Illustrazione Italiana, 3 gennaio 1915
L’almanacco
Che cosa è l’anno
Chi è che in questi giorni non dà almeno un’occhiata all’almanacco? Questo libricciuolo, che oggidì compare sotto le forme più svariate e cerca di sodisfare ai bisogni ed ai gusti più disparati, potrebbe esser chiamato il vade-mecum dell’umanità attraverso i secoli.
Sarebbe senza dubbio molto interessante seguir la storia della sua lunga vita e vedere per quali molteplici trasformazioni, dalla prima divulgazione dei principi del calendario romano (avvenuta nel terzo secolo avanti Cristo), l’almanacco sia venuto ad assumere la fisonomia che oggi tutti gli conosciamo. Ma non sono io quello che potrebbe accingersi a siffatta impresa.
Io mi limito a prendere l’almanacco tal quale è oggi, e piuttosto che occuparmi del suo passato, credo di far opera più utile cercando di veder un po’ chiaro nella materia che esso contiene. Nessun altro libro può vantare una diffusione comparabile con quella dell’almanacco, ma a fianco delle indicazioni usuali che tutti solitamente vi cercano e vi trovano esposte nella forma più evidente che si possa desiderare, l’almanacco ci viene innanzi ogni anno con un certo apparato di nomi eterocliti, dei quali generalmente è poco nota la significazione. Non mi sembra quindi inutile esaminare un po’ da vicino i cosiddetti articoli generali del calendario, che formano l’introduzione obbligata di ogni almanacco che si rispetti.
Anzitutto bisogna aver un’ idea chiara di ciò che propriamente è l’anno.
E noto che le nazioni civili usano l’anno solare, il quale corrisponde all’intervallo di tempo che passa tra due successivi ritorni del Sole a un medesimo punto del suo corso apparente intorno alla nostra Terra.
Questa forma di anno è la più propria ai bisogni della società umana, perché adottando l’anno solare si ottiene questo risultato importantissimo, che le stagioni conservano stabilmente lo stesso posto in tutti gli anni, cioè che, per esempio, la stagione più fredda corrisponde sempre ai mesi di dicembre e gennaio.
Ma perché ciò accadesse sempre e in maniera assolutamente stabile, bisognerebbe che la durata dell’anno civile fosse esattamente uguale a quella dell’anno tropico, che è l’intervallo tra due consecutivi ritorni del Sole all’equinozio di primavera. La durata dell’anno tropico, espressa in tempo medio solare, vale attualmente 365 giorni, 5 ore, 48 minuti e 46 secondi, cioè quasi 365 giorni e un quarto; invece è chiaro che l’anno civile deve necessariamente esser composto di un numero intero di giorni. Prendendo l’anno di 365 giorni, cioè facendolo di un quarto di giorno più corto del vero anno solare (come facevano gli antichi Egiziani), si vede che se in un dato anno il Sole si trovava al punto equinoziale il 21 marzo, passati 4 anni vi arriverà soltanto il 22, dopo 8 anni soltanto il 2.3, e così via dicendo. A ciascun periodo di 4 anni l’equinozio ritarderà di un giorno, e per conseguenza la temperatura che originariamente si aveva in un dato paese il 21 marzo (temperatura che dipende dalla posizione del Sole sull’eclittica) avrà luogo nello stesso paese successivamente in aprile, poi in maggio, ecc.
Così il principio della primavera verrà a capitare successivamente in aprile, in maggio, in giugno,... in settembre, in ottobre,... in dicembre, in gennaio, in febbraio; e uno spostamento correlativo si verificherà per le altre stagioni.
Dopo 1460 anni (prodotto di 365 per 4), tutti i giorni dell’anno, una volta per ciascuno, avranno avuto la stessa temperatura che nel primo anno del periodo era stata propria del 21 marzo; facendo astrazione, ben inteso, dalle circostanze atmosferiche di carattere accidentale. Manifestamente ciò è inconciliabile con i bisogni dell’umanità, specialmente nei riguardi dell’agricoltura. A questo inconveniente si cercò di rimediare per mezzo delle intercalazioni.
