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 1915  gennaio 03 Domenica calendario

Il momento della Quaglia

– Chi? Gino Guglia?
La contessa Protervi credette non aver afferrato l’annunzio della cameriera. Glielo avevano presentato due sere innanzi a un concerto del Conservatorio ed ella lo aveva invitato, ma senza calore. Ora non era lusingata di vederselo in casa, famigliarmente, quel selvaggio.
Si tuffava il sole dietro i monti lontani di Bergamo e le nuvole, lasciate sole ad azzuffarsi tra quei bioccoli di vermiglio che esso lasciava dietro di sé, promettevano un lungo spettacolo di bellezza. La contessa li amava codesti spettacoli di arte naturale, sopratutto perché avevano la caratteristica dell’imprevisto.
Ma il Guglia aspettava e conveniva risolversi. Certo, sarebbe comparso davanti a lei nello stesso atteggiamento ironico di due giorni prima. S’era formata a torno a lui una specie di leggenda : ed egli doveva tenere a quella fama di paradossale, di arguto, di conquistatore, che lo aveva seguito come la sua ombra. Gli uomini, a dichiararlo insuperabile; le donne, a raccontarne di curiose e affermare che un’arte speciale, una finezza particolare, un metodo tutto suo lo soccorrevano nei rapporti mondani : e che nessuno resisteva alla sua dialettica.
La contessa, sempre diffidente contro le conoscenze nuove, tanto più sentiva di dover diffidare del Guglia, che non aveva origini note e che capitava in Milano con un’albagia meridionale di conquistatore. In verità, ella temeva nel Guglia l’«avventuriero» com’ella chiamava i non milanesi dal giorno in cui un pittore francese, dopo averle fatto il ritratto e qualcos’altro, era partito non lasciando traccia di sé: o dal giorno – mormoravano le amiche – che una miss americana le aveva innamorato fino al matrimonio il suo più fedele e amato amante.
– Che passi, – ella disse alla cameriera,
dopo aver sostato qualche istante davanti allo specchio.
Gino Guglia entrò. Non era né bello né elegante né giovane. La contessa trovò che, visto da vicino, perdeva ancora di grazia e di genialità. Ma bisognava ascoltarlo.
– Vi sono grata, – ella disse, accennando il divano, su cui anch’ella sedeva. – Grata assai della vostra premura.
– Troppo buona, contessa, – egli rispose, sedendo. – Sono io che debbo ringraziare, tanto più che non mi aspettavo questa accoglienza. Sì, mi lasci essere franco. Non è mia abitudine accettare gli inviti, specie se offerti dopo una frettolosa presentazione. Ho fatto un’eccezione e non me ne pento.
– E cortese, – pensò la contessa. – Ma non mi lascerò vincere. Questa è arte che si conosce, di cui si afferrano i fini, senza fatica.
E disse :
– E così, avete rotto un’abitudine? Per me?
– Ecco, – riprese Gino Guglia. – Mi correggo. Io ho un curioso temperamento. Sì, un temperamento di solitario. E se talora gli amici mi trascinano in società – oh assai raramente! – io perdo la mia bella franchezza di toscano e comincio a guardare di qua e di là, che impressione faccia in coloro che mi conoscono per la prima volta. E non vorrei andare in società, mai, perché ne esco sempre con la bocca amara. L’altra sera, al Conservatorio, fui presentato a molte: ed io, come il solito, ho cercato nei visi delle bellissime, cui ho baciata o stretta la mano, l’impressione che vi facevo. Ed ho notato che due di esse badarono a me né più né meno di come avrebbero badato ad un cameriere. Perfettamente. E non si offenda se le dico che, di quelle due, ell’è una.
Ma io non me ne sono accorta – tentò la contessa.
Certo, – egli intuzzò. – Ella, contessa, non doveva e non poteva accorgersene. Le presentazioni sono tante ! Ma io sì : e non me ne sono doluto. Come vede, ho accettato e contro il mio solito, l’invito. Per dirglielo. Non altro.
