesarino, Cesarino, se tu dovessi sul serio esser chiamato sotto le armi, la madre tua non ti avrebbe certo fatto trovare questi doni del Santo Natale.
Eppure la tua buona mamma è saggia e cosciente.
Cesarino, Cesarino con le pantofoline rosse, per non sentir freddo, nei campi gelidi dove i figli non vedranno più i vecchi padri, e i padri non vedranno più i piccoli figli, si semina nel sangue anche per te, Cesarino, nato appena.
Si semina pei nascituri, e voi raccoglierete la messe.
Mettiamo le cose a posto, Cesarino! Cesarino, non guardare le melarance, gli aurei pomi del giardino delle Esperidi. Senti! Sai tu la poesia di Natale?
– Sì, la so:
Per la notte di Natale
È venuto un bel bambino....
– No, Cesarino, questa è una falsa poesia del Natale. Senti quella vera, che pure è di un poeta cristiano-cattolico come Alessandro Manzoni:
……………………….Una feroce
Forza il inondo possiede e fa nomarsi
Dritto: la man degli avi insanguinata
Seminò l’ingiustizia: i padri l’hanno
Coltivata col sangue; e omai la terra
Altra messe non dà.
Cesarino mi guarda con occhi imbambolati.
Caro Cesarino, anche molti uomini che si dicono saggi e grandi, la capiscono come te questa cantilena.
*
I sacerdoti della guerra. 26 decembre
La guerra in primavera! È su le labbra di tutti. Dunque, gennaio, febbraio, marzo: tre mesi di vita. Chi ne sa niente? Non credo che l’Italia voglia la guerra: è il terreno, sono le sabbie mobili che franano verso la guerra. V’è chi dice che il Governo fa spese militari approfittando del silenzio a cui sono costretti i nostri padroni, i socialisti.
La gente però è come prima. Per Natale la gente ha mangiato torrone, mostarda, panettone, pan certosino; il Papa è stato sulle generali ultra-prudenti: ha detto in concistoro: Deh, cadano al suolo le armi fratricide! Il terreno si muove anche sotto i piedi di lui, pontefice, come degli altri uomini. L’umanità è quella che è; e Missiroli ha ragione quando scrive (Giornale d’Italia, 26 decembre), che Gesù sulla Croce è il simbolo eterno della tragedia dell’Umanità; è la tragedia del padre che si illude col suo sacrificio di risparmiare ai figli il tributo di dolore e di sangue. Nessuno sfugge al sacrificio della creazione.
Ben detto, caro Missiroli. Sono però cose osservate ad una quota di tremila metri d’altezza; e per giunta non si tratta di una novità. Tanto è vero che Origene per non perpetuare questo stato di cose escogitò un tragico e grottesco rimedio; tanto è vero che il perfetto asceta è l’uomo che non si riproduce, e tutto questo va d’accordo col Leopardi e con lo Schopenhauer, i quali nell’abolizione della specie videro il solo rimedio al dolore umano.
Sì, caro Missiroli, va bene: il guerriero in tutte le religioni è messo accanto al sacerdote perché la guerra è un modo di servire Iddio. Ma, in tale caso, caro Missiroli, noi varchiamo la frontiera ed entriamo in Germania, e lei, caro Missiroli, finisce col parlarmi il preciso linguaggio del generale von Bernhardi; cioè va in cerca di una teoria giustificatrice; un’alta sanzione.
Ed allora si finisce col ricavare anche dal Vangelo di Cristo la propria giustificazione, dove Cristo dice: Non sono venuto a portare la pace ma la guerra.
Ma bisogna intendere, non fraintendere. Cristo vuol significare tutta un’inversione dei valori umani. Perché non conviene dimenticare che Cristo parlò nel tempo del più gran fiore della civiltà romana.