L’anno romano, che si vuole stabilito da Numa, era di 355 giorni (equivalente press’a poco a 12 lunazioni, che fanno 354 giorni, in ragione di 29 giorni e mezzo ciascuna); ma per non discostarsi troppo dal movimento del Sole fu poi istituita, sotto i Decemviri, l’intercalazione di un mese ogni due anni (il mese mercedonio, che veniva subito dopo il 23 febbraio), e la durata di questo mese era alternativamente di 22 e di 23 giorni. Così un anno intercalare aveva ora 377, ora 378 giorni, e 4 anni di seguito ne avevano 1465, ciò che si avvicina alla durata di 4 anni solari di 365 giorni e un quarto ciascuno, che fanno 1461 giorni.
La denominazione data al mese intercalare allude al mercato, perché nell’ultimo mese dell’anno si dovevano pagare i debiti.
Sembra che questo sistema d’intercalazione fosse poi perfezionato con l’istituzione di un ciclo di 20 anni, durante il quale per quattro volte si toglievano all’anno cinque giorni per volta, cosicché 20 anni venivano a comprendere 73o5 giorni, che equivalgono appunto al prodotto di 365 e un quarto per 20. Ma con l’andar del tempo i pontefici, a cui era commesso d’intimare e di far eseguire ai tempi debiti le intercalazioni, si allontanarono dalle regole stabilite, ed ora per favore, ora per odio di chi esercitava le magistrature o i pubblici appalti, abbreviavano e allungavano l’anno come loro meglio accomodava.
Fu Giulio Cesare che pensò di metter rimedio alla gran confusione derivante da questi abusi. Dietro i consigli dell’astronomo alessandrino Sosigene, egli cominciò dal rimetter le cose al loro posto assegnando la durata di 445 giorni all’anno 708 di Roma (46 av. C.). Fissò poi a 365 giorni la durata dell’anno civile, ma per mettersi d’accordo con l’anno tropico (ritenuto allora di 365 giorni e un quarto esattamente), stabilì che ogni quattro anni si dovesse intercalare un giorno complementare.
Questa è la regola del calendario giuliano.
Essa non raggiunge perfettamente lo scopo, perché suppone l’anno tropico esattamente uguale a 365 giorni e 6 ore, cioè lo fa un poco (11 minuti circa) più lungo del vero. Ora, questa piccola differenza accumulandosi poco per volta produce il divario di un giorno intero in circa 128 anni, o il divario di circa 3 giorni in 400 anni.
La questione fu studiata da uomini competenti nei secoli dal XIII al XVI, e nel i563 il Concilio di Trento incaricò il Sommo Pontefice di provvedere a risolverla. Gli elementi fondamentali, che bisognava conoscere con precisione, erano due: la durata dell’anno tropico e l’epoca dell’equinozio. Nuovi passi decisivi furono fatti dopo che il domenicano Ignazio Danti, professore di Matematiche nello Studio bolognese dal 1576 al 1583, ebbe stabilito nella chiesa di San Petronio un grande gnomone, col quale riconobbe che nel 1576 il solstizio invernale era avvenuto il giorno 11 dicembre. Sia detto per incidenza, la celebre meridiana di San Petronio fu poi rinnovata nel 1655 da Gian Domenico Cassini, il quale non solo ne corresse la direzione, che non era esatta, ma accrebbe di un terzo l’altezza del gnomone, portandola a 27 metri.
Finalmente il Papa Gregorio XIII (Ugo Buoncompagni, bolognese) decretò nel 1582 la sua celebre riforma del calendario, adottando le proposte formulate alcuni anni avanti da un medico calabrese, Luigi Giglio (latinamente Lilius), morto nel 1576. Con la Bolla In ter gravissimas del 24 febbraio 01582, il Papa prescrisse che ogni 400 anni si dovesse tralasciare per tre volte il giorno complementare della intercalazione giuliana. A tale scopo fu stabilito che dovessero esser comuni (e non bisestili) quegli anni secolari che non fossero divisibili per 400 : tali furono gli anni 1700, 1800 e 1900.
Con questo temperamento apportato all’intercalazione giuliana il calendario fu messo d’accordo in maniera quasi esatta col moto annuo apparente del Sole. Infatti 400 anni civili costituiscono un intervallo di tempo che è appena di 2 ore e mezzo più lungo dello spazio di 400 anni tropici. Così gli equinozi e i solstizi ritornano ogni anno quasi esattamente alla medesima epoca, e non vanno più soggetti a uno spostamento progressivo nel corso dei secoli.