– Mi dispiace che lei creda ciò che non è, – tentò la contessa. – Io sono, per natura, distratta: e forse....
– Prego,– soggiunse Gino Guglia, alzandosi e facendo atto di congedarsi. – Io non sono venuto, contessa, a far rimproveri. Anzi. Io sono grato – e di cuore – a lei ed all’altra signora, cui ora andrò a dire le stesse cose che a lei. E una piccola manìa. Ho in orrore la bugia, le parole inutili, le civetterie di società : ed odio la fama che mi attribuiscono. Non c’è nulla, contessa, che mi faccia bene, come l’indifferenza altrui. Parlo con piena sincerità e col calore che dà la gratitudine. Io odio, odio tutti quelli che mi riserbano una cortesia. Non sono colui che mi si vuol credere: sì, un pover’ uomo, un tormentato.
Fece un inchino compito, baciò la mano, rispettosamente : e scivolò verso la porta.
La contessa ebbe appena il tempo di suonare il campanello.

 *

– Un uomo curioso !– si disse, abbandonandosi sul divano e sfogliando una rivista. – Credevo fosse venuto per tutt’altro. Invece, eccolo a farmi i ringraziamenti perché non gli ho badato. La cosa è nuova. E l’altra, chi sarà? Scommetto, la Pomari. Ora egli avrà preso la carrozza e sarà andato a lei. No, oggi non riceve. Andrà domani. Ma quella è più sciolta; e poi si sorveglia. Non lo lascerà andar via. In fondo, è simpatico. Ma stupido. Che m’importava sapere ciò che mi ha detto? Sì, m’è indifferente. O bella! Che debbano piacermi tutti quelli cui lascio baciare la mano! E, tuttavia, come modesto e tremante!
  *

Ella pensò a Gino Guglia quel giorno e il giorno dopo. Non lo vide più. La sera, al Manzoni, lo scoprì in poltrona. In verità, era mutato. Pareva che avesse assunto una fisionomia diversa, presa a prestito da un giovanissimo frequentatore del Cova. Si era rasi i baffi, e i capelli gli si abbandonavano elegantemente sul capo. Le altre due volte era parso alla contessa disordinato: ora Gino Guglia aveva tutte le apparenze del perfetto uomo di mondo.
– Io vorrei sapere – si domandava la contessa – chi sarà l’altra, cui è andato a dimostrare la sua gratitudine. Se è in teatro, me ne accorgerò.
Ma finché non si abbassò la tela sul primo atto, non guardò il Guglia. II quale era, del resto, attentissimo alla commedia, come se fosse del suo migliore amico.
La contessa lo vide, a sipario calato, alzarsi ed uscire. Le parve pallido e sofferente. La commedia non era poi così bella da rendere sofferente un amico dell’autore: ed ella, allora, pensò che l’altra avesse accettato con maggior spirito di lei le espressioni grate del Guglia. Ella era stata così silenziosa; aveva mostrato un tale impaccio!
Sorrise. – E un «poveruomo, un tormentato» : lo ha detto lui stesso. E lasciamolo con Dio.
*

Fu allegrissima con gli amici che le fecero visita. Ermanno Solfi trovò che era pallida e, in un orecchio, le disse:
– La garçonnière vi aspetta sempre.
Ella aveva riso ed aveva detto di sì. E lui :
– C’è, ora, quel vaso etrusco che vedeste con me dal Ducrot. Chi viene, dice che è un amore.
– E voi, aspettando me, lo fate intanto guardare alle altre! – ella rise.
– Altri, prego. I miei amici, – aveva soggiunto il Solfi, accendendo la sigaretta.
– Proibito fumare, – osservò il marchese Palleschi, che tutti sapevano ancora fedele, seppure a larga scadenza, alla contessa. – Vi prego, Solfi : non attirate gli occhi della giustizia sul nostro palco.