Caro Missiroli, quale è, in coscienza, la inversione dei valori umani che la Germania promette al mondo? La organizzazione perfetta? La regolarizzazione statale di ogni umana produzione? «Io farò i pupi di stoffa, tu li farai di biscuit, lui farà le casse forti, noi faremo i titoli da mettere nelle casse forti; voi elencherete in archivio le varianti e le glosse dei poeti, coloro faranno musica o lampadine. Operai tutti, con stabilite mercedi, ognuno farà il suo lavoro, i monteurs metteranno insieme i pezzi della gran macchina sociale»; e poi? A chi, a che servirà la faticosa macchina? Potrà essa mai rivaleggiare col canto del rosignolo? col giglio dei campi? con l’aurora? E quale colossale sistema filosofico alla germanica, rivaleggerà coi semplici miti di Sisifo e delle Danaidi?
Ma sia pur codesto l’ideale! Lo accetteremo, come sino ad ora abbiamo accettato gli abiti di taglio inglese, le scarpe storte e col bugno degli Americani. Caro Missiroli, c’era bisogno della guerra, e di che feroce guerra per tutto cotesto?
Oppure è un popolo, il Germanico, che vuole ridurre gli altri popoli al suo diretto servizio? Ma l’esperimento è già stato fatto nell’antica terra degli esperimenti, l’Ellade; ed in verità i Dori, gli orgogliosi discendenti di Ercole, hanno col terrore e con la perfetta organizzazione ridotto i popoli a loro soggetti in condizioni di Iloti. E poi? E poi non hanno vinto la gran battaglia del mondo. Minerva soltanto ha vinto.
Il mondo procede per rivoluzioni, e sia pure se altrimenti non può essere: io posso convenire che l’umanità è fatta così, è quella che è, ha bisogno di essere arata anche lei come un vecchio maggese: ma da questo a legittimare con la religione le nefandezze a cui noi assistiamo, ci corre.
La guerra in primavera! È su le labbra di tutti. Dunque, gennaio, febbraio, marzo: tre mesi di vita. Chi ne sa niente? Non credo che l’Italia voglia la guerra: è il terreno, sono le sabbie mobili che franano verso la guerra. V’è chi dice che il Governo fa spese militari approfittando del silenzio a cui sono costretti i nostri padroni, i socialisti.
La gente però è come prima. Per Natale la gente ha mangiato torrone, mostarda, panettone, pan certosino; il Papa è stato sulle generali ultra-prudenti: ha detto in concistoro: Deh, cadano al suolo le armi fratricide! Il terreno si muove anche sotto i piedi di lui, pontefice, come degli altri uomini. L’umanità è quella che è; e Missiroli ha ragione quando scrive (Giornale d’Italia, 26 decembre), che Gesù sulla Croce è il simbolo eterno della tragedia dell’Umanità; è la tragedia del padre che si illude col suo sacrificio di risparmiare ai figli il tributo di dolore e di sangue. Nessuno sfugge al sacrificio della creazione.
Ben detto, caro Missiroli. Sono però cose osservate ad una quota di tremila metri d’altezza; e per giunta non si tratta di una novità. Tanto è vero che Origene per non perpetuare questo stato di cose escogitò un tragico e grottesco rimedio; tanto è vero che il perfetto asceta è l’uomo che non si riproduce, e tutto questo va d’accordo col Leopardi e con lo Schopenhauer, i quali nell’abolizione della specie videro il solo rimedio al dolore umano.
Sì, caro Missiroli, va bene: il guerriero in tutte le religioni è messo accanto al sacerdote perché la guerra è un modo di servire Iddio. Ma, in tale caso, caro Missiroli, noi varchiamo la frontiera ed entriamo in Germania, e lei, caro Missiroli, finisce col parlarmi il preciso linguaggio del generale von Bernhardi; cioè va in cerca di una teoria giustificatrice; un’alta sanzione.
Ed allora si finisce col ricavare anche dal Vangelo di Cristo la propria giustificazione, dove Cristo dice: Non sono venuto a portare la pace ma la guerra.
Ma bisogna intendere, non fraintendere. Cristo vuol significare tutta un’inversione dei valori umani. Perché non conviene dimenticare che Cristo parlò nel tempo del più gran fiore della civiltà romana.
