Illustrazione Italiana, 10 gennaio 1915
Corriere. I gloriosi Garibaldini caduti in Francia. – L’Italia in Albania. – Salandra Collare dell’Annunziata. – La sottoscrizione nazionale per il miliardo. – I nuovi senatori. – Benedetto XV e i prigionieri inabili a combattere. – I consiglieri cattolici romani al Quirinale. – Nomi di vie e case grattacielo a Milano. – La neve, la Certosa di Pavia e Carlo Goldmark
È inutile. Fin che infuria la guerra, ogni altro fatto, ogni altro avvenimento – di quelli attorno ai quali il pubblico, la stampa si sarebbero interessati per settimane – è sopraffatto, è superato: la cronaca registra, ma i commenti, le discussioni sorvolano, passano. C’è ben altro, c’è la guerra!...
Ora essa tocca da vicino anche noi.
La giornata di Santo Stefano è stata nelle Argonne giornata di sangue italiano, di generosissimo sangue, versato per idealità di pensiero e di stirpe, accese ai ricordi più belli della nostra epopea nazionale!
Bruno Garibaldi, un bellissimo giovine – bello della bellezza ideale che il leggendario Eroe impresse e trasmise a tutte le creature della sua anima e del suo sangue – è caduto eroicamente con quaranta italiani valorosi assalendo una trincea disputata tenacemente dai tedeschi. E per questi generosi martiri italiani dell’idea inestinguibile il verso del poeta: «Latin sangue gentile!...»
E mentre a Torino, a Genova, a Roma piegansi le bandiere, ed il popolo commosso porge tributo di rimpianto, di ammirazione e di fiori alla salma del gentile caduto:
«apri Roma immortale, apri le porte al dolce eroe che viene!...»
come dice il Poeta nell’Epodo a Giovanni Cairoli il telegrafo annunzia dalle Argonne sanguinose che un altro eroe giovine e bello, un altro nipote del grande Garibaldi, un altro figlio del valoroso Picciotti è caduto per l’idealità della vittoria latina contro la minacciante egemonia teutonica.
Prima Bruno, che aveva 26 anni; poi Costante, che ne aveva 25!... E con loro tutto un folto manipolo di valorosi, più pensosi di combattere e di morire, che di vincere, prodighi di se per l’Idea e per la libertà!...
Onore al loro spirito di sagrificio, alla loro gloriosa memoria!...
A quarantaquattro anni di distanza, quasi sulle medesime terre, sotto la medesima bandiera, con gli auspicii dello stesso glorioso nome, per l’Idea stessa, si ripete il sagrificio onde caddero Giorgio Imbriani, Peppino Cavallotti e tanto fiore di giovani vite italiane....
Fruttò allora quella generosità di sagrificio?... Seminò gratitudine?... Le due sorelle latine videro veramente risuggellata per sempre, e saldamente, la loro fratellanza da quel nobile sangue versato, da quel generoso olocausto?...
Sarà più propiziatore l’eroico sagrificio di quest’anno della gran guerra?... All’avvenire la risposta! Spargiamo di fiori le fosse dove riposano i giovani valorosi, caduti per nobile idea, ma non, purtroppo, per l’«alma terra natìa»!...
E in Albania che cosa succede?... Vallona ha acclamati i nostri bersaglieri come liberatori. A Durazzo Essad pascià si è rapidamente ritirato coi suoi sotto la pressione degl’insorti e ribelli, ostinati e minacciosi, salutati dagli shrapnells delle corazzate italiane!... Andiamo anche a Durazzo?... Risolviamo radicalmente una buona volta la questione albanese, dal punto di vista italiano? Sull’«altra sponda» la bandiera italiana è dunque piantata col motto dell’antico centurione romano: hic manebimus optime?...