– È giusto, – disse il Solfi, gettando fuori nel corridoio la sigaretta.
Gino Guglia era tornato alla sua poltrona.
 I lumi s’erano spenti per il second’atto; ma la contessa notò egualmente che il Guglia guardava verso un palco di second’ordine, ch’ella non poteva vedere.
– Non è la Fornari – si disse la contessa. E al marchese Palleschi: – Fatemi il piacere, andate in platea e ditemi chi delle nostre conoscenze è nei palchi di destra.
– Perché?
– Vi prego di andare, – ella disse, recisa.
Mentre il Palleschi usciva, la tela si aprì.
Palleschi tornò indietro:
– Scusatemi; ma io non potrei distinguere le persone, a sipario aperto.
– Lo fa per la commedia, – osservò Solfi. – Ma i vecchi scapoli non ci fanno una bella figura, in questa pièce.
– Palleschi non è un vecchio scapolo, – osservò la contessa. E rise.
 Ora rideva di gusto anche per le comicità della commedia. Ma Guglia mostrava ancora di non accorgersi di lei.
– È anche indelicato non far visita, – ella pensava. – Aspettiamo l’entracte del secondo atto.
Solfi seguiva la commedia, commentando. Aveva riacceso la sigaretta e tirava fuori spirito e fumo. Palleschi, in disparte, masticava cioccolato. Egli non perdonava a Solfi quel fumo; ma la contessa, guardandolo con un sorriso buono e fraterno, pareva dirgli :
– Non il fumo, mio buon Palleschi : ma la giovinezza.
A metà atto – il pubblico della galleria rumoreggiava – salì Cino D’Anfora, guardia- marina in licenza.
Entrò con lui un po’ di chiasso nel palco.
Palleschi si mordeva le mani :
– Questi seccatori ! E non avere il coraggio, a quarant’ anni, di mandarli via. Che donna !
Ma la contessa fece un viso cordialissimo al guardiamarina. E gli domandò anche del Guglia, apertamente.
– Che fa, stasera? Non è venuto neppure a salutarci. Un po’troppo!
– Perdonatelo, – disse il D’Anfora. – Lo credo occupato in cose serie.
– Chi non lo sa? – osservò Solfi. – La D’arena !
– Non credo, – mormorò il D’Anfora, con l’aria di chi la sa lunga. – Un’altra.
– Bella? – chiese la contessa, il cui pallore non trapelò (ma ella si sentì pallida).
– Non posso dir nulla, contessa. Siamo appena al preludio.
La tela calava. Qualche sibilo. Una voce dalla galleria urlava :
– Cani, cani !
Guglia ora guardava apertamente nei palchi di destra. La contessa pregò ancora il Palleschi :
– Marchese, andatemi a vedere quei palchi. Ve ne prego.
Mentre il marchese usciva, entrò un nuovo amico, Giulio Erba, che aveva fama, nel mondo elegante, di pacificatore. Non si sapeva quanti duelli aveva evitati e quante disastrose tragedie d’amore portate a buon compimento.
– Venite dal foyer ? – gli domandò la contessa.
– Giusto. E vi ho visto quel bravo ragazzo di Guglia. Non fumava. Un caso nuovo. «Tu hai la cera dell’innamorato», gli ho detto. E lui : «può darsi». «Ma se sei a Milano da cinque giorni e vi manchi da anni», gli ho soggiunto. «Eppure..,.» egli sospirò. Sospirava. Da non credersi. Io lo afferro sotto braccio....
– Una confessione? – domandò la contessa. E rideva, pallida.
– Quasi.... Mi ha detto di una presentazione recente, non so più : anzi di due. Insomma, costei lo ha incatenato. È una sera, questa, che gli vale la vita. Decisiva.
– Sul serio? – chiese la contessa, cui ormai veniva meno la speranza. – Ed è bella costei ?
– Egli lo dice. Anzi assicura che è la più bella donna di Milano. Non ne ha viste altre, non ne ha conosciute, né qui né altrove, così spiritose e leggiadre.