Caro Missiroli, quale è, in coscienza, la inversione dei valori umani che la Germania promette al mondo? La organizzazione perfetta? La regolarizzazione statale di ogni umana produzione? «Io farò i pupi di stoffa, tu li farai di biscuit, lui farà le casse forti, noi faremo i titoli da mettere nelle casse forti; voi elencherete in archivio le varianti e le glosse dei poeti, coloro faranno musica o lampadine. Operai tutti, con stabilite mercedi, ognuno farà il suo lavoro, i monteurs metteranno insieme i pezzi della gran macchina sociale»; e poi? A chi, a che servirà la faticosa macchina? Potrà essa mai rivaleggiare col canto del rosignolo? col giglio dei campi? con l’aurora? E quale colossale sistema filosofico alla germanica, rivaleggerà coi semplici miti di Sisifo e delle Danaidi?
Ma sia pur codesto l’ideale! Lo accetteremo, come sino ad ora abbiamo accettato gli abiti di taglio inglese, le scarpe storte e col bugno degli Americani. Caro Missiroli, c’era bisogno della guerra, e di che feroce guerra per tutto cotesto?
Oppure è un popolo, il Germanico, che vuole ridurre gli altri popoli al suo diretto servizio? Ma l’esperimento è già stato fatto nell’antica terra degli esperimenti, l’Ellade; ed in verità i Dori, gli orgogliosi discendenti di Ercole, hanno col terrore e con la perfetta organizzazione ridotto i popoli a loro soggetti in condizioni di Iloti. E poi? E poi non hanno vinto la gran battaglia del mondo. Minerva soltanto ha vinto.
Il mondo procede per rivoluzioni, e sia pure se altrimenti non può essere: io posso convenire che l’umanità è fatta così, è quella che è, ha bisogno di essere arata anche lei come un vecchio maggese: ma da questo a legittimare con la religione le nefandezze a cui noi assistiamo, ci corre.
*
28 decembre
Goffredo Bellonci rincara oggi (Giornale d’Italia) la dose di Missiroli. Pare impossibile che uomini della elevatezza d’ingegno di Bellonci e di Missiroli possano esaltare simile filosofia. La Guerra, un dramma divino. Ma sì!
E se lo dice Nietzsche? e se lo dice il professor Gentile, che importa? Nietzsche maestro terribile. Caro Bellonci, Nietzsche maestro infelice. Crede lei che Nietzsche, tornando al mondo – dove tanto si macerò per aver pochi lettori dei suoi libri –, sarebbe proprio felice di avere, non dirò tanti lettori, ma così immenso pubblico quale ha adesso in Germania? Crede lei che Nietzsche godrebbe alla parodia della Cena di Cristo, sulla quale invece dell’Agnus Dei qui tollit peccata mundi, c’era un’aquila che col rostro e con gli artigli ghermiva il povero agnello?
Io credo di no.
A volte mi pare di pensare il pensiero di Nietzsche. Stia a sentire, Bellonci, e se sbaglio mi corregga. La ricorda lei la storia della mamma dei gatti, una vecchia che adorava gatti, i gattini, i gattacci, e viveva per loro amore in un sudiciume ributtante, e li nutriva di ogni delicatezza?
Quando la vecchiarda morì, fu trovata divorata dai gatti; e gatti, gattoni, gattacci spauriti e feroci nella camera, sì che le guardie che vi penetrarono, dovettero ucciderli.
Quando il mio gattino – grazioso, sa! – mi viene da presso, ecco che mi risorge in mente la storia della mamma dei gatti. E allora invece di offrire un bocconcino squisito al gattino, gli offro un calcio. Animale intelligente, il gatto, ma immutabile e antipatico, Nietzsche deve aver pensato: «Che non sia possibile rompere questo ciclo spaventoso dei gatti?»
Ed ideò il vasto superuomo. E, scusi. Dante non ideò il Duce, il Veltro generoso, l’Uccisor della fuja?