All’epoca del Concilio di Nicea (anno 32.5), quando si trattò di sancire per tutti i cristiani una norma unica riguardo al celebrare la Pasqua, l’equinozio di primavera avveniva il 21 marzo, e allora si credeva appunto che l’equinozio dovesse conservarsi stabile e ritornar sempre al 21 marzo di ogni anno. Ma in causa dell’essere l’anno tropico un poco più corto dell’anno giuliano, al tempo di Papa Gregorio l’equinozio non era più al 21, ma bensì all’11 di marzo; perciò la riforma gregoriana provvide anche a rimetter d’accordo la data canonica con l’equinozio, mediante la soppressione di 10 giorni nell’anno 1582. La Bolla papale ordinò che nel mese di ottobre di quell’anno, dopo il giorno 4 (festa di San Francesco) si togliessero 10 giorni, cosicché il quinto giorno di ottobre divenisse il decimoquinto.
La riforma di Gregorio (dice il P. Adolfo Mùller ne’ suoi pregevolissimi Elementi di Astronomia), era motivata principalmente dallo spostamento della Pasqua e delle altre feste dipendenti dalla data di questa (feste mobili). Come si sa, la Pasqua si deve celebrare dai Cristiani nella domenica seguente il primo plenilunio che avviene dopo il 21 di marzo (epoca presunta dell’equinozio). Con la restrizione apportata alla regola giuliana dei bisestili, l’epoca dell’equinozio fu resa praticamente stabile, e ciò fu un bene. Meno felice fu il provvedimento di sopprimere 10 giorni in ottobre 1582, con lo scopo di ricondurre l’equinozio di primavera a coincidere col 21 di marzo. Questa sottrazione di 10 giorni, volere o no, ha in certa guisa scompigliato la Cronologia.
Le prescrizioni della Bolla papale furono obbedite subito, o quasi, nella massima parte degli Stati cattolici. Invece la gran maggioranza dei Protestanti rimase fedele al «vecchio stile», per motivi principalmente politici e religiosi. Non valse in Germania che si dichiarasse favorevole alla riforma, nel 1613, un uomo tanto stimato e autorevole come Keplero.
Dopo molti anni di deputazioni non sempre serene, riuscì finalmente, verso la fine del secolo XVII, al matematico e astronomo Erardo Weigel (professore all’Università di Jena), aiutato dal suo antico scolaro Leibnitz, di persuadere gli Stati tedeschi evangelici ad adottare il «nuovo stile», e nella Germania protestante e nei Paesi Bassi l’anno 1700 ebbe 11 giorni di meno, essendosi fatto seguire immediatamente il 1° marzo al 18 febbraio. Seguirono l’esempio i principali Cantoni protestanti della Svizzera, come Zurigo, Berna, Basilea, Sciaffusa e Ginevra, dove si principiò l’anno 1701 col giorno 12 di gennaio. Ma fu solo nel 1752 che l’Inghilterra si uniformò al calendario gregoriano, per volere specialmente di Lord Chesterfield. Lo stesso fecero nel 1753 la Svezia, nel 1784 parte dei Grigioni, e nel 1798 il rimanente, come pure Glarona e Appenzell esterno, per decreto del Direttorio esecutivo della Repubblica Elvetica. Come curiosità si può notare che Poschiavo rimase fedele al calendario giuliano fino al 1760, e che il Comune di Sùs nella Bassa Engadina tenne duro a mantenere il vecchio stile fino al 1811 e cedette soltanto di fronte a una minaccia di intervento punitivo armato.
Come tutti sanno, oggidì il calendario giuliano è rimasto in vigore solamente presso la Chiesa greca ortodossa, cioè presso i Russi, i Greci ed i Cristiani d’Oriente. La differenza è attualmente di l3 giorni, essendo cresciuta di tre unità rispetto al suo valore primitivo, per causa che gli anni secolari 1700, 1800 e 1900 furono bisestili nel calendario giuliano e comuni in quello gregoriano. Tale differenza rimarrà di 13 giorni fino al 28 febbraio 2100 (gregoriano)