– Sarà una cocotte, – osservò la contessa, con rabbia palese.
– Non scherziamo. E del gran mondo. E giovane. Insomma, Guglia è cambiato. L’altrieri lo ho incontrato con la barba lunga e una palandrana ridicola. Stasera è elegantissimo, profumato, giovane. E la sua ironia? Scomparsa. È cambiato, è un altro.
– Purché non giuochi d’audacia, – osservò il guardiamarina D’Anfora. – È solito, Guglia, far di queste cose. Ricordo una scappata tale a Roma. Pareva finito per un amore non corrisposto. E la sera lo trovai al Colonna a un tête-à-tête. Ma di quei tête-à-tête senza pericolo. E che costano, quando costano poco, mille franchi.
– Nego, nego – gridò il pacificatore d’istinto. – È un amore.
*

Il Guglia era davanti alla sua automobile – fuori del teatro. Lo chauffeur metteva in moto la macchina, quando la contessa scese con gli amici. Come la vide, Guglia si fece innanzi, premuroso, devoto, umile:
– Voi a teatro? Se avessi saputo!
La contessa rispose con un sorriso bieco, feroce. Solfi mormorò :
– Quella commedia!
– Ci ha trascinati nel suo vortice, – mormorò D’Anfora. – Io ho mal di testa.
Guglia, accompagnando la contessa, mormorava :
– Dove eravate? Non vi ho visto. E gli amici che non mi hanno detto nulla! Voi non mi perdonerete mai.
La contessa aveva prima taciuto, incedendo silenziosa e maestosa. Poi, raggiunta la sua automobile, offrì la mano a tutti e al Guglia mormorò :
– Per così poco !
Una smorfia intraducibile. Quando restarono soli, Guglia ed Erba si guardarono:
– La contessa è innamorata di te, – disse Erba al Guglia.
– Credi?
– Giurerei. L’ho capito da molte parole e segni.
– Vorresti raccontare ? Io credo, invece, di essere andato oltre. Non tutte le quaglie si assomigliano.
– Che vuoi dire?
– Spiegherò. Ora narrami quello che la contessa diceva: e più quello che i suoi occhi rivelavano.
– Ma tu non sei innamorato di un’altra? Eri così nervoso, poco fa!
– Lascia stare. Ero nervoso con te, perché sapevo che saresti andato dalla Protervi. Raccontami, dunque.
Mentre 1’ Erba con grande aiuto di gesti e parole e sorrisi narrava – l’automobile slittava nel Parco, come un’anima inquieta che cercasse una compagna – Gino Guglia faceva col capo di no e rideva.
– Ma perché ridi e accenni di no ? – chiese, alfine, l’altro. – Non mi credi?
– Ti credo benissimo, – rispose Guglia, ridendo. – Solo volevo dirmi che ho sbagliato questa volta. Ti ho detto poco fa che non tutte le quaglie si assomigliano. Tu sei cacciatore?
– Un poco.
– Ed hai cacciato le quaglie, mai? La quaglia è come la donna. Va presa di sorpresa. Ma è questione – bada – di minuti. Se tu anticipi un secondo, o esageri l’attesa, perdi e la quaglia e la donna. Come me, che ho visto sfuggirmi irreparabilmente una donna bella, come la contessa Protervi.
– Quarant’ anni !
– Non è vero. Sui trent’otto. Te lo potrei giurare. E, del resto, una quaglia piena di attrattive. Addio, mia bella....
– Mi pare che tu disperi troppo presto, – insistette il pacificatore. – E poi, perdonami, io non ho ancora capito perché disperi.
– Ti ho detto della quaglia e tu mi hai risposto che sei cacciatore. Ma di che genere cacciatore, se non sai come si uccidono le quaglie?
– Perdonami. Di quaglie io non ne ho mai uccise. Ma non so perché tu ti ostini a scambiare per quaglia quella povera contessa Protervi.