E sempre il medesimo sogno messianiaco, che insegue i gatti, come il veltro insegue la lupa.
Gli ammiratori del Nietzsche non sono che gatti con baffi spaventevoli.
Ieri – dalle vetrate di un caffè – vedevo passare questi numeri anonimi dell’umanità. Una terribile domanda mi assaliva: «Sono necessari questi numeri umani?».
Non lo so! Certo come il maggese ha bisogno dell’aratro potente che rompa e scavi e rinnovi, così questa compatta massa umana ha bisogno di una forza brutale che la rinnovi dall’esterno, perché rinnovarsi dalle sue viscere non può: rivoluzione, e guerra. Ma la guerra dramma divino, proprio non direi.
Quanto poi ai filosofi vivi – Perché Nietzsche è un filosofo morto – aspettiamoli a giudicare il giorno che lasceranno il loro studio agevole per la trincea.
La conclusione poi del suo scritto, Bellonci, è indubbiamente bella, ma io non la sottoscriverei. Ella dice:
E colui che ci muove a combattere non si chiama (sciocchezze!) Guglielmo II; si chiama Dio.
Frase per frase, mi pare più orientale, più bella quella di Enver pascià, nel suo bando della guerra santa: Il paradiso è all’ombra delle spade.
Goffredo Bellonci rincara oggi (Giornale d’Italia) la dose di Missiroli. Pare impossibile che uomini della elevatezza d’ingegno di Bellonci e di Missiroli possano esaltare simile filosofia. La Guerra, un dramma divino. Ma sì!
E se lo dice Nietzsche? e se lo dice il professor Gentile, che importa? Nietzsche maestro terribile. Caro Bellonci, Nietzsche maestro infelice. Crede lei che Nietzsche, tornando al mondo – dove tanto si macerò per aver pochi lettori dei suoi libri –, sarebbe proprio felice di avere, non dirò tanti lettori, ma così immenso pubblico quale ha adesso in Germania? Crede lei che Nietzsche godrebbe alla parodia della Cena di Cristo, sulla quale invece dell’Agnus Dei qui tollit peccata mundi, c’era un’aquila che col rostro e con gli artigli ghermiva il povero agnello?
Io credo di no.
A volte mi pare di pensare il pensiero di Nietzsche. Stia a sentire, Bellonci, e se sbaglio mi corregga. La ricorda lei la storia della mamma dei gatti, una vecchia che adorava gatti, i gattini, i gattacci, e viveva per loro amore in un sudiciume ributtante, e li nutriva di ogni delicatezza?
Quando la vecchiarda morì, fu trovata divorata dai gatti; e gatti, gattoni, gattacci spauriti e feroci nella camera, sì che le guardie che vi penetrarono, dovettero ucciderli.
Quando il mio gattino – grazioso, sa! – mi viene da presso, ecco che mi risorge in mente la storia della mamma dei gatti. E allora invece di offrire un bocconcino squisito al gattino, gli offro un calcio. Animale intelligente, il gatto, ma immutabile e antipatico, Nietzsche deve aver pensato: «Che non sia possibile rompere questo ciclo spaventoso dei gatti?»
Ed ideò il vasto superuomo. E, scusi. Dante non ideò il Duce, il Veltro generoso, l’Uccisor della fuja?
E sempre il medesimo sogno messianiaco, che insegue i gatti, come il veltro insegue la lupa.
Gli ammiratori del Nietzsche non sono che gatti con baffi spaventevoli.
Ieri – dalle vetrate di un caffè – vedevo passare questi numeri anonimi dell’umanità. Una terribile domanda mi assaliva: «Sono necessari questi numeri umani?».
Non lo so! Certo come il maggese ha bisogno dell’aratro potente che rompa e scavi e rinnovi, così questa compatta massa umana ha bisogno di una forza brutale che la rinnovi dall’esterno, perché rinnovarsi dalle sue viscere non può: rivoluzione, e guerra. Ma la guerra dramma divino, proprio non direi.