Senza dubbio questo è il sentimento della grandissima maggioranza degl’italiani, anche di quelli che non amano le avventure, né i colpi di testa. I nostri interessi incalzanti sono sul mare – l’Adriatico è e deve rimanere nostro; da Vallona a Brindisi la zona della nostra influenza è evidente, è legittima; sorge dalle ragioni della storia e dagli stimoli degl’ interessi immediati. Le Potenze, del resto, sono oramai ben persuase di questo. In verità, hanno ben altro a cui attendere in così grave volgere di tempo; ma non v’ha dubbio che l’Italia ha saputo preparare diplomaticamente questa sua mossa, rispondente alle sue tradizioni ed ai suoi diritti. Concordi tutti su questo, aspettiamo con tranquilla, salda fiducia lo svolgersi degli avvenimenti. Se altro dovrà compiersi, si compirà; ma evitiamo ogni ingrata disputa, ogni pericolo di discordia.
Il Re ha dato ora al primo ministro Salandra un’altissima prova di simpatia, di fiducia – lo ha insignito del Collare dell’Ordine Supremo dell’Annunziata. È vero che ciò è in coincidenza col «lieto evento». Il presidente dei ministri, ministro per l’interno, funziona nelle solenni cerimonie battesimali della reale famiglia come notaio della Corona, ed è frequente che il Sovrano avvicini, avvinca a se col conferimento dell’Ordine Supremo il personaggio chiamato dall’ufficio a disimpegnare tali mansioni. Ma qui c’è qualche cosa di più che la lieta coincidenza. Qui c’è evidentemente la dimostrazione di simpatia e di fiducia verso un uomo che, nuovo alle responsabilità complessive del potere, si è trovato, anzi, si trova da sette mesi alla direzione della politica italiana fra una tempesta che non ha confronti nella storia di questi ultimi cinquant’anni, che pur videro tante tempeste.
I contemporanei non sempre hanno la visione chiara e precisa della portata degli avvenimenti ai quali partecipano. Quando «usciti fuor dal pelago alla riva» ci volgeremo a guardare, riconosceremo allora tutte le difficoltà gravissime, complesse fuori dalle quali il ministero di Antonio Salandra avrà dovuto trarre l’Italia, e l’avrà tratta con successo – auguriamo e speriamo!...
Anche il paese fa questo augurio ed esprime questa speranza sottoscrivendo con slancio ammirevole al prestito volontario per il miliardo. Non basta che si tratti di un buon impiego per trovarvi allettamento. I danari è sempre difficile farli tirar fuori delle casse private e delle tasche, anche se le promesse di reddito siano generose, quando dominano sulle menti le dubbiezze e le paure intorno al domani. Il successo della sottoscrizione quale si afferma in questi primi quattro giorni di pubblica sottoscrizione – superando già di alcune centinaia di milioni il miliardo – è la prova più limpida che il paese ha fiducia, e sente che gli uomini che gli hanno chiesti i suoi risparmi per valersene a rendere solida, resistente la situazione morale, politica, militare, economica dell’Italia, non sono capaci di spingere la Patria ad inutili rischi, e ad imprese e sagrifici che non siano assolutamente conformi ai suoi interessi incombenti ed al suo onore.
Questa è e deve essere ora di nobili cose e di alti sentimenti. Il Governo ed il Sovrano lo hanno detto anche coi due decreti di amnistia per i civili e per i militari, onde si è voluta fare opera di pacificazione, che rinsaldi in una bella concordia tutte le classi. E da tali ispirazioni elevate è uscita la nuova lista dei senatori – illustrata in questo numero – e in testa alla quale risplende un nome che è simbolo di gloria italiana in tutto il mondo – il nome di Guglielmo Marconi. L’immortale scienziato è il più giovine del Senato italiano – ha compita appena da otto mesi l’età statutaria – i quaranta anni. Accanto a lui per breve distanza di età, viene – nell’infornata attuale – il nome di un altro giovine energico, quello del dottor Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera. Anzi per una coincidenza alfabetica egli figura primo in quella che è stata detta la lista Marconi-Albertini. E vi figurano nomi veramente illustri – il Pitrè, il De Petra, il Chiappelli, il Ruffini, il Guidi, il Ferrero di Cambiano, il Tassoni, il Frizzi, il Ronco, il Wollemborg – tutti i diversi ed elevati rappresentanti di quanto in Italia sintetizza genialità d’iniziative, amore profondo di studi, fervore per la scienza, devozione fattiva alla beneficenza, visione e risolutezza nelle imprese. Vi è l’attesa ricompensa alle lunghe carriere; e vi è anche l’immancabile canonicato ai parlamentari ritiratisi o caduti nelle battaglie elettorali. Complessivamente sono trentaquattro nomi che, rispecchiando il pensiero e l’opinione italiana nella loro geniale sensibilità multiforme, non implicano nessuna accentuazione di politica avventurosa. Il Senato, del resto, chiudendo, prima di Natale, i propri lavori fece sentire insieme vibratamente le due note che non sono affatto inconciliabili – caldo patriottismo e coscienza delle complesse responsabilità nazionali.