– Perché non c’è nessuna differenza – me dice la mia esperienza – tra la donna da conquistare e la quaglia da uccidere. Hanno entrambe la stessa furberia e lo stesso fiuto. E come per la quaglia tu ti servi del cane, così per la donna tu ti servi delle occasioni. Conobbi la Protervi al Conservatorio, sere fa. A Milano son solo, mi annoio. Tu mi dicesti che tra una speranza di Solfi e una vittoria di Palleschi poteva esservi posto per me. E, allora, cominciai il mio giuoco. Vuoi che te ne dica il segreto? E semplice, come quello di un giocattolo. Io, quando tendo ad una donna, m’impicciolisco, mi mostro torturato, debole, timido. Tanto la donna è facile alla compassione, quanto la quaglia (che pure è così furba) crede al cacciatore, quando questi, gettato il fucile in mezzo al grano e fermato il cane ai suoi piedi, si addormenta. Io mi do sempre per addormentato, cacciando donne e quaglie. Ma, intanto, il cane fiuta. E la donna, come la quaglia, è curiosa. Se non è cercata, cerca lei. Tu, al contrario, non ti lasci accileccare, pur continuando a dormire. Ed ecco la finezza nella mia teoria che, come tutte le teorie, aspetta per la pratica il momento opportuno e peculiare. Una donna richiede un minuto di questa insensibilità maschile e così una quaglia; altre, invece, del- l’una e dell’altra specie, due tre cinque minuti. La contessa Protervi sarebbe venuta domani a casa mia, se io fossi salito nel suo palco un secondo prima che ella, a commedia finita, scendesse. Ora non la vedrò più. Come la quaglia, mio caro, che se non l’azzecchi nel momento favorevole, sgambetta sgambetta fino a imboccare nella fucilata di un altro.
– La teoria è graziosa. Ma mi pare che tu precipiti.
– No. E ne vuoi una prova ?
– Sentiamo.
– Tu mi dicesti, due giorni fa, che Solfi tentava di trascinare la contessa nella sua garçonnière. Vuoi giuocare che domani….
– Ella vada?
– Precisamente.
– Non credo. Solfi non le va. E poi c’è il marchese che li tien d’occhio.
– Io ti dico che andrà.Sai tu dove l’abbia Solfi, la garçonnière?
–Lo so.
–Ti senti di sorvegliare o di far sorvegliare? Togliamoci questa curiosità.
– Ho il modo per saperlo.
– E allora arrivederci. Eccoci in Foro Bonaparte. Domani sera, alle cinque, al Cova. Vedrai che non più tardi delle due, essi si saranno vendicati della mia imperizia.
*

Alle cinque, Gino Guglia era al Cova, in mezzo a un gruppo d’amici. Ridevano. Nel ritrovo elegante, i dialoghi, i motti, le boutades non avevano sosta. Era un brillar fatuo di sorrisi, un tumultuar di parole e di racconti. Gli avvenimenti della giornata lieti e tristi, notevoli e frivoli, trovavano nell’ambiente movimentato il loro commento, quasi sempre ironico.
Alle cinque e un quarto, Erba si presentò sulla soglia. Era turbato e guardingo.
Gino Guglia gli andò incontro:
– Ebbene?
– Avevi ragione. Non ci volevi che tu a gettarla nelle braccia di Solfi.
– Te ne dispiace?
– No. Ma, lasciamelo dire. Solfi non se la meritava. Che fossi tu il vincitore di quel povero marchese Palleschi, e mi sarei consolato. Ma lui, Solfi?! Non gli costa né un sacrificio, né un centesimo!
– Invidia, dunque? E tu per vendetta imbraccia la mia teoria. Credi che non ti riesca ? Non sei cacciatore, ma le teorie, in fatto di caccia, mio caro, non vanno mai prese alla lettera. Ti sia d’esempio il mio caso. Gettati nell’impresa e tieni in mano il rémontoir, perché non t’avvenga di lasciar passare.... il momento della quaglia.