Quanto poi ai filosofi vivi – Perché Nietzsche è un filosofo morto – aspettiamoli a giudicare il giorno che lasceranno il loro studio agevole per la trincea.
La conclusione poi del suo scritto, Bellonci, è indubbiamente bella, ma io non la sottoscriverei. Ella dice:
E colui che ci muove a combattere non si chiama (sciocchezze!) Guglielmo II; si chiama Dio.
Frase per frase, mi pare più orientale, più bella quella di Enver pascià, nel suo bando della guerra santa: Il paradiso è all’ombra delle spade.
*
Ma e poi? La causa di questa guerra, dramma divino? Perché se vogliamo proprio elevare dio Sabaot, il dio degli eserciti, al grado di generalissimo, bisognerà bene trovare qualche causa rispettabile, se no ci fa cattiva figura Dio, ed anche noi.
Per esempio, la Germania la quale dice: «sì, è vero, io sono grandissima nazione, ma per fini e scopi, che mi riservo di precisare in seguito, voglio essere la padrona del mondo, et ultra, mediante gli Zeppelin ed altre Maschinen di carne, di acciaio, di guttaperca», ecco un motivo, se non bello, certo degno di metterci a capo il dio Sabaot.
Ed anche il rimanente mondo che risponde, «noi non vogliamo stare soggetti alle Maschinen», è anch’esso un bel motivo. Dio Sabaot può comandare con onore ambedue le cause in conflitto, come Zeus, in Omero, dirige tanto le schiere dei troiani quanto quelle dei greci.
(Unica differenza tra Omero e i filosofi moderni, che Omero non dice mai guerra, uguale a dramma divino).
Ma, ripeto, è sempre un motivo grandioso, degno del dio degli Eserciti.
Anche l’onorevole prof. Ugo Ancona, educato in Germania (come egli scrive nel Giornale d’Italia del 27 decembre) e professore di macchine nel nostro Politecnico, uomo così positivo che sarebbe un’offesa dubitare, così scrive dei Germani:
«Essi non si accontentarono che la Germania fosse una grande, anzi una grandissima nazione, cosa che nessuno che non sia pazzo ha mai né potrà mai contendere, qualunque sia l’esito della guerra. Essi volevano l’egemonia del mondo. Ora siccome per questa egemonia non c’è assolutamente alcun motivo, mentre ce ne sono molti e gravi per impedirla, così il mondo a buon diritto ha risposto: grande nazione sì, ma padrona del mondo, no!».
E così siamo alla spaventosa guerra: chiniamo il capo e stiamoci, e lasciamo il Dio Sabaot decidere.
Ma e poi? La causa di questa guerra, dramma divino? Perché se vogliamo proprio elevare dio Sabaot, il dio degli eserciti, al grado di generalissimo, bisognerà bene trovare qualche causa rispettabile, se no ci fa cattiva figura Dio, ed anche noi.
Per esempio, la Germania la quale dice: «sì, è vero, io sono grandissima nazione, ma per fini e scopi, che mi riservo di precisare in seguito, voglio essere la padrona del mondo, et ultra, mediante gli Zeppelin ed altre Maschinen di carne, di acciaio, di guttaperca», ecco un motivo, se non bello, certo degno di metterci a capo il dio Sabaot.
Ed anche il rimanente mondo che risponde, «noi non vogliamo stare soggetti alle Maschinen», è anch’esso un bel motivo. Dio Sabaot può comandare con onore ambedue le cause in conflitto, come Zeus, in Omero, dirige tanto le schiere dei troiani quanto quelle dei greci.
(Unica differenza tra Omero e i filosofi moderni, che Omero non dice mai guerra, uguale a dramma divino).
Ma, ripeto, è sempre un motivo grandioso, degno del dio degli Eserciti.
