Illustrazione Italiana, 10 gennaio 1915
Il marchese Ludovico Trotti e la Valtellina nel 1859
Nel febbraio 1859 il marchese Trotti, che aveva fatto la campagna del 1848 con l’esercito piemontese, come sottotenente d’artiglieria, ed era già padre di tre bambine, emigrava clandestinamente a Torino, per arruolarsi di nuovo nell’esercito regolare.
Il 15 giugno 1859 (cioè 11 giorni dopo la battaglia di Magenta) il colonnello Sanfront e il capitano di cavalleria Lodovico Trotti, entrambi addetti alla Casa militare di Vittorio Emanuele, arrivarono a Sondrio, espressamente inviati dal Quartier generale del Re per riferire esattamente intorno alla situazione militare in Valtellina.
Questa provincia era insorta agli ultimi di maggio, subito dopo le vittorie garibaldine di Varese e di San Fermo (25 e 27 maggio), e in quel primo periodo più pericoloso ne tenne il governo come Commissario Regio, dal l° al 20 giugno, un giovine gentiluomo di alti sensi patriotici, Giovanni Visconti Venosta, degno fratello di Emilio. Validamente aiutato da probi ed esperti cittadini, patrioti a tutta prova, e sorretto dalla concorde risolutezza di tutta la popolazione, Gino Visconti aveva saputo organizzare saldamente la difesa contro le truppe austriache che tenevano Bormio, opponendo loro un battaglione di volontari valtellinesi (guardie nazionali), di cui poco dopo, cioè l’8 giugno, assunse il comando il capitano garibaldino Francesco Montanari, espressamente inviato da Garibaldi.
I due ufficiali dell’esercito regolare – i primi che siano stati visti in Valtellina – ispezionarono minutamente le difese apprestate nell’alta valle, a Tresenda, al ponte di Grosio e al ponte del Diavolo (Serra di Morignone). Riconobbero urgente l’invio di forze regolari per difendere quelle importanti posizioni, che gli Austriaci minacciavano da Bormio e da Edolo (agli sbocchi dei passi dello Stelvio e del Tonale).
Il primo risultato della missione Sanfront- Trotti fu l’invio in Valtellina (22 giugno) di tre compagnie di un reggimento della Brigata Regina, la quale sotto gli ordini del generale Cialdini era stata scaglionata nelle valli bresciane, lungo i confini fronteggianti il Trentino. Quelle tre compagnie di regolari, che rafforzavano così provvidamente il battaglione valtellinese, erano agli ordini del maggiore Manassero e del colonnello di Stato Maggiore Ricci.
A tali forze si aggiunse poi, il 24 giugno, una colonna d’avanguardia del Corpo di Garibaldi, comandata dal tenente-colonnello Medici. Questi si accampò a Tresenda, per tenere anche il valico dell’Aprica che congiunge la Valtellina colla Valcamonica, e mandò una mezza compagnia de’ suoi garibaldini agli avamposti, in rinforzo del battaglione valtellinese.
Tali truppe, trincerate al ponte del Diavolo, furono vigorosamente attaccate il 26 giugno da alcune compagnie di Austriaci, scesi da Bormio. S’impegnò un vivo combattimento che durò un paio d’ore e finì con la rotta del nemico, che fu costretto a ritirarsi su Bormio.
Parte dei nostri volontari, un centinaio circa, non erano ancora armati; ma accorsero essi pure e arrampicatisi sulle falde scoscese del monte che sta di fianco alla strada postale, presero a far rotolare sassi e a staccar pezzi di macigni mandandoli giù per la china, obbligando così i nemici ora a ritirarsi, ora a cercar riparo contro quella valanga di pietre. Questi montanari senz’armi – scrive Gino Visconti – decisero forse il buon risultato del combattimento.
Il giorno 2 luglio il capitano Trotti ritornava in Valtellina, mandatovi di nuovo dal Quartier generale per assumere informazioni circa i forti concentramenti di truppe che si dicevano avvenuti nel Tirolo ai confini italiani. Enrico Guicciardi, che il 21 giugno aveva assunto l’ufficio di Intendente (cioè di Prefetto) della provincia, conferitogli dal conte di Cavour, poté presto rispondere che quelle truppe austriache erano corpi reduci da Solferino, riuniti in quei luoghi per esservi riordinati.
Una curiosità storico-aneddotica. Le informazioni segrete che Giovanni Visconti-Venosta, e poi Enrico Guicciardi, si procuravano, per trasmetterle al Quartier generale del Re, sui movimenti delle truppe austriache nell’Alto Adige, erano fornite da un egregio e modesto patriota tiranese, l’avvocato conte Giovanni Salis-Sintzer (il quale nel 1866 comandò una compagnia nella valorosa legione di Guardia nazionale che guidata dal colonnello Guicciardi difese così brillantemente l’Alta Valtellina, sconfiggendo gli Austriaci e obbligandoli a ritirarsi sul giogo dello Stelvio). Il Salis seppe organizzare benissimo questo servizio d’informazioni, per mezzo di vecchi militari valtellinesi che avevano servito nei reggimenti austriaci, che conoscevano la lingua tedesca e i paesi del Tirolo, ed erano in grado di dare informazioni sicure e precise.
Scrive Giovanni Visconti-Venosta nel suo bel libro Ricordi di gioventù, da cui sono tolte queste notizie: «Ricordo che quello spionaggio costò al mio amico Salis tremila lire, e che non so quale autorità competente burocratica voleva poi addossarla a lui, o al Commissario Regio, ossia a me: ma per fortuna un Ministro, non della Guerra, ma dell’Interno, credette alla mia parola e il Salis fu rimborsato».