Mentre la guerra infuria sempre più, una iniziativa pietosamente conciliatrice: del pontefice Benedetto XV ha messe tutte d’accordo le Potenze che così fieramente si combattono. Il Papa in nome della carità cristiana ha invocato dall’imperatore Guglielmo la liberazione ed il rinvio nella patria rispettiva dei prigionieri di guerra inabilitati dalle ferite a combattere. Povera gente – sono già abbastanza infelici. La guerra eguale per tutti nella sua inesorabilità, a chi ha portato via un braccio od una mano, a chi un piede od una gamba, a chi peggio; altri sono malati irrimediabilmente, costretti ad un regime di assistenze e di cure che sorpasserà i limiti della guerra e della pace. A che prò tenere prigionieri in terra straniera, fra durezze non volute ma immancabili, derivanti dall’eccezionalità delle circostanze, tanti infelici, pei quali trovarsi in patria, vicino alle persone care, in seno alle famiglie, fra i compatriotti sarebbe grande, forse unico, maggiore conforto?
Questa bella iniziativa del mite sentimento cristiano, arrisa prontamente al Kaiser, ha avuto l’assentimento sollecito di tutti gli stati belligeranti, e il Vaticano – dove, in questi giorni, è stato ricevuto ufficialmente l’ambasciatore novello della protestante Gran Brettagna – sir Henry Howard – il Vaticano può compiacersi del suo meritato successo internazionale. La politica vaticana che procede per le vie della carità non può trovare contrasti. È la sua via. E a Roma, pare, essa ha fatto, o, meglio, non trattenuto un passo che è stato interpretato come sintomo lieve di interna pacificazione: i consiglieri comunali romani del partito cattolico sono intervenuti nella Reggia del Quirinale al ricevimento ufficiale di Capo d’anno. Il Vaticano ufficiale non ci ha niente a che vedere in questo – va bene: ma, tuttavia, è anche questo un segno. Cattolicismo e costituzionalismo non sono termini antitetici – come ciò non è per nessuno degli altri partiti costituzionali italiani. Altro segno di concordia nazionale. Va bene!...
Ma non va bene tutta la nuova toponomastica che il Municipio socialista ha fatto trionfare a Milano in consiglio ieri sera con un colpo di maggioranza. La toponomastica di una città costituisce una parte del suo patrimonio storico. Essa è scritta in documenti accumulati da secoli, nei quali è tracciata nelle sue successive forme la vita di tutta una popolazione entro le mura della vecchia città. Aprite delle strade nuove?... E va bene. Intitolatele dei nomi nuovi che più vi piacciono. Ma, per carità, anche questa scelta dei nuovi nomi sia fatta con lieve grano di sale. I nomi vecchi, quando non avvenga il travolgimento materiale delle vie e dei nomi che esse portano, rispettateli. Per esempio, l’avergli intitolata una strada in Milano, cosa aggiunge di più alla posizione storica di Marco Bruto?... Vale ad accrescerlo, vale a renderlo più simpatico? No, certo. Egli resta nella tradizione e nella storia quello che è, e l’intitolazione milanese né lo eleva, né lo assolve. E Paolo da Cannobio è forse cresciuto di celebrità nella storia dell’arte da quando un’altra Giunta, anteriore alla socialista attuale, sbattezzò per lui la caratteristica via del Pesce, che è ancora tal quale nella sua tipica bruttezza, e che non meritava il torto di venire sbattezzata fin che rimanesse tal quale?... E Carlo Romussi – un collega che in queste colonne io rimpiansi sinceramente – potrà mai, pel fatto che gli si intitoli una via, prendere nella posterità di una grande città sempre più caleidoscopica come Milano, una posizione superiore a quella che a noi, lottatori nel nostro tempo, può venire più o meno, nel giro di anni in cui vivemmo ed in cui vissero coloro che assistettero e si appassionarono ai nostri ludi?...