Anche l’onorevole prof. Ugo Ancona, educato in Germania (come egli scrive nel Giornale d’Italia del 27 decembre) e professore di macchine nel nostro Politecnico, uomo così positivo che sarebbe un’offesa dubitare, così scrive dei Germani:
«Essi non si accontentarono che la Germania fosse una grande, anzi una grandissima nazione, cosa che nessuno che non sia pazzo ha mai né potrà mai contendere, qualunque sia l’esito della guerra. Essi volevano l’egemonia del mondo. Ora siccome per questa egemonia non c’è assolutamente alcun motivo, mentre ce ne sono molti e gravi per impedirla, così il mondo a buon diritto ha risposto: grande nazione sì, ma padrona del mondo, no!».
E così siamo alla spaventosa guerra: chiniamo il capo e stiamoci, e lasciamo il Dio Sabaot decidere.
*
Ma no! Non c’è un uomo positivo che non ne trovi uno anche più positivo; per esempio il prof. Achille Loria, economista e sociologo dell’Ateneo Torinese.
Egli in una sua conferenza (Milano, Università Popolare, 28 decembre) ha «criticamente vagliate – come leggo nel Secolo – le spiegazioni che comunemente si dànno dell’attuale immenso conflitto».
La prava volontà dei re, imperatori, ecc.? No!
La preparazione guerresca della Germania? No!
Contrasto di razze o gruppi etnici? No!
Contrasto fra l’assolutismo statale o social- imperialismo germanico e liberalismo democratico? No!
Rivalità industriale e commerciale fra Inghilterra e Germania? Piuttosto.... no!
La causa prima, efficiente, sostanziale, afferma il dotto economista, si deve ricercare in una depressione del profitto capitalista, (supponiamo di un ³/₁₀₀ invece del ¹⁰/₁₀₀).
Il capitale trovando in patria soltanto il 3 per cento, cerca il 10 per cento, espandendosi nelle terre non ancora entrate nell’orbita della civiltà industriale. I capitalismi, cioè, si vengono ad urtare e cercano di distruggersi a vicenda. Ecco tutto.
Ed il rimedio? La guarigione? Eccola:
«La guarigione non potrà avvenire se non per effetto dell’instaurarsi nel mondo di una economia superiore, che sarà anche una superiore civiltà, e dalla quale soltanto avrà principio una nuova forma indefettibile di progresso umano, illuminata dal raggio mite della pace»
Così è finita la conferenza del prof. Loria: è finita, ma – come si può vedere – spunta il Sol dell’avvenir.
Ma no! Non c’è un uomo positivo che non ne trovi uno anche più positivo; per esempio il prof. Achille Loria, economista e sociologo dell’Ateneo Torinese.
Egli in una sua conferenza (Milano, Università Popolare, 28 decembre) ha «criticamente vagliate – come leggo nel Secolo – le spiegazioni che comunemente si dànno dell’attuale immenso conflitto».
La prava volontà dei re, imperatori, ecc.? No!
La preparazione guerresca della Germania? No!
Contrasto di razze o gruppi etnici? No!
Contrasto fra l’assolutismo statale o social- imperialismo germanico e liberalismo democratico? No!
Rivalità industriale e commerciale fra Inghilterra e Germania? Piuttosto.... no!
La causa prima, efficiente, sostanziale, afferma il dotto economista, si deve ricercare in una depressione del profitto capitalista, (supponiamo di un ³/₁₀₀ invece del ¹⁰/₁₀₀).
Il capitale trovando in patria soltanto il 3 per cento, cerca il 10 per cento, espandendosi nelle terre non ancora entrate nell’orbita della civiltà industriale. I capitalismi, cioè, si vengono ad urtare e cercano di distruggersi a vicenda. Ecco tutto.
Ed il rimedio? La guarigione? Eccola:
«La guarigione non potrà avvenire se non per effetto dell’instaurarsi nel mondo di una economia superiore, che sarà anche una superiore civiltà, e dalla quale soltanto avrà principio una nuova forma indefettibile di progresso umano, illuminata dal raggio mite della pace»
Così è finita la conferenza del prof. Loria: è finita, ma – come si può vedere – spunta il Sol dell’avvenir.
*
I resoconti dei giornali parlano di ovazioni e del più sincero entusiasmo da parte della folla straordinaria che assisteva alla magnifica conferenza, la quale folla doveva essere la stessa, né più né meno, che assisteva alle conferenze di tanti anni fa di Guglielmo Ferrero, quando dimostrava come la guerra non era altro che un fenomeno dovuto alle vecchie società a base militarista ed a base teocratica, mentre con la nuova civiltà a base industriale avremmo goduta perpetua pace.
Oggi però appare, per esperimento, che anche la civiltà industriale è apportatrice di guerre come le vecchie società teocratiche e militaresche.
Ma vi pare, se così è come afferma l’illustre prof. Loria, che per un 3 invece del 10 per cento, si debba tornare a disturbare Sabaot, il Dio degli eserciti? Vi pare, amici Bellonci e Missiroli?
Per la gara della bellezza di tre belle donne capisco come sia avvenuta la guerra di Troia, e lo capiva anche il vecchio Priamo e gli altri saggi vecchioni, quando all’apparire di Elena dicevano:
No, che tanti travagli, anni di sangue
Non volge indegnamente Argo né Troia
Per lei che inver vien tutta Dea, com’una
Delle create in ciel belle immortali.
Ma per un 3 invece di un 10 per cento, vi pare?
I resoconti dei giornali parlano di ovazioni e del più sincero entusiasmo da parte della folla straordinaria che assisteva alla magnifica conferenza, la quale folla doveva essere la stessa, né più né meno, che assisteva alle conferenze di tanti anni fa di Guglielmo Ferrero, quando dimostrava come la guerra non era altro che un fenomeno dovuto alle vecchie società a base militarista ed a base teocratica, mentre con la nuova civiltà a base industriale avremmo goduta perpetua pace.
Oggi però appare, per esperimento, che anche la civiltà industriale è apportatrice di guerre come le vecchie società teocratiche e militaresche.
Ma vi pare, se così è come afferma l’illustre prof. Loria, che per un 3 invece del 10 per cento, si debba tornare a disturbare Sabaot, il Dio degli eserciti? Vi pare, amici Bellonci e Missiroli?
Per la gara della bellezza di tre belle donne capisco come sia avvenuta la guerra di Troia, e lo capiva anche il vecchio Priamo e gli altri saggi vecchioni, quando all’apparire di Elena dicevano:
No, che tanti travagli, anni di sangue
Non volge indegnamente Argo né Troia
Per lei che inver vien tutta Dea, com’una
Delle create in ciel belle immortali.
Ma per un 3 invece di un 10 per cento, vi pare?
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E se, supponiamo, giacché nel campo delle supposizioni è pur lecito stare, se la Germania, io non so quando, ma un giorno, vedendo la partita o troppo pericolosamente lunga, o di incerta fine, convocasse l’ombra di Bismarck, e questo grande consigliere consigliasse così: «faccia, nel secolo XX, Guglielmo imperatore con Nicola czar delle Russie quello che il Gran Federico di Hohenzollern, nel secolo XVIII, ridotto allo stremo nella guerra dei sette anni fece con Caterina di Russia», cioè se Germania e Russia trovassero che hanno da fare ancora molto cammino insieme, dove va a finire la guerra, dramma divino?
E se, supponiamo, giacché nel campo delle supposizioni è pur lecito stare, se la Germania, io non so quando, ma un giorno, vedendo la partita o troppo pericolosamente lunga, o di incerta fine, convocasse l’ombra di Bismarck, e questo grande consigliere consigliasse così: «faccia, nel secolo XX, Guglielmo imperatore con Nicola czar delle Russie quello che il Gran Federico di Hohenzollern, nel secolo XVIII, ridotto allo stremo nella guerra dei sette anni fece con Caterina di Russia», cioè se Germania e Russia trovassero che hanno da fare ancora molto cammino insieme, dove va a finire la guerra, dramma divino?