Poi adesso vengono fuori anche i «grattacielo»! È vero, siamo nella terra prediletta del cielo azzurro – quel cielo che gli stranieri vengono, a mille a mille, a godersi – e purtroppo, quest’anno, la guerra funesta, li tiene lontani! – e noi questo cielo vogliamo accingerci ad ottenebrarlo con l’elevazione di alte cupole, di altissime torri, di babeliche costruzioni.... Ma gli americani di Nova York!... – Va bene! Essi sono ricorsi ai «gratta-cielo» unicamente perché per Nova York non c’è più alternativa possibile, posta com’è fra tre mari ed un gran fiume in appena sessanta chilometri quadrati di terreno. Ma Milano, che può e deve aspirare a diventare un’ampia metropoli e, più si allarghi, anche una città-giardino, dovrà buttarsi alla snobistica malinconia delle case grattacielo? Dovremo vedere anche questo sproposito senza originalità e senza ragione positiva? Non bastano le cupole che imboccano il nuovo così detto Corso d’Italia, e la torre mostruosa che pesa oramai all’angolo del largo stradone del vecchio San Vittore?!...
Io chiudo queste righe, oggi, giorno dell’Epifania, fra una splendida festa di sole. Chi l’avrebbe detto domenica scorsa?... Tre giorni addietro Milano, Genova, Trento, tutta Italia da levante a ponente, dai monti Varesini alle dolomiti del Cadore vide rovesciarsi una insistente nevicata, con arresto d’ogni viabilità, con frane – come quella che nell’alto Vicentino ha travolti un ufficiale e sei alpini – con interruzioni di strade postali e ferrovie!... Oggi il sole ride sulle nostre inquietudini; illumina con ugualmente fulgida luce i declivi nevosi, e le pianure inondate dal Tevere e dall’Arno.... poi saremo forse ancora alla neve!...
Una nevicata tanto insistente, tanto fitta, così implacabile e frettolosa, come quella di domenica scorsa, io non la ricordavo da ventiotto anni. Una carrozza, di quelle spaventevoli delle piccole stazioni di provincia, portava, nel 1887, me e due signore con altri due amici a godere le bellezze della Certosa di Pavia, che mai certo apparve più mirabile ad occhio umano, con quelle sue cupole, torri-celle e guglie rosse, quanto fra quel turbinìo invincibile ed affollato di ampie falde di neve. La carrozza era disagevole, ed uno dei compagni aveva preferito sedersi fuori accanto al vetturino e godersi l’infuriare della bufera. Quell’uno era Carlo Goldmark, felice in quella improvvisa tempesta di gelo assai più che fra gli allori buttatigli alla Scala per la sua Regina di Saba. Quella visione della candida campagna lombarda, tutta coperta di neve, tutta ravvolta da cielo in terra di neve, col festoso monumento visconteo emergente incrollabile di fra le raffiche, lo entusiasmò. Come lo entusiasmavano i ricordi della rivoluzione ungherese del 1848 nella quale aveva combattuto mentre a Milano per la medesima causa combattevano i lombardi. La neve, e non soltanto quella del cielo, gl’imbiancava allora i cinquantatre anni, ma era allegro, festoso come un ragazzo. La sua bell’anima ha cessato di vivere ora, nel suo 81° anno; ora che la vecchia Ungheria liberale, impigliata in una guerra sciagurata, vede le orde russe, ravvolte nella neve copiosa, avvicinarsi alle sue estreme frontiere.
O tempi di Kossuth, di Bem e di Mazzini, dove siete?... Anche Goldmark è morto, e forse in tempo!...
6 gennaio.